23 ago 2020

Lemn Sissay: il fallimento del sistema di adozioni britannico.

Lemn Sissay non è solo un poeta: è anche un musicista, un cabarettista, un commediografo ed un produttore. E’ un uomo dai molti talenti, insomma. Ma è anche un uomo dotato di una grande sensibilità artistica. Trasforma il dolore con l’uso delle parole: piccolo bimbo etiope adottato da una famiglia inglese, Lemn è cresciuto con un senso di abbandono e isolamento che caratterizzano ancora la sua opera. Le informazioni sulla sua vita non mancano in rete: la famiglia adottiva, dopo aver avuto altri figli, l’ha sostanzialmente “restituito” ad una struttura pubblica interrompendo ogni rapporto con lui. Aveva 12 anni e non fu mai più adottato da nessuno. Appena raggiunta la maggiore età si trasferì a Manchester e cominciò a proporre la sua poesia… e iniziò anche la lunga ricerca della madre naturale, che ritrovò 3 anni dopo.
Vicende come questa lasciano il segno e, nel caso di Sissay, permeano i suoi testi in mille modi diversi: dalla commozione alla rabbia all’ironia. E’ lui stesso a raccontare la sua storia in un TED Talk (una serie di conferenze annuali su temi vari, dalla tecnologia alla cultura… ma chi non conosce i TED Talk ormai?) nel quale  è particolarmente evidente la mescolanza di tragico e comico tipica di Sissay. Esordisce con umorismo, definendosi ‘child of state’ e spiegando l’espressione e giocando sui doppi sensi (‘Margaret Thatcher was my mother’) per poi snocciolare una sequenza di personaggi letterari e della cultura popolare che sono stati adottati o erano orfani (dai personaggi di Dickens a Batman). Infine arriva al personale e descrive che cosa ha significato per lui essere un child of state di colore in Inghilterra in quegli anni… e quello che racconta non è per nulla edificante: è un paesaggio dell’anima desolato e arido quello che ha trovato. Con una calma implacabile arriva in fondo al racconto lasciando senza parole chi ascolta. Ne vale davvero la pena, guardatelo:



Oggi vive a Manchester, una città da cui trae continuamente ispirazione e che lo ricambia con molte gratificazioni: le sue poesie, infatti, decorano i muri e i marciapiedi sotto forma di landmark poems (poesia paesaggio). 

Inoltre è rettore dell’università di Manchester dal 2015 e, nel 2012, è stato il poeta ufficiale delle Olimpiadi di Londra.
Il parco olimpico costruito per l’occasione è stato infatti decorato con i versi di molti poeti inglesi classici e contemporanei. Iniziativa lodevole che porta la poesia ‘tra la gente’ e proprio dove meno te la aspetti e volta a ricordarci che a tutti piace la poesia e che certi versi, certe parole… è innegabile… ci fanno subito sognare. Ebbene, i versi di Sissay sono scolpiti sulla protezione di un trasformatore elettrico e sono molto suggestivi perchè si tratta in realtà di un unico verso, ripetuto innumerevoli volte: ‘Living is in’. Per la natura stessa della parete su cui è impressa la poesia è stato necessario inserire un cartello di avvertimento per la sicurezza, che recita ‘Danger of Death’ (pericolo di morte) che dà al tutto una svolta di significato in chiave ironica… living is in danger of death… che è esattamente il contrario del significato originario che, nella ripetizione, portava a "living is in living". 













