Visualizzazione post con etichetta Marina Warner. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Marina Warner. Mostra tutti i post

26 giu 2024

DISQUISIZIONI SU CIBO, SESSO E RELIGIONE

 

Read it in English

Questa raccolta di saggi e articoli mescola, come dice il titolo stesso, argomenti diversi. In maniera anche provocatoria, Michèle Roberts riassume con queste tre parole ciò di cui si occupa nella sua scrittura e questa è anche la sua risposta quando le chiedono di cosa scrive. In effetti, è facile far rientrare in queste tre grandi tematiche qualsiasi cosa. Lei però ci parla anche della scrittura e del lavoro dello scrittore, anzi, direi che è questo il nucleo centrale, al di là della provocazione del titolo. Cosa significa essere scrittrici oggi? Ce lo racconta sia attraverso la sua esperienza, che attraverso l’analisi delle opere di sue colleghe e, soprattutto, della ricezione da parte del pubblico e della critica.

Tra le recensioni di altre autrici ho apprezzato ‘On Fairy Tales and Their Tellers’, che passa in rassegna la scrittura di Marina Warner e Angela Carter, dal punto di vista della decostruzione di una tradizione favolistica consolidata (almeno nell’Occidente). Avendo ammirato moltissimo Indigo, mi sono ritrovata pienamente nella presentazione dell’autrice e delle sue teorie sulla fiaba. 

Ho trovato interessante il contributo intitolato ‘A Note on Jane Eyre as a Vampire Novel’, in cui ricerca elementi di vampirismo nel romanzo che scopriamo essere il suo preferito. L’atmosfera gotica è ormai riconosciuta universalmente, si è parlato degli elementi gotici di questo romanzo per anni, ma non di vampiri. L’autrice ha scovato e condivide con il suo pubblico alcuni riferimenti diretti: nel ventesimo capitolo si parla di Bertha come di una succhiatrice di sangue e nella famosa scena della distruzione del velo da sposa, Jane è molto esplicita al riguardo, paragonando l’apparizione a “the foul German spectre - the vampire”.





A DISQUISITION ON FOOD, SEX AND GOD

This collection of essays and articles mixes different topics, as the title states. Michèle Roberts uses three provocatory words to summarise what she usually deals with in her work… that’s also what she usually answers when people ask her what she writes about. But she also talks about writing and the job of the writer… indeed, that’s the main topic of the book. What does it mean to be a writer today? She tells us through her experience but also the analysis of other writers’ work and, above all, the reception of the public and critics.

I really appreciated ‘On Fairy Tales and Their Tellers’ with her careful review of Marina Warner and Angela Carter. She starts from a deconstructionist point of view on traditional fairy tales and, as I had loved Indigo, I totally agreed with Michèle Roberts.

I also liked the article ‘A Note on Jane Eyre as a Vampire Novel’, in which she looks for vampire elements in her favourite novel. The gothic atmosphere has been universally recognized, and critics have talked for years of the gothic elements in this novel, but they have never mentioned vampires. Ms Roberts has found some direct references. Among them, in the 20th chapter Bertha is described as a blood sucker and in the famous scene where she destroys the bridal veil, Jane is very explicit comparing the apparition to “the foul German spectre - the vampire”.

Leggi gli articoli relativi a Michèle Roberts come eMagazine:


Read online eMagazine

16 feb 2012

Marina Warner: Il padre perduto

Read it in English Il padre perduto, unico libro della Warner tradotto in italiano finora, ha confermato quelli che erano stati i miei sospetti su Indigo, ovvero che lo stile della Warner non mi piace per niente. Avevo avuto l’impressione, leggendo Indigo, che si perdesse troppo nelle descrizioni e nei dettagli, ma ero così presa dal tema shakespeariano da rimanere con il dubbio di essere semplicemente troppo stressata… sapete com’è quando si vuole leggere un libro ma si è in un periodo di grandi impegni e anche quando finalmente si aprono le pagine del libro che vorresti leggere, la mente non è libera e non si riesce a ritrovare la concentrazione per immergersi nelle vicende e lasciarsi trasportare dagli eventi…
Ora invece ne sono certa: Marina Warner cede troppo alle descrizioni e al dettaglio. E’ un continuo tergiversare, approfondire, insistere su oggetti, elementi, descrizioni ad ogni passo che i personaggi compiono. Ogni paragrafo sembra un esercizio di scrittura creativa (sapete quelle cose che ti fanno fare ai corsi… di partire da un’azione e riscriverla aggiungendo continuamente informazioni fino ad ampliare un momento narrativo a dismisura?). Personalmente trovo che, nel momento in cui è esagerato, ostacoli la lettura suonando falso, artefatto. In un certo senso tradisce il patto tra scrittore e lettore.
Detto ciò, ribadisco però l’impressione della Warner come di una scrittrice dalle grandi trovate narrative. Intendo dire che, come per Indigo, l’idea di fondo, i personaggi e la storia sono ben congegnati. Bellissimi. L’ambientazione de Il padre perduto è stupenda: il periodo delle grandi migrazioni in America. La storia di questa famiglia tra l’Inghilterra degli anni ’80 (dove inizia la vicenda), l’Italia del Sud di inizio secolo (alle origini della famiglia che poi ha emigrato) e America (dove parte della famiglia è rimasta e parte, invece, ha preferito tornare in Italia), le figure femminili e i legami di amicizia e parentela che le legano, perfino l’idea di un diario dentro il romanzo... è tutto molto bello. Peccato per l’istinto irrefrenabile di saltare riga dopo riga, pagina dopo pagina.






The Lost Father is the only book by Marina Warner being translated in Italian (at the moment). It confirmed my impressions of Indigo: that I don’t particularly like Ms Warner’s style. Reading Indigo, I had the impression that the author gets caught up in the long descriptions and in the details, but I was really intrigued by the shakespearean themes so I thought it was my fault… because I was very busy at the time and my mind was not free enough to concentrate and plunge into the story.
In this book it’s quite clear: she indulges too much in descriptions and details. It’s a constant procrastination of the story due to insights on people or objects and long descriptions of every move of the characters. Every single paragraph sounds like an exercise in creative writing (those you are asked to produce at creative writing classes). My personal impression is that -when it’s too much- it stops the reading flow and sounds false, artificial. This somehow breaks the pact between the writer and the reader.
Apart from that, I think that Marina Warner has great stunts from the narrative point of view. In Indigo, for example, the setting as well as the characters are well thought-out. Wonderful. The setting of The Last Father is wonderful,too: the period of poverty and migration to overseas countries like America. 
The  story of a family between England -where the story begins, in the 80’s- South Italy at the beginning of the 20th century -back to the origin of the family- and America -where part of the family lives, whereas part of the family went back to Italy. The female characters and the bonds of friendship and the family ties that link them are great, as well as the idea of a diary inside the novel.

Leggi gli articoli relativi a Marina Warner come eMagazine:

6 feb 2012

Marina Warner: Indigo

Read it in English
Ancora una volta non sono riuscita a rispettare i tempi previsti… pazienza. Tra scrutini, progetti europei e lezioni da preparare l’idea di avere un po’ di tempo per me sta diventando un’utopia.
Tra un ritaglio di tempo e l’altro sono finalmente riuscita a mettere insieme le mie impressioni su Indigo, che ho finito di leggere già da un po’. Bellissima l’idea alla base di tutto -la rielaborazione de La Tempesta di Shakespeare in chiave postmoderna- e bellissimi anche i personaggi. Quello che mi è piaciuto meno è lo stile di Marina Warner. Devo ammettere di avere avuto qualche difficoltà e di aver dovuto rileggere alcuni brani più volte per capirci qualcosa. Questo perché ci sono molte descrizioni dettagliate nelle quali compaiono diversi termini ‘tecnici’ di oggetti ed oggettini e parti di oggetti che in inglese non mi sono noti. Colpa mia…
Ma veniamo alla storia, ai personaggi e alle tematiche di questo libro.
Intanto ad ogni sezione è associata una coppia di colori: partendo da lilac/pink fino ad arrivare a maroon/black la simbologia dei colori è onnipresente. Si parte da toni che suggeriscono la femminilità per eccellenza e che corrispondono ai capitoli in cui vengono introdotte le donne della storia: Miranda, Xanthe, Gillian ed Astrid. Bisogna subito chiarire che i personaggi vengono introdotti a coppie di antagonisti: Miranda e Xanthe vengono presentate come le due sorellastre (anche se in realtà la seconda è la zia della prima) di cui una ha sangue creolo mentre l’altra ha la pelle chiara ed i capelli biondi; Gillian e Astrid sono le due madri, di cui una apparentemente dolce e amichevole, l’altra scorbutica e rancorosa. Fin dall’inizio si percepisce la presenza di miti e fiabe: nella Londra del 1948 una bimba viene maledetta al suo battesimo… non ricorda un po’ La bella addormentata? Il rapporto tra Miranda e Xanthe richiama invece Cenerentola: la figlia primogenita che viene ignorata nel momento in cui arriva l’altra figlia, da una unione più felice.
Poi i colori passano a blu ed indaco e la storia si sposta all’isola di Liamuiga nel 1600: qui troviamo lo spirito di Sycorax morta che racconta gli eventi della colonizzazione dell’isola. I riferimenti shakespeariani da questo punto in poi si moltiplicano, a partire dai nomi dei personaggi fino ad arrivare alle tematiche dell’opera. Quella che in Shakespeare era una strega, qui è una donna normale che ad un certo punto assurge a sciamana. Il colore indaco non da solo il titolo alla sezione, viene ricavato dalle piante mediante un procedimento complicato che, a lungo andare, tinge la pelle di Sycorax di sfumature bluastre. Esso connota il personaggio profondamente e la sua simbologia di saggezza, conoscenza, realizzazione spirituale è tutta da riferirsi a Sycorax. Gli altri personaggi dell’opera di Shakespeare sono qui rivisitati in maniera particolare: Caliban viene estratto neonato dal corpo di una schiava africana morta, trasportata sulla spiaggia dell’isola dalla corrente dopo un naufragio. In realtà Sycorax lo chiama Dulé, ma poi i colonizzatori arriveranno a chiamarlo Caliban dallo storpiamento della parola ‘cannibal’. Infine ritroviamo anche Ariel che, nell’ottica di presentare i personaggi a coppie antagoniste, diventa in un certo senso la sorellastra di Caliban. Sycorax la prende a vivere con sé da bambina quando al villaggio la rifiutano. La scelta di fare di Ariel una donna è particolare per la storia del personaggio, ma assolutamente scontata per chi conosce un po’ Marina Warner ed il suo interesse per la figura femminile. In effetti le caratteristiche di Ariel sono prettamente femminili: nel dramma shakespeariano è lo spirito della musica che funge da servo a Prospero. Anche nel romanzo Ariel è in qualche modo lo spirito della musica: i suoi canti accompagnano la vita sull’isola.
