14 feb 2021

"My Name Is Why": quando l'adozione fallisce...


Read it in English
Affascinata dalla storia personale di Lemn Sissay, ho deciso, mentre leggevo la sua raccolta di poesie, di ordinare anche l’autobiografia, appena uscita. Ero rimasta molto colpita dal modo in cui parlava di sè nel TED Talk e volevo leggere la sua versione dei fatti. 
L’ho letto tutto d’un fiato… in due giorni… non riuscivo a metterlo giù. Come immaginavo, Sissay da grande affabulatore qual è riesce a farti immedesimare subito facendo leva, almeno nel mio caso, sulla pietas umana, tocca quelle corde recondite che tutti noi abbiamo… la paura dell’abbandono, di rimanere soli…

La qualità maggiore di questo libro è quella di saper trasmettere le emozioni, le sensazioni provate da bambino. La lucidità con cui analizza ogni singolo evento ed ogni singolo ricordo e le sensazioni ad esso collegato è incredibile. 

Ho anche molto apprezzato la scelta di intervallare il racconto con i documenti e i rapporti ufficiali che si trovavano nel suo fascicolo personale e ai quali ha avuto accesso dopo molte traversie. Ma, soprattutto, ho apprezzato le parole che usa per descrivere l’abisso emozionale in cui l’hanno costretto… come se non ci fosse altro modo per dirlo… eppure nessuno l’aveva detto prima così. La persecuzione delle istituzioni, perpetrata attraverso le continue e oppressive burocrazie: 

“The Authority had been writing reports about me from the day I was born. My first footsteps were followed by the click clack clack of a typewriter.” “After eighteen years of experimentation The Authority threw me out. It locked the doors securely behind me and hid the files.” “Eighteen years of records written by strangers.”

Tutto è cominciato in Inghilterra nel lontano 1967 con una giovane etiope in stato interessante e una istituzione dell’epoca che Sissay descrive magistralmente con una metafora alimentare, le “baby farms”: 

“The mothers were the earth and the children were the crops. The church and state were the farmers and the adopting parents were the consumers.”

Esattamente come un prodotto da supermercato, il piccolo Lemn viene ‘comperato’ dalla famiglia Greenwood, dove trascorre quasi 12 anni della sua vita finchè quello che sembrava essere stato un grande atto di generosità in realtà si rivela per quello che era sempre stato: un atto di egoismo e (grande) ipocrisia. Il bimbo non soddisfa più i genitori adottivi che, nel frattempo, hanno avuto i bravi bimbi bianchi che avevano sempre desiderato e non concepiscono il sacrificio che un figlio comporta. Appena le cose si fanno poco più complicate del previsto, annaspano… fino all’atto discutibile di restituire ‘il pacchetto’. Ma quello che è davvero abominevole è l’aver anche cercato di far ricadere la colpa sul bambino e, soprattutto, convincere il bambino stesso di questo. Ecco… questo è imperdonabile.

Il baratro… 

“This was the beginning of the end of open arms and warm hugs. This was the beginning of empty christmas time and hollow birthdays. This was the beginning of not being touched.

Cosa può esserci di più crudele dell’essere rifiutato? L’essere ignorato… sicuramente. E infatti:

“This is how you become invisible. It isn’t the lack of photographs that erodes your memory. It is the underlying unkindness, which makes you feel as though you don’t matter enough. This is how to quickly deplete the sense of self-worth deep inside a child’s psyche. This is how a child becomes hidden in plain sight."

L’istituzionalizzazione, ovvero essere circondati da persone che stanno solo facendo un lavoro e non hanno un reale interesse per te e per le tue sorti...e soprattutto non avere sempre le stesse intorno… di modo che alla fine nessuno ha modo davvero di affezionarsi o provare empatia in qualche modo per te e la tua situazione… a volte perchè i dipendenti pubblici cambiano orari, turni, mansioni, lavoro… e a volte è il ragazzino stesso che viene spostato in altre strutture. 

“Children were moved haphazardly from home to home as objects of low emotional currency. Damaged goods. It was nothing personal."

Ovviamente, mano a mano che cresce e che la sua angoscia interiore peggiora, le strutture peggiorano con essa, fino ad arrivare al carcere minorile, dove davvero le sofferenze e i maltrattamenti diventano fisici oltre che psicologici.

“Wood End was a nightmare of unimaginable proportions, and it caused nightmares."

