06 feb 2012

Marina Warner: Indigo

Ancora una volta non sono riuscita a rispettare i tempi previsti… pazienza. Tra scrutini, progetti europei e lezioni da preparare l’idea di avere un po’ di tempo per me sta diventando un’utopia.
Tra un ritaglio di tempo e l’altro sono finalmente riuscita a mettere insieme le mie impressioni su Indigo, che ho finito di leggere già da un po’. Bellissima l’idea alla base di tutto -la rielaborazione dell’opera di Shakespeare in chiave postmoderna- e bellissimi anche i personaggi. Quello che mi è piaciuto meno è lo stile di Marina Warner. Devo ammettere di avere avuto qualche difficoltà e di aver dovuto rileggere alcuni brani più volte per capirci qualcosa. Questo perché ci sono molte descrizioni dettagliate nelle quali compaiono diversi termini ‘tecnici’ di oggetti ed oggettini e parti di oggetti che in inglese non mi sono noti. Colpa mia…
Ma veniamo alla storia, ai personaggi e alle tematiche di questo libro.
Intanto ad ogni sezione è associata una coppia di colori: partendo da lilac/pink fino ad arrivare a maroon/black la simbologia dei colori è onnipresente. Si parte da toni che suggeriscono la femminilità per eccellenza e che corrispondono ai capitoli in cui vengono introdotte le donne della storia: Miranda, Xanthe, Gillian ed Astrid. Bisogna subito chiarire che i personaggi vengono introdotti a coppie di antagonisti: Miranda e Xanthe vengono presentate come le due sorellastre (anche se in realtà la seconda è la zia della prima) di cui una ha sangue creolo mentre l’altra ha la pelle chiara ed i capelli biondi; Gillian e Astrid sono le due madri, di cui una apparentemente dolce e amichevole, l’altra scorbutica e rancorosa. Fin dall’inizio si percepisce la presenza di miti e fiabe: nella Londra del 1948 una bimba viene maledetta al suo battesimo… non ricorda un po’ La bella addormentata? Il rapporto tra Miranda e Xanthe richiama invece Cenerentola: la figlia primogenita che viene ignorata nel momento in cui arriva l’altra figlia, da una unione più felice.
Poi i colori passano a blu ed indaco e la storia si sposta all’isola di Liamuiga nel 1600: qui troviamo lo spirito di Sycorax morta che racconta gli eventi della colonizzazione dell’isola. I riferimenti shakespeariani da questo punto in poi si moltiplicano, a partire dai nomi dei personaggi fino ad arrivare alle tematiche dell’opera. Quella che in Shakespeare era una strega, qui è una donna normale che ad un certo punto assurge a sciamana. Il colore indaco non da solo il titolo alla sezione, viene ricavato dalle piante mediante un procedimento complicato che, a lungo andare, tinge la pelle di Sycorax di sfumature bluastre. Esso connota il personaggio profondamente e la sua simbologia di saggezza, conoscenza, realizzazione spirituale è tutta da riferirsi a Sycorax. Gli altri personaggi dell’opera di Shakespeare sono qui rivisitati in maniera particolare: Caliban viene estratto neonato dal corpo di una schiava africana morta, trasportata sulla spiaggia dell’isola dalla corrente dopo un naufragio. In realtà Sycorax lo chiama Dulé, ma poi i colonizzatori arriveranno a chiamarlo Caliban dallo storpiamento della parola ‘cannibal’. Infine ritroviamo anche Ariel che, nell’ottica di presentare i personaggi a coppie antagoniste, diventa in un certo senso la sorellastra di Caliban. Sycorax la prende a vivere con sé da bambina quando al villaggio la rifiutano. La scelta di fare di Ariel una donna è particolare per la storia del personaggio, ma assolutamente scontata per chi conosce un po’ Marina Warner ed il suo interesse per la figura femminile. In effetti le caratteristiche di Ariel sono prettamente femminili: nel dramma shakespeariano è lo spirito della musica che funge da servo a Prospero. Anche nel romanzo Ariel è in qualche modo lo spirito della musica: i suoi canti accompagnano la vita sull’isola.
