25 gen 2012

Marina Warner

Cavolo! Sono già 8 giorni che non posto niente! Gli impegni di fine quadrimestre hanno rallentato il mio ritmo di lettura e così, mentre sto finendo Indigo, trovo finalmente un po’ di tempo da dedicare a questo post su Marina Warner.
La cosa che mi ha colpita maggiormente di questa scrittrice è l’interesse costante per la femminilità, assieme allo studio del mito e della fiaba. Oltre a scrivere romanzi, infatti, ha pubblicato i suoi studi sul mito: dapprima si è occupata del culto della Vergine Maria, poi ha tenuto una serie di letture per la BBC su “Sei miti del nostro tempo”, fino al recente libro dedicato all’analisi delle Mille e una notte. L’interesse per la femminilità si intreccia con queste ricerche, dalla Vergine Maria passa a studiare la figura di eroina di Giovanna d’Arco, l’imperatrice cinese Dowager Tz’u-hsi, la regina Vittoria e, più in generale, l’utilizzo nell’arte di immagini femminili come allegorie. Tutto questo background traspira chiaramente nei romanzi, dove le figure femminili oltre ad avere un ruolo chiave, tradiscono una complessa stratificazione di riferimenti e significati. In particolare,  emerge potentemente l’idea di donne forti. Le figure, i miti, le allegorie studiate non possono che emergere nel momento della narrazione, come ne Il padre perduto, che risente molto dall’essere scritto poco dopo Allegory of the Female Form. Tra le varie opere, comunque, ho scelto di cominciare con Indigo non appena ho scoperto che si trattava di una rielaborazione della Tempesta di Shakespeare. E’ inutile aggiungere che adoro Shakespeare. Il mio interesse, in particolare, è rivolto proprio alle rielaborazioni, includendo sia quelle letterarie, che filmiche, musicali e artistiche. Il retaggio lasciato dal bardo ai posteri è monumentale e non riguarda solo i drammi maggiori (per i quali si può parlare di un vero e proprio mare di rielaborazioni).

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