La fortuna di Lemn è stata quella di scrivere poesie e riuscire in qualche misterioso e magico modo a veicolare parte della sua angoscia nella scrittura. E… attraverso la poesia e la musica, avvicinarsi al movimento rastafariano e ad associazioni per i diritti dei minori.

L'unica scintilla di umanità in quel calvario la si può trovare nei rapporti scritti da un assistente sociale che ha seguito il caso per un lungo periodo: sembra l’unico essere umano ad essersi interessato veramente al bene del ragazzino e ad aver cercato di capirne le motivazioni e le emozioni: Norman Mills… grazie al quale ha i primi contatti che lo porteranno a ritrovare, molto tempo dopo, la sua vera madre e scoprire che in realtà non l’aveva mai abbandonato… a differenza della famiglia inglese adottiva. 

La storia personale di Lemn Sissay improvvisamente assurge a parabola grazie all'intensità delle due facciate in cui descrive il momento in cui scopre la sua storia originale e i documenti con il suo vero nome: WHY.

L’unica cosa che mi è dispiaciuta, alla fine del libro, è di non sapere che fine ha fatto Norman Mills e se Sissay ha in qualche modo riconosciuto a questo impiegato statale gli sforzi che ha fatto per cercare di proteggerlo all’interno del ginepraio con i pochi mezzi che aveva a sua disposizione: una macchina da scrivere ed una scheda per i rapporti.

Adesso capisco l’impegno che Sissay mette nel sostenere la causa dei bambini adottati e nel denunciare le condizioni delle case famiglia e delle strutture pubbliche che si occupano di minori.




MY NAME IS WHY: WHEN ADOPTION FAILS

While I was reading Mr Sissay's collection of poems, I grew interested in his story and decided to buy his autobiography, which had just been published. I was moved by his words in the TED Talk and wanted to read the whole story from his point of view. Well… the result is that I've read it in two days… I simply couldn't stop reading. Lemn Sissay is a great storyteller and you soon sympathize with him… it’s moving because it touches the untold strings of all human beings… fear of abandonment, of being alone, of not to be loved.

The most notable quality of this book is transmitting emotions, in particular the feelings he felt as a child. The clarity of his analysis of the events and his memories convey deep feelings and are truly moving.

I also appreciated the idea of interspersing the story with documents and official reports found in his personal files, files he was finally able to read after many difficulties. 

Above all, I appreciated the words he uses to describe the emotional abyss where he was forced… 

Bureaucracy followed him everywhere… it was almost a persecution: “The Authority had been writing reports about me from the day I was born. My first footsteps were followed by the click clack clack of a typewriter.” “After eighteen years of experimentation The Authority threw me out. It locked the doors securely behind me and hid the files.” “Eighteen years of records written by strangers”

Everything starts with a young Ethiopian woman who gets pregnant while in England back in 1967 and ends up in a typical institution of the time that Sissay describes using a food metaphor, the ‘baby farms’: “The mothers were the earth and the children were the crops. The church and state were the farmers and the adopting èarents were the consumers.”

Little Lemn was bought by the Greenwood family… like a product  at the supermarket… and he spent almost 12 years of his life with them. Until what seemed an act of love and generosity reveals itself as an act of selfishness and (big) hypocrisy. As soon as the child didn't meet the parents' expectations… he became a problem. And as The foster parents had had their own good white children in the meantime….the 'product' was suddenly returned to the 'seller'. The most abominable thing in all that is trying to make it seem the child's fault and, above all, convince the child. No way…

Emotional ruin follows: “This was the beginning of the end of open arms and warm hugs. This was the beginning of empty christmas time and hollow birthdays. This was the beginning of not being touched.”

Is there anything worse than being rejected? Well, being ignored. “This is how you become invisible. It isn’t the lack of photographs that erodes your memory. It is the underlying unkindness, which makes you feel as though you don’t matter enough. This is how to quickly deplete the sense of self-worth deep inside a child’s psyche. This is how a child becomes hidden in plain sight.”

Institutionalisation.... having people around you who are only doing their job but don’t care for you and are not really interested in your fate… worse than that when the people around you are always different… so, in the end, no one can feel affection for you or a little empathy or know your situation at all. Civil servants have different working hours and duties and “children were moved haphazardly from home to home as objects of low emotional currency. Damaged goods. It was nothing personal.”