LEMN SISSAY: THE FAILURE OF THE BRITISH FOSTER CARE SYSTEM

Lemn Sissay is not just a poet: he’s also a musician, a stand-up comedian, a playwright and a producer. In short, he’s a man of many talents. But he’s also a man with great sensitivity. He can turn grief into something beautiful using words. When he was a small Ethiopian child, he was adopted by an English family, and he grew up with a deep feeling of abandonment and loneliness which still permeate his poetry. On the net there are a lot of information on his life: his adoptive family, after having children of their own, have practically “returned” him to the public institution breaking off relations with him. He was 12 at the time and was no longer adopted by anyone. As soon as he attained majority he moved to Manchester and started proposing his poems… he also started a long search for his birth mother. He found her after 3 years. Such stories leave a mark and, in Mr Sissay’s case, the marks permeate his texts in many different ways: from commotion to anger to irony. He tells his story in a TED Talk (a series of annual conferences on different topics, from technology to culture… but who doesn’t know what a TED Talk is today?), where Sissay’s typical mixture of tragic and ironic is very clear. In that talk he begins with humour, calling himself a ‘child of state’ and explaining what the phrase means and then playing with double meanings (‘Margaret Thatcher was my mother’). After that he lists a series of literary characters as well as characters from popular culture who were adopted or orphans (from Dickens to Batman). Finally, the speech becomes personal when he describes what it meant for him being a coloured child of state in England at the time… and what he tells is far from edifying: it’s a desolate and barren landscape of the soul. With unrelenting calm he makes it to the end of the speech leaving the listeners speechless. It’s really worth it: take the time to watch it. (See video above)

Today he lives in Manchester, a city from which he continually draws inspiration and which reciprocates with many rewards: in fact his words decorate the walls and pavements in the form of landmark poems. (See photos above)

He’s also been the rector of the University of Manchester since 2015. In 2012 he was the official poet of the London Olympics. The Olympic park was decorated with verses from English poets, both classic and modern. It was a praiseworthy initiative bringing poetry among the people and where you least expect it: an invitation to remember that everybody likes poetry and that some lines, some words… undeniably make us dream. Well, Mr Sissay’s lines are carved on an electric transformer protection and are very suggestive because it’s just one line repeated numerous times: ‘Living is in’. By the very nature of the wall where his poem is written it was necessary to add a warning sign that reads ‘Danger of Death’. That sign gives it an ironical turn in meaning… that is: living is in danger of death… which is exactly the opposite of the original meaning of the line that, once repeated, should bring to living is in living.

18 ago 2020

L'eclettismo culturale di Zadie Smith: "Cambiare idea"

 

Read it in English
Si tratta di una raccolta di saggi su argomenti diversi, in cui Zadie Smith parla con uguale disinvoltura di letteratura, della sua vita personale e di cinema tenendole separate in sezioni intitolate Esistenze, Visioni, Sentimenti, Letture e Ricordi.
La prima sezione si concentra sul mestiere dello scrittore ed è la revisione di una conferenza alla Columbia University: Zadie ci accoglie in qualità di scrittrice e ci introduce al suo mestiere o, meglio, ci accompagna dietro le quinte ed affronta alcune questioni che tormentano gli scrittori da secoli. La prima riguarda proprio la scrittura: la Smith divide gli scrittori in due categorie, Macropianificatori e Microgestori, ammettendo subito di appartenere alla seconda. Non ci si vede proprio a pianificare l’intero corso di una storia decidendo fin dall’inizio come andrà a finire, lei è una cesellatrice di frasi e ce ne racconta le dinamiche… la difficoltà delle prime venti pagine di un romanzo, il rischio di essere colti da sindrome dell’ossessione da prospettiva, lo scrivere e riscrivere gli stessi passaggi infinite volte, la soddisfazione alla conclusione di un romanzo e il malessere nel ripensare invece al periodo in cui si soffriva per scriverlo. La scrittura come lavoro è un argomento su cui molti autori si sono soffermati ed ha risvolti che toccano anche la quota di parole giornaliera (che alcuni addirittura si impongono) o gli orari di lavoro (alcuni sono noti per sedersi alla scrivania al mattino e scrivere seguendo rigide tabelle di marcia, come in ufficio) ma anche la fatica dello scrivere (c’è  chi scrive di getto e chi soffre ogni parola) fino ad arrivare al temutissimo blocco dello scrittore.
Ma Zadie affronta subito un altro tema: quello che Harold Bloom chiamava The Anxiety of Influence (L’angoscia dell’influenza), ovvero l’ansia costante che l’influsso di qualche altro scrittore possa prendere il sopravvento e predominare nella propria opera. Anche in questo caso la Smith dichiara subito a che categoria appartiene:

“Certi scrittori sono come quei violinisti che per accordare lo strumento hanno bisogno del più totale silenzio. Altri invece vogliono sentire tutti i membri dell’orchestra… Io sono fatta così. La scrivania su cui lavoro è ingombra di romanzi aperti.”