I colori cambiano nuovamente ad arancio e rosso dopo l’arrivo dei colonizzatori: c’è un iniziale periodo di pace, anche se l’arrivo di Kit Everard causa una grave ferita a Sycorax che si ritrova bruciacchiata e con la schiena spezzata, costretta a camminare piegata in due… richiamando la tradizionale immagine fiabesca della strega (ed avvicinando così il personaggio alla versione shakespeariana). A questa fase segue però presto un tentativo di ribellione, guidato da Caliban (anche in questo caso avvicinando il personaggio all’originale shakespeariano) che non andrà a buon fine: Sycorax, infatti, muore nel tentativo di fuggire.
Dato l’interesse per le teorie postcoloniali della Warner, il tema della colonizzazione è onnipresente: anche la Londra contemporanea descritta nel romanzo ne porta traccia. Secoli dopo gli eventi di Liamuiga, a Londra si gioca ancora il Flinders, il gioco dei colonizzatori, in cui i nomi delle basi sono quelli delle piantagioni dell’isola. Il romanzo è in un certo senso circolare, visto che i personaggi contemporanei (discendenti dei primi colonizzatori) fanno un viaggio sull’isola e si comportano come moderni colonizzatori: dalle bellezze del luogo essi ricavano profitto aprendo un enorme hotel di lusso e sfruttando gli abitanti locali a servizio dei turisti. Non solo quindi la storia si ripete, ma si intreccia nel momento in cui il lettore capisce che lo spirito di Sycorax (in qualche modo intrappolata in un albero, come nell’opera shakespeariana) sente tutto ciò che accade sull’isola (voci e rumori).
La conoscenza dei teorici postcoloniali da parte di Marina Warner è evidente: alcune tematiche sembrano ricondurre direttamente alle opere di Said e Thiongo, in particolare. Alla base di queste teorie c’è una riflessione sul linguaggio secondo la quale il linguaggio è potere ed è stato utilizzato dai colonizzatori come strumento di controllo sui colonizzati. Uno dei perni attorno a cui ruotava la colonizzazione è stata l’idea che chi è portatore della parola è anche portatore della verità. Il rapporto colonizzatore-colonizzato ha sempre visto quest’ultimo come essere inferiore, a cui bisognava imporre la ‘civiltà’ e la cultura dominanti, relegandolo così, inevitabilmente, in una posizione di costante inferiorità. Il linguaggio ha il potere di dare un nome alle cose e in questo  senso ha un ruolo importante nel romanzo visto che quasi tutto ciò che riguarda l’isola ha un doppio nome, a partire dall’isola stessa che originariamente si chiamava Liamuiga, poi fu ribattezzata Everhope, poi passò in mano ai francesi che la chiamarono Enfante-Béate e torna a chiamarsi Liamuiga quando gli abitanti dell’isola ne riprendono possesso. Ariel e Caliban hanno anch’essi nomi diversi: di Caliban/Dulé si è già discusso; Ariel in vecchiaia si cambia il nome in Madame Verard. Tutti questi doppi nomi implicano una riflessione che abbraccia anche l’identità, altro tema della narrativa postcoloniale. Il concetto alla base di ciò è che l’identità del colonizzato viene messa in discussione dal colonizzatore. Il rapporto tra Ariel e Kit Everard è esemplare in questo senso: Ariel inizia a comunicare con gli inglesi nella loro lingua e questo avvicinamento è segnato dalla storia con Kit Everard, a cui darà una figlia. Nel momento in cui lui non accetta la figlia, Ariel smette di parlare. E’ un silenzio significativo, se si considera il legame del linguaggio con il tema dell’identità.
L’ultima sezione è dedicata ai colori maroon/black, ovvero rosso scuro e nero. Il primo è il colore della madre terra ed è associato di solito alla guarigione e al potere di sconfiggere gli spiriti maligni. In questo senso il nero è probabilmente da riferirsi, tra i vari significati, alla comunione con gli spiriti ancestrali e alla maturità spirituale. E’ una sezione dedicata a Miranda che, finalmente, si lascia tanti problemi alle spalle e pare ritrovare un equilibrio sentimentale.