As he grew, his interior anguish grows with him and the homes get worse and worse… until he reaches juvenile hall, where suffering and mistreatment become physical. “Wood End was a nightmare of unimaginable proportions, and it caused nightmares.”

Lemn was lucky enough to write poems and be able to channel his anguish in writing. And… through poems and music, he approached the rastafarian movement together with children’s rights’ associations and human rights in general.

A little spark of humanity followed him for a while, and we can find it in the reports written by a social worker who was on his case… this seems the only human being who was really interested in the sake of the child and tried to understand his motivations and his feelings: Norman Mills. He gave him the first contacts that helped Lemn find, much later, his true mother and discover that she had never abandoned him… unlike the British foster family who had adopted him. The most intense part of the book is when he finally finds out about his origins and the documents with his real name.

At the end of the book I was truly sorry not to know what happened to Norman Mills and if Sissay has somehow acknowledged him the efforts he had made trying to protect that child with the few means he had… a typewriter and a report sheet.

I have the greatest admiration for this man who could catch and channel his emotions on a page. I also appreciate and better understand now his commitment to support the cause of adopted children and condemn the conditions of foster homes and public structures.


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1 gen 2021

Lemn Sissay e la "poesia paesaggio"


Questa raccolta di Lemn Sissay contiene diverse poesie che sono diventate landmark poems, a cominciare da quella che apre la raccolta: ‘Let There Be Peace’

La possiamo infatti trovare a tutta parete su un edificio all’interno del campus dell’Università di Huddersfield come un monito a vedere la poesia che ci circonda tutti i giorni. Come ha dichiarato lo stesso Sissay “la poesia è attorno a noi sempre ma un sacco di gente non se ne accorge”. L’obiettivo dei landmark poems è proprio questo: far entrare la poesia nella quotidianità e fare in modo che entri a contatto con più gente possibile. 


Anche ‘Rain’, la seconda poesia della raccolta, ha subito le stesse sorti e la possiamo trovare a Dilworth Street a Manchester, sulle pareti dell’edificio che ospita il Gemini Cafè. In questo caso la poesia si fa immagine e rompicapo ed impegna il passante nella ricerca di un senso per quelle lettere apparentemente messe a caso, a ricreare visivamente l’effetto della pioggia… finchè ci si accorge che vanno lette in verticale. Il messaggio? Anch’esso ambiguo, apparentemente contrastante… ma che rivela il grande amore di Sissay per Manchester. Come egli stesso ha spiegato, solo un abitante della cittadina in questione può capirne il senso, ovvero che sono talmente abituati alla pioggia e ai repentini cambiamenti di tempo atmosferico che, a differenza delle altre persone, non associano più la pioggia con il maltempo.


Lemn Sissay sperimenta con le forme e con le parole: altra poesia simpaticamente enigmatica è ‘Patterns’ nella quale l’ordine in cui i versi devono essere letti è indicato da una sequenza numerica all’inizio di ciascuno. Il poeta sfida il lettore a trovare il senso mentre lo impegna nella risoluzione di un enigma. 

E poi, in mezzo alle altre, c’è qualche breve squarcio di realtà e del dramma vissuto da Sissay stesso, come nella poesia ‘Before We Get Into This’, dove la profondità del vuoto provato negli anni da orfano è rivelata in pochi ma densi e toccanti versi: 

No birthdays nor Christmas, / No telephone calls. It’s been that way / Since birth for what it’s worth / No next of skin.



LEMN SISSAY AND THE LANDSCAPE POEMS

This collection by Lemn Sissay contains some verses that have become landmark poems, starting from the opening one: ‘Let There Be Peace’. In fact we can find it wall-to-wall on a building inside the University campus of Huddersfield, as a reminder that we should always see poetry around us every day. Mr Sissay himself said that “poetry is always around us but a lot of people don’t notice”. Well, this is the aim of landmark poems: making poetry enter into everyday life and make it touch the lives of as many people as possible.

‘Rain’, the second poem in the collection, is also a landmark poem and we can find it in Dilworth Street, Manchester, on the walls of the building that houses the Gemini Cafè. In this case poetry can also be interpreted as an image and it’s also a puzzle, taking the passenger’s mind in the search for a meaning. Apparently, there’s no order in the letters on the wall… just the effect of rain. But then… you realize that they are meant to be read vertically. Their message is also confusing, contrasting… but it reveals Mr Sissay’s great love for Manchester. Only a Mancunian can understand the sense behind those lines: Mancunians are so used to rain and sudden changes in weather that rain is no longer considered bad weather.