Infine, si sofferma sulla relazione dello scrittore con la propria opera: figlia prediletta o rinnegata?
La dissertazione di Zadie Smith sui vari aspetti del mestiere dello scrittore, seppur ricca di spunti di riflessione e rivelatrice di una grande preparazione teorica, non mi ha ‘catturata’... e non per una problema relativo al genere (la saggistica) che, in realtà, amo molto. Forse perchè ho preferito la raccolta di Italo Calvino (Lezioni Americane) in cui l’autore propone, in una serie di conferenze destinate all’Università di Harvard, i valori da ‘salvare per il prossimo millennio’, ovvero gli elementi più importanti per lo scrittore dal suo punto di vista. Ne aveva individuati sei ma, purtroppo, ha fatto in tempo a trattarne solo cinque: leggerezza, rapidità, esattezza, visibilità e molteplicità. Per ciascuno ci rivela la sua ricetta personale e passa in rassegna esempi illustri in maniera davvero avvincente.

Nella sezione VISIONI la scrittrice passa il testimone alla cinefila. Qui si capisce che Zadie Smith ama il cinema, quello classico, quello degli anni d’oro di Hollywood, e lo si capisce dal modo in cui parla di certi film e di certe attrici in particolare… la Garbo, la Hepburn (Katharine, non Audrey). E’ un amore viscerale… anche se si percepisce molto meno nella parte delle recensioni dei film (io quella parte non l’avrei inclusa… non è al livello dell’altra).
La sua analisi di Katharine Hepburn mi fa venire voglia di vedere alcuni suoi film… che ritrovo nel mio archivio in quanto pietre miliari del cinema Hollywoodiano che, lo devo ammettere, anche io apprezzo molto. Ma, in realtà, devo anche confessare che non li ho mai visti… io sono sempre stata una fan di Audrey… non che l’una escluda l’altra… ma ho sempre trovato la prima un po’ troppo ‘spigolosa’, preferendo l’innocenza e l’ingenuità (apparente) della seconda.
Ho così cominciato con ‘La segretaria quasi privata’, seguito da ‘La costola di Adamo’ e… beh… mi sono ritrovata perfettamente d’accordo con quanto scritto da Zadie. I personaggi interpretati dalla Hepburn sono donne forti, veicolo di critica sociale, ma mai scontata, mai banale. Di base si ironizza sull’immagine della donna/moglie anni ‘40 (e ‘50 e poi anche ‘60), relegata in casa, a cura e custodia del marito, ma non c’è solo quello: ci sono rovesciamenti sull’intelligenza come prerogativa maschile, così come riflessioni sul senso materno (che non è così innato come sembra) e, naturalmente, la parità tra i sessi. Così mi rendo conto che quella ‘spigolosità’ che mi respingeva in realtà è uno dei tratti rivelatori della forza e determinazione con cui ha affrontato i suoi ruoli… ma anche la vita.
Nella terza parte abbiamo a che fare con Zadie figlia, una veste molto privata e personale, (non a caso la sezione si intitola SENTIMENTI) nella quale affronta fondamentalmente il rapporto con il padre che, scopriamo, partecipò nientemeno che allo sbarco in Normandia.
Ed infine la incontriamo in veste di lettrice, mentre ci commenta e analizza grandi romanzi e arriva perfino a scomodare Roland Barthes e la teoria decostruzionista della morte dell’autore. Zadie affronta il problema dell’autorialità e della proprietà di un testo, una volta pubblicato. Quanto rimane dell’autore e quanto è invece di proprietà di chi lo legge? Pur ammettendo il fascino che da lettrice ha sempre destato in lei questa teoria, da scrittrice è combattuta e  direi quasi restia a cedere le redini. Eppure è vero… ogni lettore porta il proprio vissuto, le proprie esperienze dentro un testo e lo legge reinterpretandolo alla luce di queste, che non coincideranno MAI con quelle dello scrittore… non può essere altrimenti.
Passando con scioltezza da un mestiere, ad un libro, ad un film, ad una fotografia di famiglia ci vengono mostrate le molte sfaccettature di una stessa persona, l’autrice.