MARINA WARNER'S INDIGO
Writing this post was a challenge as I’m super busy  in this period. 
I really liked the idea behind the novel -that is a postmodern rewriting of a work by Shakespeare-  and the characters as well. What I didn’t like is Marina Warner’s style. I must admit I had a little trouble reading it: I had to re-read some parts more than once because of the many detailed descriptions containing technical terms of particular objects.
But let’s go back to the story, the characters and the themes of the novel.
The book is divided into sections, each characterised by a pair of colours, starting from lilac/pink up to maroon/black: the symbolism of colours is everywhere. 
The first colour tones (lilac/pink) suggest femininity and they correspond to the chapters where the female characters are introduced: Miranda, Xanthe, Gillian and Astrid. 
The characters are introduced in pairs as antagonists: Miranda and Xanthe are introduced as sisters (even if the latter is the former’s aunt) but one has Creole blood and the other has fair skin and blonde hair; Gillian and Astrid are two mothers, but one is sweet and friendly and the other is ill-tempered and resentful. 
Another thing that is clear from the very beginning is the presence of myths and fairy tales: in London in 1948 a baby is cursed during her baptism… doesn’t it sound like Sleeping Beauty? The relationship between Miranda and Xanthe reminds me of Cinderella: the elder daughter was ignored as soon as another daughter arrived.
The next pair of colours is blue and indigo and the story moves to the isle of Liamuiga in 1600: here we find the spirit of the dead Sycorax who tells the facts behind the colonization of the island. From this point on the references to Shakespeare's The Tempest multiply, starting from the characters’ names up to the central themes. Whereas in Shakespeare Sycorax was a witch, in Ms Warner’s novel she’s a woman who becomes some sort of shaman. The colour indigo is not simply the title of the section, it’s also a substance derived from plants through a very complex process and -in the long run- it stains Sycorax’s skin bluish. This gives a clear connotation to the character according to the symbolism of the colour: wisdom, knowledge, spiritual realization. 
The other shakespearean characters are also revisited in very particular ways: Caliban’s origins, for example, are in the body of an African slave who was found dead on the beach of the island after a shipwreck. Sycorax originally calls him Dulè, but the colonizers call him Caliban as a mangled form of the word ‘cannibal’. And then there’s Ariel who is somehow Caliban’s half-sister, according to the dual introduction of the characters.  Sycorax ‘adopts’ her when everybody else in the village rejects her. The choice of considering Ariel a female  is very peculiar, but it’s not much of a surprise if one knows Marina Warner and her interest in female characters. If one thinks about it, Ariel is quite feminine as a character: in Shakespeare it is the spirit of music and is somehow enslaved by Prospero. Also in Marina Warner’s novel Ariel can be considered the spirit of music: indeed, her songs accompany life on the island.
A new change of colours -to orange and red- occurs after the arrival of the colonizers: there’s an initial period of peace, even if the arrival of Kit Everard causes a serious injury to Sycorax who ends up singed and with a broken back, forced to walk bending forward… according to the traditional fairy-tale imagery of the witch (this also assimilates the character to Shakespeare’s).  An act of rebellion soon follows, led by Caliban but it is unsuccessful: in fact, Sycorax dies during the escape.
Given Ms Warner’s interest in postcolonial theories, the theme of colonization is ubiquitous: even the part set in contemporary London bears traces of it. Centuries after the events in Liamuiga, Londoners still plays Flinders -the colonizers’ game- and the names of the bases are those of the plantations on the island. 
I would say that the novel has a circular structure, because the contemporary characters (who are the direct descendants of the first colonizers) travel to the island and behave like modern colonizers: they profit from the beauty of the island opening a luxury hotel and exploiting the local people at the service of tourists and visitors. History repeats itself and intertwines whereas Sycorax’s spirit (somehow trapped in a tree, like in Shakespeare) can hear everything that happens on the island (voices and noises).
It is clear that Marina Warner knows postcolonial theorists: some themes directly refer to the works by Said and Thiongo, in particular. Underlying these theories is a consideration of language as power, used by the colonizers as a control instrument of the colonized. The idea that those who bring the language are also beacons of truth has a pivotal role. The relationship colonizer-colonized has always seen the latter as inferior, needing civilization, which was imposed by the dominant culture. 
Language has the power to give a name to things… in this sense it has a fundamental role in the novel if you consider that everything concerned with the island has a double name, starting from the island itself which originally was called Liamuiga and then was renamed Everhope. When the French arrived they called it Enfante-Béate, and was once again renamed Liamuiga when the inhabitants regained possession of their island. Ariel and Caliban also have double names: I have already mentioned caliban/Dulé; Ariel changes her name in Madame Verard when she is old. All these double names imply a reflection on identity, which is another important theme in postcolonial narrative. There’s the idea that the identity of the colonized is questioned by the colonizer. An example of that can be found in the relationship between Ariel and Kit Everard: Ariel starts speaking with the English using their language and this closeness is also marked by her affair with Kit Everard, with whom she has a daughter. As soon as he rejects their daughter, Ariel stops speaking. It’s a significant silence, if you consider the link between language and identity in the novel.