Lemn Sissay explores words and patterns. Another pleasantly cryptic poem is ‘Patterns’ where the order of the lines is indicated by a number at the beginning of each line. The poet challenges the reader to find meaning and engages him/her in its solution as well. Among the lines of his poems there are also glimpses of the drama experienced by Sissay, like in ‘Before We Get Into This’ where the void experienced as an orphan is revealed in few but touching verses: ‘No birthdays nor CHristmas, / No telephone calls. It’s been that way / Since birth for what it’s worth / No next of skin.”

23 ago 2020

Lemn Sissay: il fallimento del sistema di adozioni britannico.

Lemn Sissay non è solo un poeta: è anche un musicista, un cabarettista, un commediografo ed un produttore. E’ un uomo dai molti talenti, insomma. Ma è anche un uomo dotato di una grande sensibilità artistica. Trasforma il dolore con l’uso delle parole: piccolo bimbo etiope adottato da una famiglia inglese, Lemn è cresciuto con un senso di abbandono e isolamento che caratterizzano ancora la sua opera. Le informazioni sulla sua vita non mancano in rete: la famiglia adottiva, dopo aver avuto altri figli, l’ha sostanzialmente “restituito” ad una struttura pubblica interrompendo ogni rapporto con lui. Aveva 12 anni e non fu mai più adottato da nessuno. Appena raggiunta la maggiore età si trasferì a Manchester e cominciò a proporre la sua poesia… e iniziò anche la lunga ricerca della madre naturale, che ritrovò 3 anni dopo.
Vicende come questa lasciano il segno e, nel caso di Sissay, permeano i suoi testi in mille modi diversi: dalla commozione alla rabbia all’ironia. E’ lui stesso a raccontare la sua storia in un TED Talk (una serie di conferenze annuali su temi vari, dalla tecnologia alla cultura… ma chi non conosce i TED Talk ormai?) nel quale  è particolarmente evidente la mescolanza di tragico e comico tipica di Sissay. Esordisce con umorismo, definendosi ‘child of state’ e spiegando l’espressione e giocando sui doppi sensi (‘Margaret Thatcher was my mother’) per poi snocciolare una sequenza di personaggi letterari e della cultura popolare che sono stati adottati o erano orfani (dai personaggi di Dickens a Batman). Infine arriva al personale e descrive che cosa ha significato per lui essere un child of state di colore in Inghilterra in quegli anni… e quello che racconta non è per nulla edificante: è un paesaggio dell’anima desolato e arido quello che ha trovato. Con una calma implacabile arriva in fondo al racconto lasciando senza parole chi ascolta. Ne vale davvero la pena, guardatelo:



Oggi vive a Manchester, una città da cui trae continuamente ispirazione e che lo ricambia con molte gratificazioni: le sue poesie, infatti, decorano i muri e i marciapiedi sotto forma di landmark poems (poesia paesaggio). 

Inoltre è rettore dell’università di Manchester dal 2015 e, nel 2012, è stato il poeta ufficiale delle Olimpiadi di Londra.
Il parco olimpico costruito per l’occasione è stato infatti decorato con i versi di molti poeti inglesi classici e contemporanei. Iniziativa lodevole che porta la poesia ‘tra la gente’ e proprio dove meno te la aspetti e volta a ricordarci che a tutti piace la poesia e che certi versi, certe parole… è innegabile… ci fanno subito sognare. Ebbene, i versi di Sissay sono scolpiti sulla protezione di un trasformatore elettrico e sono molto suggestivi perchè si tratta in realtà di un unico verso, ripetuto innumerevoli volte: ‘Living is in’. Per la natura stessa della parete su cui è impressa la poesia è stato necessario inserire un cartello di avvertimento per la sicurezza, che recita ‘Danger of Death’ (pericolo di morte) che dà al tutto una svolta di significato in chiave ironica… living is in danger of death… che è esattamente il contrario del significato originario che, nella ripetizione, portava a "living is in living". 