ZADIE SMITH'S CULTURAL ECLECTICISM: "CHANGING MY MIND"

It’s a collection of short essays on different topics, where Zadie Smith writes with ease about literature, her personal life as well as films. She keeps all these things apart using sections like Reading, Being, Seeing, Feeling and Remembering.
The first section focuses on the writing job and it’s from a conference at Columbia University: Zadie welcomes us as a writer and introduces us to her job, or better behind the scenes where there are issues that have been troubling writers for centuries. This part is on writing: Mrs Smith divides writers into two categories: Macro planners and Micro managers, and she admits belonging to the latter. She can’t see herself planning the whole story from the beginning to the very end… she crafts sentences and tells us about the dynamic… the struggles of the first twenty pages of a novel, the risk of being caught by the obsessive perspective disorder (when you write and re-write the same sentences again and again), the satisfaction when you finish a novel and the discomfort when you think back to the time you were struggling to write it down. A lot of writers have written about the writing job: some of them have a daily quota of words or fixed working hours (some of them even sit down to their desks early in the morning and write according to a tight schedule). But they also write about the struggle to write (some writers just bang out words whereas others suffer for every syllable) and the feared writer’s block.
She deals with another important topic, directly from Harold Bloom’s The Anxiety of Influence, that is the constant feeling of anxiety that the influence from some other writer takes over and dominates your works. Zadie’s opinion is clear:

Some writers are the kind of solo violinists who need complete silence to tune their instruments. Others want to hear every member of the orchestra—they’ll take a cue from a clarinet, from an oboe, even. I am one of those. My writing desk is covered in open novels. 

Finally, she dwells on the relationship between the writer and his/her work: favourite or disowned daughter?
Zadie’s dissertation on the various aspects of being a writer, although thought-provoking, didn’t capture me… and it wasn’t for the genre (essay) which, as a matter of fact, I like a lot. Maybe it’s because I definitely preferred Italo Calvino’s collection of essays on similar topics (Six Memos for the Next Millennium) where the Italian writer suggested -in a series of conferences for Harvard University- the values to be saved for the next millennium, that is the most important things for a writer, from his point of view. The values were supposed to be six but, unfortunately, he could write down only five conferences: lightness, speed, accuracy, visibility and multiplicity. He gave us his personal recipe for each and discussed some illustrious examples… really fascinating.

It’s in the section BEING that the cinephile comes out and we understand that Zadie Smith loves movies, above all the great classics, the golden age of Hollywood. It’s clear from the way she writes about some films and some actresses like Garbo, Hepburn (Katharine, not Audrey). It’s visceral love… although it’s less clear when she reviews films (I wouldn’t have included that part in the collection).
Her analysis of Katharine Hepburn made me want to see her films… which I promptly found in my archive because they are milestones of Hollywood cinema. And I love it, too. But I must admit that I had never watched them… I have always been a fan of Audrey… it’s not like they’re mutually exclusive… but I have always found Katharine a little bit “rugged”, preferring Audrey’s (apparent) innocence and naivety.
So, I started with Desk Set, followed by Adam’s Rib and… well, I fully agree with Zadie’s idea. The characters played by Katharine Hepburn are strong women, vehicles of social criticism, but never obvious, never trivial. They are generally ironic about the image of women in the 40’s (and 50’s and also 60’s), closed in her home, taking care of her husband. But there’s more: there are also reversals on concepts like intelligence as a male prerogative, as well as reflections on motherliness (which is not as inherent as it seems) and, of course, gender equality. I finally realized that the roughness is actually one of her most peculiar traits, revealing the strength and the determination with which she played her roles… and lived her life.
In the third part we can learn about Zadie as a daughter, a very private and personal picture of her relationship with her father who took part in D-Day in Normandy.
And finally Zadie as a reader comments and analyzes great novels, mentioning Roland Barthes and the deconstructionist idea of the death of the author. She deals with topics such as authorship and ownership of a text, once published. How much remains of the author and how much belongs to the reader? When she was a reader she was interested in the theories of appropriation, but as a writer she feels torn on that same topic, even reluctant to hand over the reins. And yet… it’s true… anyone can bring his/her own experiences into a text and re-interpret that text accordingly, a reinterpretation that can’t coincide with the writer’s idea.

