30 lug 2013

Simon Winchester: l'avventuriero col pallino della ricerca.


Anche se è naturalizzato cittadino americano, è nato a Londra ed ha studiato in Inghilterra ma, soprattutto, ha scritto molto di ‘questioni inglesi’. La sua passione per la storia è evidente, la ricerca delle origini delle cose, la curiosità per le persone che hanno contribuito in maniera speciale alla creazione di qualcosa, che hanno avuto un’idea nuova e che hanno lottato contro le avversità per realizzare ciò che avevano sognato credo sia alla base della sua scrittura. Molti dei suoi libri, infatti, seguono proprio questo procedimento a ritroso ed esplorano le figure di uomini che hanno compiuto grandi imprese, ma la cui fama è in qualche modo sbiadita nel tempo. Napoleone, facendo riferimento al mio ultimo post, è un nome che ricorda a chiunque il personaggio storico e le sue imprese, ma James Murray, William Smith, Joseph Needham, Charles Dodgson… quanti oggi saprebbero dire chi sono? Eppure le loro battaglie, i loro sacrifici non sono da meno di quelli dei grandi eroi della storia, né tanto meno il loro contributo alla società. Ciò che mi piace di Simon Winchester è proprio questo: racconta grandi imprese che sono state considerate in qualche modo secondarie, degne di poca nota e riporta onore a color che le hanno intraprese. Soprattutto, le racconta molto bene: ha uno stile molto piacevole, un linguaggio vibrante e, soprattutto, forbito.
La sua vita, poi, è quella di un viaggiatore, come si definisce nel suo sito: ha iniziato lavorando in Uganda, poi ha intrapreso la via del giornalismo ed era in Irlanda ai tempi del Bloody Sunday, nelle Falklands ai tempi dell’invasione da parte dell’Argentina, è stato ad Hong Kong ed ha viaggiato nei più remoti avamposti dell’ex Impero Britannico per rendere conto di ciò che ne è rimasto. Insomma, sembra difficile conciliare questi due aspetti: l’avventuriero ed il ricercatore. Eppure sembrano coesistere perfettamente, ne è la prova la doppia natura delle sue opere: in parte accurate ricerche nel passato di personaggi e/o eventi, in parte incredibili resoconti di viaggio.

Even if he’s recently become an American citizen, he was born in London and studied in the UK but, above all, he has written a lot on ‘things British’. His passion for history is clear from his search for the origins of things, his curiosity for the people who contributed in very special ways to the creation of something, who had new ideas and fought against the odds to make their dreams come true. All this, I think, was the starting point of his writing. Many of his books, indeed, follow those steps, in some way ‘a rebour’: he usually explores figures of men who made great deeds but whose fame has somewhat faded in time. If the name Napoleon –just to refer to my previous post- reminds anyone the historical figure and his deeds, James Murray, William, Smith, Joseph needham, Charkles Dodgson… how many could answer about who they are, today? Yet their fights, their sacrifices –even their contribution to society- were no less than those of the greatest heroes in history. What I like most about Simon Winchester is that he tells about deeds which have often been considered of minor importance, thus bringing honour back to those who undertook them. Above all, he’s very good at storytelling: his style is pleasant, with vibrant and refined language.
His life, then, is the life of a traveller, as he defines himself in his site: his first job was in Uganda, then he started his career as a journalist and was in Ireland during the Bloody Sunday, he was in the Flakland Islands during the Argentine invasion, he has been to Hong Kong and has travelled to the remotest outposts of the British Empire to see what was left of it.  In short, there are two apparently contrasting aspects of his personality: the traveller and the researcher. Yet, they perfectly coexist and the result is a series of dual-natured books: in part careful research in the past of historical figures or events, in part travelogues.




25 lug 2013

Jeanette Winterson's The Passion: Napoleone in chiave postmoderna.

Sullo sfondo dell’ascesa e del declino di Napoleone si intrecciano le storie di due personaggi: Henri, addetto all’uccisione e allo spennamento dei polli da servire arrosto a Napoleone, e Villanelle, la misteriosa figlia di un gondoliere veneziano.
Si tratta di un testo stratificato: è godibilissimo anche solo fermandosi allo strato superficiale (la storia è ben congegnata, piacevole e fila liscia come l’olio) ma le sfide per il lettore più esigente sono tantissime: si apre infatti (strato dopo strato) a varie interpretazioni, anche se tutte collegate fra loro. In primis c’è la chiave postmodernista che permette l’accesso a tutti gli altri strati. Alla base di tutto infatti c’è la riflessione postmodernista sulla Storia, secondo cui è impossibile rappresentare i fatti storici in maniera oggettiva. Ogni trascrizione di fatti avvenuti nella Storia è in realtà narrativa e, come tale, soggetta alle stesse regole della narrazione. Essa cambia a seconda del punto di vista del narratore (anche il ruolo dello storico viene infatti messo in dubbio). L’unico modo per conoscere la Storia è attingere a documenti originali. Il romanzo storico postmodernista, a differenza di quello tradizionale, mette in scena fatti e personaggi storici non come la Storia ce li ha presentati/raccontati, ma in maniera trasgressiva. Nel caso di The Passion, ad esempio, emerge di Napoleone più la passione quasi grottesca per il pollo che l’immagine di un grande imperatore.
L’incipit del libro in questo senso è rivelatore:
 