LEMN SISSAY: THE FAILURE OF THE BRITISH FOSTER CARE SYSTEM

Lemn Sissay is not just a poet: he’s also a musician, a stand-up comedian, a playwright and a producer. In short, he’s a man of many talents. But he’s also a man with great sensitivity. He can turn grief into something beautiful using words. When he was a small Ethiopian child, he was adopted by an English family, and he grew up with a deep feeling of abandonment and loneliness which still permeate his poetry. On the net there are a lot of information on his life: his adoptive family, after having children of their own, have practically “returned” him to the public institution breaking off relations with him. He was 12 at the time and was no longer adopted by anyone. As soon as he attained majority he moved to Manchester and started proposing his poems… he also started a long search for his birth mother. He found her after 3 years. Such stories leave a mark and, in Mr Sissay’s case, the marks permeate his texts in many different ways: from commotion to anger to irony. He tells his story in a TED Talk (a series of annual conferences on different topics, from technology to culture… but who doesn’t know what a TED Talk is today?), where Sissay’s typical mixture of tragic and ironic is very clear. In that talk he begins with humour, calling himself a ‘child of state’ and explaining what the phrase means and then playing with double meanings (‘Margaret Thatcher was my mother’). After that he lists a series of literary characters as well as characters from popular culture who were adopted or orphans (from Dickens to Batman). Finally, the speech becomes personal when he describes what it meant for him being a coloured child of state in England at the time… and what he tells is far from edifying: it’s a desolate and barren landscape of the soul. With unrelenting calm he makes it to the end of the speech leaving the listeners speechless. It’s really worth it: take the time to watch it. (See video above)

Today he lives in Manchester, a city from which he continually draws inspiration and which reciprocates with many rewards: in fact his words decorate the walls and pavements in the form of landmark poems. (See photos above)

He’s also been the rector of the University of Manchester since 2015. In 2012 he was the official poet of the London Olympics. The Olympic park was decorated with verses from English poets, both classic and modern. It was a praiseworthy initiative bringing poetry among the people and where you least expect it: an invitation to remember that everybody likes poetry and that some lines, some words… undeniably make us dream. Well, Mr Sissay’s lines are carved on an electric transformer protection and are very suggestive because it’s just one line repeated numerous times: ‘Living is in’. By the very nature of the wall where his poem is written it was necessary to add a warning sign that reads ‘Danger of Death’. That sign gives it an ironical turn in meaning… that is: living is in danger of death… which is exactly the opposite of the original meaning of the line that, once repeated, should bring to living is in living.

18 ago 2020

L'eclettismo culturale di Zadie Smith: "Cambiare idea"

 

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Si tratta di una raccolta di saggi su argomenti diversi, in cui Zadie Smith parla con uguale disinvoltura di letteratura, della sua vita personale e di cinema tenendole separate in sezioni intitolate Esistenze, Visioni, Sentimenti, Letture e Ricordi.
La prima sezione si concentra sul mestiere dello scrittore ed è la revisione di una conferenza alla Columbia University: Zadie ci accoglie in qualità di scrittrice e ci introduce al suo mestiere o, meglio, ci accompagna dietro le quinte ed affronta alcune questioni che tormentano gli scrittori da secoli. La prima riguarda proprio la scrittura: la Smith divide gli scrittori in due categorie, Macropianificatori e Microgestori, ammettendo subito di appartenere alla seconda. Non ci si vede proprio a pianificare l’intero corso di una storia decidendo fin dall’inizio come andrà a finire, lei è una cesellatrice di frasi e ce ne racconta le dinamiche… la difficoltà delle prime venti pagine di un romanzo, il rischio di essere colti da sindrome dell’ossessione da prospettiva, lo scrivere e riscrivere gli stessi passaggi infinite volte, la soddisfazione alla conclusione di un romanzo e il malessere nel ripensare invece al periodo in cui si soffriva per scriverlo. La scrittura come lavoro è un argomento su cui molti autori si sono soffermati ed ha risvolti che toccano anche la quota di parole giornaliera (che alcuni addirittura si impongono) o gli orari di lavoro (alcuni sono noti per sedersi alla scrivania al mattino e scrivere seguendo rigide tabelle di marcia, come in ufficio) ma anche la fatica dello scrivere (c’è  chi scrive di getto e chi soffre ogni parola) fino ad arrivare al temutissimo blocco dello scrittore.
Ma Zadie affronta subito un altro tema: quello che Harold Bloom chiamava The Anxiety of Influence (L’angoscia dell’influenza), ovvero l’ansia costante che l’influsso di qualche altro scrittore possa prendere il sopravvento e predominare nella propria opera. Anche in questo caso la Smith dichiara subito a che categoria appartiene:

“Certi scrittori sono come quei violinisti che per accordare lo strumento hanno bisogno del più totale silenzio. Altri invece vogliono sentire tutti i membri dell’orchestra… Io sono fatta così. La scrivania su cui lavoro è ingombra di romanzi aperti.”