Passing from a job, to a book, to a film, to a family photo… we are shown different facets of the same person, the author.

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2 ago 2020

Zadie Smith e il mestiere dello scrittore.



Perchè scrivere di Zadie Smith: piccolo saggio sul ruolo dello scrittore nella società attuale, che prende la forma di una ricerca il cui obiettivo è dimostrare che, in fondo, in ogni epoca gli scrittori si sono sentiti trascurati e disprezzati… partendo da Pope e paragonando la satira dei pamphlet ad Internet… e dimostrando così di conoscere bene il suo mestiere, di essere preparata, di avere una solida formazione culturale. 
Ma la sua personale risposta è… opaca… lascia percepire la frustrazione della scrittura nel mondo moderno. Forse è per questo che il titolo stesso della raccolta è in forma di domanda, ma manca del punto interrogativo… come a dire, in bilico tra una certezza ed il desiderio di sapere.
Utilizza aggettivi come ‘assurdo’ e ‘ridicolo’ parlando dello scrittore e sembra quasi che vi sia un rovesciamento rispetto ai grandi esempi delle epoche passate. Nonostante il disprezzo, Pope era consapevole della sua autorialità e ne andava fiero… così come Nabokov e Orwell.
Paradossalmente allo scrittore contemporaneo capita il contrario: non si sente tale, è assalito dai dubbi, è alla ricerca di una identità, si sente inutile… e più il pubblico apprezza, più lo scrittore si sente tale. 
Ma il fallimento è sempre dietro l’angolo e questa pare essere la paura più grande. E’ inutile, la paura del giudizio altrui influenza le nostre azioni, i nostri pensieri… eppure non sempre il fallimento è negativo: le maggiori opere letterarie sono nate dai tentativi di scrivere il romanzo perfetto, tentativi falliti. Perchè si tratta di un concetto che nella realtà non esiste, un ideale irraggiungibile. Eppure, l’inseguimento di quell’ideale, quello che Zadie Smith definisce il ‘fallimento risucito’, tirerà fuori il meglio da noi stessi.




ZADIE SMITH AND THE WRITING JOB
Perchè scrivere by Zadie Smith: it’s a small essay on the role of the writer in today’s society: the aim is to prove that writers have almost always felt neglected or despised… starting from Pope and comparing his satire in pamphlets to Internet… demonstrating knowledge of her job, as well as a solid cultural training. But her personal opinion is… well… not clear… one can perceive some sort of frustration of being a writer in today’s world. Maybe that’s why the title of this collection of essays is in the form of a question (Why write, which is also the title of the lectio magistralis she gave in Florence in 2011 and is included in the collection) without the question mark… as if to say, between certainty and the desire to know.
She uses adjectives like ‘absurd’ or ‘ridiculous’ when she talks about the writing job and I get the impression that there’s some kind of reversal in the role of the writer compared to previous eras. Despite the public disdain towards writers, Pope was very aware of his authorship and he was proud of it… the same was for Nabokov and Orwell. 
Paradoxically, contemporary writers feel the opposite: they are never completely aware, they feel doubts, they are in search of an identity, they feel useless… and the more the public like them, the more the writer is aware of his/her role. 
But failure is always around the corner and this seems to be a writer’s greatest fear. It goes without saying, our fear of social judgement has a great influence on our actions, and our thoughts as well… and yet failure isn’t always negative: the greatest literary works were born out of attempts to write the perfect novel, failed attempts. It’s an ideal, which is not reflected in reality, inaccessible. However, the pursuit of that ideal, which Zadie Smith calls an honorable failure, will bring out the best in people (especially witers).