The last section is devoted to the colours maroon/black, that is dark red and black. The former is the colour of Mother Earth and it’s usually associated to healing and the power of defeating evil spirits. In this sense the colour black is probably to refer to the communion with ancestral spirits and to spiritual maturity. This section focuses on Miranda who finally puts her troubles behind her and apparently finds emotional balance. 

25 gen 2012

Marina Warner

Read it in English
Cavolo! Sono già 8 giorni che non posto niente! Gli impegni di fine quadrimestre hanno rallentato il mio ritmo di lettura e così, mentre sto finendo Indigo, trovo finalmente un po’ di tempo da dedicare a questo post su Marina Warner.
La cosa che mi ha colpita maggiormente di questa scrittrice è l’interesse costante per la femminilità, assieme allo studio del mito e della fiaba. Oltre a scrivere romanzi, infatti, ha pubblicato i suoi studi sul mito: dapprima si è occupata del culto della Vergine Maria, poi ha tenuto una serie di letture per la BBC su “Sei miti del nostro tempo”, fino al recente libro dedicato all’analisi delle Mille e una notte. L’interesse per la femminilità si intreccia con queste ricerche, dalla Vergine Maria passa a studiare la figura di eroina di Giovanna d’Arco, l’imperatrice cinese Dowager Tz’u-hsi, la regina Vittoria e, più in generale, l’utilizzo nell’arte di immagini femminili come allegorie. Tutto questo background traspira chiaramente nei romanzi, dove le figure femminili oltre ad avere un ruolo chiave, tradiscono una complessa stratificazione di riferimenti e significati. In particolare,  emerge potentemente l’idea di donne forti. Le figure, i miti, le allegorie studiate non possono che emergere nel momento della narrazione, come ne Il padre perduto, che risente molto dall’essere scritto poco dopo Allegory of the Female Form. Tra le varie opere, comunque, ho scelto di cominciare con Indigo non appena ho scoperto che si trattava di una rielaborazione della Tempesta di Shakespeare. E’ inutile aggiungere che adoro Shakespeare. Il mio interesse, in particolare, è rivolto proprio alle rielaborazioni, includendo sia quelle letterarie, che filmiche, musicali e artistiche. Il retaggio lasciato dal bardo ai posteri è monumentale e non riguarda solo i drammi maggiori (per i quali si può parlare di un vero e proprio mare di rielaborazioni).







Well, I’m already reading Indigo and I finally have some time to write a post on Marina Warner, the author. The thing that really struck me about her is her interest in femininity -as a theme- together with her studies on myth and fairy-tale. Besides writing novels she has also published books on myths: at first she dealt with the cult of the Virgin Mary, then she gave a series of lectures for BBC on “Six Myths of Our Time”, until her recent book devoted to the analysis of One thousands and One Nights. 
Her interest on femininity grew with her researches, from Virgin Mary she went on  studying Joan of Arc, the Chinese Empress Dowanger Tz’u-hsi, Queen Victoria and, more in general, the use of female allegories in art. This kind of background emerges clearly in her novels where the female characters besides having a key role also gain more complex meanings. The theme of strong women is clear. You can clearly perceive the myths, allegories and historical figures studied in her narrations, like in The Lost Father, which was written shortly after Allegory of the Female Form. I chose to start with Indigo as soon as I found out that it was a rewriting of Shakespeare’s The Tempest. It’s useless to say that I adore Shakesepeare. My interest precisely turns to the reworkings of different kinds: literary, filmic, musical and artistic. The legacy left by the bard to posterity is monumental and is not limited to his major works (for which we can talk about an ocean of reworkings).