Infine, si sofferma sulla relazione dello scrittore con la propria opera: figlia prediletta o rinnegata?
La dissertazione di Zadie Smith sui vari aspetti del mestiere dello scrittore, seppur ricca di spunti di riflessione e rivelatrice di una grande preparazione teorica, non mi ha ‘catturata’... e non per una problema relativo al genere (la saggistica) che, in realtà, amo molto. Forse perchè ho preferito la raccolta di Italo Calvino (Lezioni Americane) in cui l’autore propone, in una serie di conferenze destinate all’Università di Harvard, i valori da ‘salvare per il prossimo millennio’, ovvero gli elementi più importanti per lo scrittore dal suo punto di vista. Ne aveva individuati sei ma, purtroppo, ha fatto in tempo a trattarne solo cinque: leggerezza, rapidità, esattezza, visibilità e molteplicità. Per ciascuno ci rivela la sua ricetta personale e passa in rassegna esempi illustri in maniera davvero avvincente.

Nella sezione VISIONI la scrittrice passa il testimone alla cinefila. Qui si capisce che Zadie Smith ama il cinema, quello classico, quello degli anni d’oro di Hollywood, e lo si capisce dal modo in cui parla di certi film e di certe attrici in particolare… la Garbo, la Hepburn (Katharine, non Audrey). E’ un amore viscerale… anche se si percepisce molto meno nella parte delle recensioni dei film (io quella parte non l’avrei inclusa… non è al livello dell’altra).
La sua analisi di Katharine Hepburn mi fa venire voglia di vedere alcuni suoi film… che ritrovo nel mio archivio in quanto pietre miliari del cinema Hollywoodiano che, lo devo ammettere, anche io apprezzo molto. Ma, in realtà, devo anche confessare che non li ho mai visti… io sono sempre stata una fan di Audrey… non che l’una escluda l’altra… ma ho sempre trovato la prima un po’ troppo ‘spigolosa’, preferendo l’innocenza e l’ingenuità (apparente) della seconda.
Ho così cominciato con ‘La segretaria quasi privata’, seguito da ‘La costola di Adamo’ e… beh… mi sono ritrovata perfettamente d’accordo con quanto scritto da Zadie. I personaggi interpretati dalla Hepburn sono donne forti, veicolo di critica sociale, ma mai scontata, mai banale. Di base si ironizza sull’immagine della donna/moglie anni ‘40 (e ‘50 e poi anche ‘60), relegata in casa, a cura e custodia del marito, ma non c’è solo quello: ci sono rovesciamenti sull’intelligenza come prerogativa maschile, così come riflessioni sul senso materno (che non è così innato come sembra) e, naturalmente, la parità tra i sessi. Così mi rendo conto che quella ‘spigolosità’ che mi respingeva in realtà è uno dei tratti rivelatori della forza e determinazione con cui ha affrontato i suoi ruoli… ma anche la vita.
Nella terza parte abbiamo a che fare con Zadie figlia, una veste molto privata e personale, (non a caso la sezione si intitola SENTIMENTI) nella quale affronta fondamentalmente il rapporto con il padre che, scopriamo, partecipò nientemeno che allo sbarco in Normandia.
Ed infine la incontriamo in veste di lettrice, mentre ci commenta e analizza grandi romanzi e arriva perfino a scomodare Roland Barthes e la teoria decostruzionista della morte dell’autore. Zadie affronta il problema dell’autorialità e della proprietà di un testo, una volta pubblicato. Quanto rimane dell’autore e quanto è invece di proprietà di chi lo legge? Pur ammettendo il fascino che da lettrice ha sempre destato in lei questa teoria, da scrittrice è combattuta e  direi quasi restia a cedere le redini. Eppure è vero… ogni lettore porta il proprio vissuto, le proprie esperienze dentro un testo e lo legge reinterpretandolo alla luce di queste, che non coincideranno MAI con quelle dello scrittore… non può essere altrimenti.
Passando con scioltezza da un mestiere, ad un libro, ad un film, ad una fotografia di famiglia ci vengono mostrate le molte sfaccettature di una stessa persona, l’autrice.