25 lug 2020

NW: Storie multirazziali tra i sobborghi di Londra.


Devo ammettere che ho letto questo libro lo scorso anno, durante le vacanze estive. Casualmente mi sono ritrovata a leggere NW insieme a Gita al faro (Virginia Woolf), e questo perchè eravamo in vacanza proprio in un faro. 
Piccola digressione: da sempre subisco il fascino di questi stupendi edifici e credo che tutto sia cominciato da piccola con la visione di Elliot il drago invisibile (versione del 1977 della Disney, non quello recente). Mi sono rimasti impressi il faro e la figura del guardiano. Da allora ho sempre apprezzato le foto di fari, così intense, suggestive, pittoresche (usando un termine del romanticismo). A questa predisposizione si è aggiunta, molti anni dopo, la lettura di un libro di Bella Bathurst sui fari di Scozia e della famiglia che li ha realizzati. Da lì è nato in me il desiderio di vederli da vicino e di visitarli. Ho programmato una vacanza in Scozia inserendo, naturalmente, una notte in un faro trasformato in hotel (il bellissimo Corsewall Lighthouse). Meraviglioso! Non si può raccontare l’emozione di dormire e svegliarsi di fronte all’oceano.
Fatto sta che qualche anno dopo, forse in preda alla nostalgia, mio marito mi ha proposto un’altra vacanza in un faro, questa volta in Italia. Ed ecco come mi sono ritrovata al Faro di Punta Fenaio sull’Isola del Giglio, immersa nella natura, a leggere NW di Zadie Smith
Prima di partire mi era venuta una delle mie idee balzane: perchè non portare con me Gita al faro della Woolf e leggerlo nell’ambientazione giusta? Mi è accaduto altre volte di abbinare una vacanza ad un libro: ad esempio a Firenze l’anno in cui presi con me Camera con vista di Forster, oppure quando a Venezia ripercorsi le tappe di L’angelo della Signora Garnet della Vickers. Esperienze uniche!
Così, tornando al nostro libro, mi sono ritrovata un testo della Woolf tra le mani mentre leggevo anche Zadie Smith. E mi sono resa effettivamente conto di quanto lo stile fosse simile nonostante il divario tra le due scrittrici. Come accennavo all’inizio, quello della Smith è un flusso di coscienza serrato ma ancora narrativo (a differenza del flusso serratissimo di Joyce). Superate le prime pagine di ‘assestamento’ nelle quali il lettore deve capire la situazione dentro la quale è stato catapultato ecco che si ritrova nella testa di Leah Hanwell, una donna di origini irlandesi in un sobborgo di Londra.
Il romanzo è diviso in cinque sezioni, ciascuna scritta con uno stile caratteristico: VISITATION, nella quale prevale il flusso di pensieri; GUEST in cui prevale la narrazione in terza persona; HOST che è composto da frammenti narrativi; CROSSING e VISITATION, nuovamente in terza persona, che danno una chiusura circolare al romanzo. Ogni sezione è incentrata su un personaggio diverso: le vite di questi personaggi, tutti in qualche modo appartenenti alla zona nord-occidentale di Londra, si intrecciano attorno ad un evento tragico che ci viene svelato fin dall’inizio, trasmettendo così  al lettore un’atmosfera di sventura alle vicende raccontate. L’incomprensione sembra essere ciò che i vari personaggi hanno in comune: c’è tra Leah, la protagonista, e Michel, il suo compagno; tra lei e la sua ‘migliore amica’ Keisha (che però si fa chiamare Natalie); tra quest’ultima e la sua famiglia di origine e alla fine anche tra lei ed il marito... è come se ci fosse una costante frizione tra i personaggi e Zadie Smith è brava a scavare nell’animo umano, tirando fuori anche ciò che spesso non si dice e che sembra brutale… come talvolta la persona che ti irrita di più sia proprio la tua migliore amica.