I colori cambiano nuovamente ad arancio e rosso dopo l’arrivo dei colonizzatori: c’è un iniziale periodo di pace, anche se l’arrivo di Kit Everard causa una grave ferita a Sycorax che si ritrova bruciacchiata e con la schiena spezzata, costretta a camminare piegata in due… richiamando la tradizionale immagine fiabesca della strega (ed avvicinando così il personaggio alla versione shakespeariana). A questa fase segue però presto un tentativo di ribellione, guidato da Caliban (anche in questo caso avvicinando il personaggio all’originale shakespeariano) che non andrà a buon fine: Sycorax, infatti, muore nel tentativo di fuggire.
Dato l’interesse per le teorie postcoloniali della Warner, il tema della colonizzazione è onnipresente: anche la Londra contemporanea descritta nel romanzo ne porta traccia. Secoli dopo gli eventi di Liamuiga, a Londra si gioca ancora il Flinders, il gioco dei colonizzatori, in cui i nomi delle basi sono quelli delle piantagioni dell’isola. Il romanzo è in un certo senso circolare, visto che i personaggi contemporanei (discendenti dei primi colonizzatori) fanno un viaggio sull’isola e si comportano come moderni colonizzatori: dalle bellezze del luogo essi ricavano profitto aprendo un enorme hotel di lusso e sfruttando gli abitanti locali a servizio dei turisti. Non solo quindi la storia si ripete, ma si intreccia nel momento in cui il lettore capisce che lo spirito di Sycorax (in qualche modo intrappolata in un albero, come nell’opera shakespeariana) sente tutto ciò che accade sull’isola (voci e rumori).
La conoscenza dei teorici postcoloniali da parte di Marina Warner è evidente: alcune tematiche sembrano ricondurre direttamente alle opere di Said e Thiongo, in particolare. Alla base di queste teorie c’è una riflessione sul linguaggio secondo la quale il linguaggio è potere ed è stato utilizzato dai colonizzatori come strumento di controllo sui colonizzati. Uno dei perni attorno a cui ruotava la colonizzazione è stata l’idea che chi è portatore della parola è anche portatore della verità. Il rapporto colonizzatore-colonizzato ha sempre visto quest’ultimo come essere inferiore, a cui bisognava imporre la ‘civiltà’ e la cultura dominanti, relegandolo così, inevitabilmente, in una posizione di costante inferiorità. Il linguaggio ha il potere di dare un nome alle cose e in questo  senso ha un ruolo importante nel romanzo visto che quasi tutto ciò che riguarda l’isola ha un doppio nome, a partire dall’isola stessa che originariamente si chiamava Liamuiga, poi fu ribattezzata Everhope, poi passò in mano ai francesi che la chiamarono Enfante-Béate e torna a chiamarsi Liamuiga quando gli abitanti dell’isola ne riprendono possesso. Ariel e Caliban hanno anch’essi nomi diversi: di Caliban/Dulé si è già discusso; Ariel in vecchiaia si cambia il nome in Madame Verard. Tutti questi doppi nomi implicano una riflessione che abbraccia anche l’identità, altro tema della narrativa postcoloniale. Il concetto alla base di ciò è che l’identità del colonizzato viene messa in discussione dal colonizzatore. Il rapporto tra Ariel e Kit Everard è esemplare in questo senso: Ariel inizia a comunicare con gli inglesi nella loro lingua e questo avvicinamento è segnato dalla storia con Kit Everard, a cui darà una figlia. Nel momento in cui lui non accetta la figlia, Ariel smette di parlare. E’ un silenzio significativo, se si considera il legame del linguaggio con il tema dell’identità.
L’ultima sezione è dedicata ai colori maroon/black, ovvero rosso scuro e nero. Il primo è il colore della madre terra ed è associato di solito alla guarigione e al potere di sconfiggere gli spiriti maligni. In questo senso il nero è probabilmente da riferirsi, tra i vari significati, alla comunione con gli spiriti ancestrali e alla maturità spirituale. E’ una sezione dedicata a Miranda che, finalmente, si lascia tanti problemi alle spalle e pare ritrovare un equilibrio sentimentale.

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