ZADIE SMITH'S CULTURAL ECLECTICISM: "CHANGING MY MIND"

It’s a collection of short essays on different topics, where Zadie Smith writes with ease about literature, her personal life as well as films. She keeps all these things apart using sections like Reading, Being, Seeing, Feeling and Remembering.
The first section focuses on the writing job and it’s from a conference at Columbia University: Zadie welcomes us as a writer and introduces us to her job, or better behind the scenes where there are issues that have been troubling writers for centuries. This part is on writing: Mrs Smith divides writers into two categories: Macro planners and Micro managers, and she admits belonging to the latter. She can’t see herself planning the whole story from the beginning to the very end… she crafts sentences and tells us about the dynamic… the struggles of the first twenty pages of a novel, the risk of being caught by the obsessive perspective disorder (when you write and re-write the same sentences again and again), the satisfaction when you finish a novel and the discomfort when you think back to the time you were struggling to write it down. A lot of writers have written about the writing job: some of them have a daily quota of words or fixed working hours (some of them even sit down to their desks early in the morning and write according to a tight schedule). But they also write about the struggle to write (some writers just bang out words whereas others suffer for every syllable) and the feared writer’s block.
She deals with another important topic, directly from Harold Bloom’s The Anxiety of Influence, that is the constant feeling of anxiety that the influence from some other writer takes over and dominates your works. Zadie’s opinion is clear:

Some writers are the kind of solo violinists who need complete silence to tune their instruments. Others want to hear every member of the orchestra—they’ll take a cue from a clarinet, from an oboe, even. I am one of those. My writing desk is covered in open novels. 

Finally, she dwells on the relationship between the writer and his/her work: favourite or disowned daughter?
Zadie’s dissertation on the various aspects of being a writer, although thought-provoking, didn’t capture me… and it wasn’t for the genre (essay) which, as a matter of fact, I like a lot. Maybe it’s because I definitely preferred Italo Calvino’s collection of essays on similar topics (Six Memos for the Next Millennium) where the Italian writer suggested -in a series of conferences for Harvard University- the values to be saved for the next millennium, that is the most important things for a writer, from his point of view. The values were supposed to be six but, unfortunately, he could write down only five conferences: lightness, speed, accuracy, visibility and multiplicity. He gave us his personal recipe for each and discussed some illustrious examples… really fascinating.

It’s in the section BEING that the cinephile comes out and we understand that Zadie Smith loves movies, above all the great classics, the golden age of Hollywood. It’s clear from the way she writes about some films and some actresses like Garbo, Hepburn (Katharine, not Audrey). It’s visceral love… although it’s less clear when she reviews films (I wouldn’t have included that part in the collection).
Her analysis of Katharine Hepburn made me want to see her films… which I promptly found in my archive because they are milestones of Hollywood cinema. And I love it, too. But I must admit that I had never watched them… I have always been a fan of Audrey… it’s not like they’re mutually exclusive… but I have always found Katharine a little bit “rugged”, preferring Audrey’s (apparent) innocence and naivety.
So, I started with Desk Set, followed by Adam’s Rib and… well, I fully agree with Zadie’s idea. The characters played by Katharine Hepburn are strong women, vehicles of social criticism, but never obvious, never trivial. They are generally ironic about the image of women in the 40’s (and 50’s and also 60’s), closed in her home, taking care of her husband. But there’s more: there are also reversals on concepts like intelligence as a male prerogative, as well as reflections on motherliness (which is not as inherent as it seems) and, of course, gender equality. I finally realized that the roughness is actually one of her most peculiar traits, revealing the strength and the determination with which she played her roles… and lived her life.
In the third part we can learn about Zadie as a daughter, a very private and personal picture of her relationship with her father who took part in D-Day in Normandy.
And finally Zadie as a reader comments and analyzes great novels, mentioning Roland Barthes and the deconstructionist idea of the death of the author. She deals with topics such as authorship and ownership of a text, once published. How much remains of the author and how much belongs to the reader? When she was a reader she was interested in the theories of appropriation, but as a writer she feels torn on that same topic, even reluctant to hand over the reins. And yet… it’s true… anyone can bring his/her own experiences into a text and re-interpret that text accordingly, a reinterpretation that can’t coincide with the writer’s idea.

Passing from a job, to a book, to a film, to a family photo… we are shown different facets of the same person, the author.

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