Uno dei temi costanti di Zadie Smith è la multiculturalità, ma qui non è positiva: paradossalmente proprio dove essa è maggiormente presente se ne vedono le contraddizioni insite nella convivenza di etnie diverse. Il cosiddetto ‘culture cluster’ è evidente: sembra quasi una tacita guerra tra etnie, ciascuna delle quali considera le altre in qualche modo inferiori.
Ma la Smith non si limita a raccontarci una storia: come accennato all’inizio, lei gioca con i generi (e lo sa fare anche bene) e con le parole. Ad un certo punto il flusso di coscienza si modernizza e diventa flusso digitale, con la sequenza di SMS scambiati tra i personaggi, senza filtri, senza punteggiatura.
Sicuramente la sfida più intrigante che il libro pone al lettore è quella del mistero del numero 37: all’inizio non ci si fa proprio caso, se non si è un lettore molto attento, poi all’improvviso si è colti da un dubbio e si torna indietro a ricontrollare le pagine già lette. E’ a quel punto che ci si rende conto che nella numerazione dei capitoli qualcosa non torna: si comincia già dal capitolo 11, che è stranamente seguito da un capitolo 37 e poi da un capitolo 12, come se niente fosse (...e sarei proprio curiosa di sapere quanti se ne sono accorti subito!). In quel capitolo, brevissimo, c’è una sorta di apologia del numero 37 che “è un numero magico dal quale siamo attratti” e si fa riferimento ad un numero civico, a cui corrisponde un preciso  edificio, una casa occupata. Poi il fenomeno si ripete dopo il capitolo 15, questa volta senza ulteriori riferimenti, e di nuovo dopo il 17. Qual è il ruolo e il significato dei capitoli 37 nella prima parte? Al lettore l’ardua sentenza. 
La seconda parte, invece, è caratterizzata da codici postali e indirizzi e si ha l’impressione che siano in qualche modo le tappe di una visita (essendo il titolo della seconda parte GUEST, ovvero il riferimento ad una persona che fa visita a qualcuno). 
La terza parte, dedicata ad un altro personaggio chiave, Keisha/Natalie, la migliore amica di Leah,  più che in capitoli è divisa in brevi frammenti numerati, che ricordano una specie di elenco, all’interno del quale ritroviamo nuovamente il numero 37 e questa volta il riferimento è ad un autobus e al suo tragitto… e nella lista il numero 37 viene saltato: si passa direttamente dal 36 al 38. 
La quarta parte, PASSAGGIO, ha come titoli di capitolo dei brevi tragitti (ad esempio: Da Willesden Lane a Kilburn High Road), che segnano le tappe di una fuga: la fuga di Nathan e Natalie, che rappresenta apparentemente l’emancipazione dalle proprie origini ed il passaggio ad una classe sociale superiore… che invece si rivela un fallimento. I tentativi di sopprimere la sua natura, di rinnegare le sue origini ha avuto come conseguenza la cancellazione dell’identità, un vuoto interiore che è sempre più evidente mano a mano che si prosegue con la lettura e che sfocia, appunto, in un ritorno ed una fuga insensata tra i sobborghi.





ZADIE SMITH, NW: MULTIRACIAL STORIES ACROSS THE SUBURBS OF LONDON
I must admit that I read this book last year, during our summer holidays. At the time I accidentally found  myself reading NW together with To the Lighthouse (Virginia Woolf)... that was because we were on holiday in a lighthouse. 
A small digression: I have always been fascinated by those magnificent buildings and I believe the fascination started when I was a child after watching Pete’s Dragon (Disney version, 1977). The lighthouse and the lighthouse keeper remained imprinted on my mind. Since then, I’ve always appreciated the pictures of lighthouses, so inspiring, so suggestive and picturesque -using a Romantic term. Many years later, a book by Bella Bathurst on the lighthouses of Scotland and the family that had built them added interest to my predisposition. That book brought about my desire to see them up close. So it was that I planned a holiday in Scotland with a night in a lighthouse turned into a hotel (the beautiful Corsewall Lighthouse). Wonderful! I can’t describe how exciting it was to sleep and wake up in front of the ocean. A few years later my husband -maybe prey to nostalgia- proposed another holiday in a lighthouse, this time in Italy. And there, at Punta Fenaio lighthouse on Giglio Island, surrounded by nature, I read NW by Zadie Smith. Before leaving I had a brilliant thought: why not bringing Virginia Woolf’s To the Lighthouse with me and read it in the appropriate setting? I had already matched a holiday to a book before: I had read A Room with a View in Florence and Sally Vickers’s Mrs Garnet’s Angel in Venice, retracing the steps of the protagonist. Unique experiences!
So, I had Woolf’s book with me while I was reading Zadie Smith. That’s how I realized the great similarities between the two writers as regards the style. Mrs Smith’s flux of consciousness has a tight -but still narrative- rhythm (different from Joyce’s very very tight flux). After the first pages where the reader tries to understand the situation he/she has been thrown into there he/she is… in Leah Hanwell’s head, an Irish woman living in the suburbs of London.
The novel is divided into 5 sections, each written with a peculiar style: VISITATION, where the stream of consciousness prevails; GUEST where a third-person narration prevails; HOST, which is made up of narrative fragments; CROSSING and VISITATION, again in third-person, which give a circular close to the novel. Each section focuses on a different character: the lives of these characters, all belonging to the North-West part of London, intertwine around a tragic event we discover from the beginning. This fact gives the whole book an atmosphere of pending doom.
What the different characters have in common is probably misunderstandings: between Leah, the protagonist, and Michel, her fiancé; between her and her ‘best friend’ Keisha (who prefers the name Natalie); between the latter and her original family and, at the end, between her and her husband... you perceive constant frictions between the characters and Zadie Smith is really good at digging in the human soul, and what emerges is often unsaid and seems rude… like the fact that sometimes the person that annoys you the most is your best friend.
One of Zadie Smith’s themes is multiculturality, which isn’t positive here: paradoxically, right where it is most present you can see the contradictions in the coexistence of different ethnic groups. In NW the culture cluster is clear: it sometimes gives the reader the impression of a war in which every ethnic group considers the others inferior.
But Mrs Smith doesn’t just tell us a story, she also plays with genres and words. At some point we are given a modernization of the stream of consciousness with a digital twist: the sequence of text messages, unfiltered, unedited.
The most challenging element in the book is the mystery of number 37: at the beginning you don’t notice it, unless you are a very attentive reader, then you are suddenly struck by doubt and you go back and check the pages you have already read. That is the moment you realize that the chapter numbering doesn’t add up: it all begins with chapter 11, which is followed by a chapter 37 and then a chapter 12, as if nothing happened (I’m really curious to know who realized this thing at the first reading)! In that very short chapter there’s some sort of apology of number 37 which is “a magic number toward which we are attracted” and there are references to a house number, that of a particular building, a squat. It happens again after chapter 15, this time without any references, and then after chapter 17. What is the role of the different chapters 37 in the first part? To the readers the arduous judgement. 
The second part is characterized by postcodes and addresses and you get the impression that they are the stages of a visit (being GUEST the title of section 2). 
The third part focuses on another key character, Keisha/Natalie, Leah’s best friend and is divided in very short numbered fragments, like some sort of list. Here you can find number 37 again and this time the reference is to a bus and its route… and this time the number 37 is skipped. 
In the fourth part, CROSSING, the titles of chapters are stages (for example: from Willesden Lane to Kilburn High Road), namely of an escape: that’s Nathan and Natalie’s escape. Natalie represents the emancipation from one’s origins and the move to a higher social class but it is actually a failure. Her attempts to suppress her own nature and hide her background result in the obliteration of her identity, an inner void which grows more and more as you read and that ends in the return and the inane escape to the suburbs.
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