Un altro aspetto importante nell’approccio postmodernista alla Storia è la riflessione sull’ottica attraverso la quale i fatti storici sono sempre stati presentati: si tratta di un approccio patriarcale innanzi tutto –le donne sono per lo più assenti mentre si narrano le grandi imprese di grandi uomini- ma anche ‘dominante’ -nel senso dell’esclusione dei deboli, dei diversi- ed imperialista –nel senso dell’esclusione dei ‘dominati’ o ‘colonizzati’ …e qui entriamo nell’ambito degli studi postcoloniali.
In The Passions tutti questi ‘discorsi’ sono presenti: i due narratori, infatti, si alternano nel raccontare punti di vista e talvolta eventi diversi. Entrambi sono narratori fuori dall’ordinario la cui voce non sarebbe stata di nessun interesse secondo l’approccio storiografico tradizionale: il primo è aiutante nelle cucine (il suo ruolo è quello di spennare i polli, “neckwringer”) mentre la seconda è la figlia di un gondoliere che viene venduta come prostituta presso il reggimento francese.
L’intento alla base del romanzo storico postmodernista è quello di dare finalmene voce a coloro la cui voce è stata ignorata, di dare vita alla Storia dal punto di vista degli esclusi, dimostrando che in realtà ogni fatto è passibile di interpretazioni a seconda di chi lo racconta/interpreta.
A tutto ciò si aggiunge un’altra possibile chiave di lettura, quella femminista. Una delle tematiche al centro della narrativa della Winterson è la definizione dei generi, che spesso i suoi personaggi sfuggono. Villanelle, infatti, è una giovane che si traveste da maschio e s’innamora di una donna sposata con la quale ha una relazione. Ma l’attacco al genere è ancora più sottile: Villanelle ha i piedi palmati, caratteristica che hanno solo gli uomini della città da cui proviene, lavora in un casinò ed è un personaggio forte. Henri, al contrario, ha chiare caratteristiche femminili: viene scartato come tamburino perché non abbastanza forte e relegato nelle cucine (uno spazio domestico tipicamente femminile); ha una sensibilità che lo rende diverso dagli altri soldati –ne è un esempio la scena al bordello in cui soffre per il trattamento rude alle prostitute- e l’unico atto ‘maschile’ che compie –l’uccisione di un uomo- lo sconvolge al punto da portarlo alla follia –un cliché decisamente femminile. La Winterson insomma ‘decostruisce’ il concetto di genere invertendo i ruoli dei due personaggi.
Le tecniche utilizzate sono anch’esse tipiche del postmodenismo: metanarrazione, parodia, realismo magico vengono messe in campo per sovvertire continuamente l’ordine tradizionale. Al centro della metanarrazione è il tentativo di Henri di scrivere un diario con la cronaca dei successi di Napoleone: il risultato è assai diverso da quello immaginato. Ciò che ne risulta è una parodia del personaggio storico, del quale emergono per lo più i difetti e le debolezze (in particolare quella per il pollo arrosto che tocca momenti addirittura comici). Henri stesso percepisce la debolezza del suo ‘testo’ al punto da sentire l’esigenza di rassicurare il lettore ripetendo spesso la formula “I’m telling you stories. Trust me”. Anche quando racconta eventi importanti nell’ascesa di Napoleone (l’Incoronazione, la battaglia di Austerlitz, l’avanzata in Russia) il punto di vista di Henri è particolare, concentrato più che altro su episodi non centrali (ad esempio le condizioni delle ‘vivandières’ che allietavano i soldati) ma sempre in qualche modo secondari. 
La narrazione di Villanelle, al contrario, è improntata al realismo magico, in cui gli elementi magici vengono inseriti in maniera assolutamente naturale all’interno di un contesto realistico. Tutto quello che la riguarda è in qualche modo soprannaturale: il racconto della sua nascita è pura leggenda, così come l’incredibile vicenda del cuore rubato. A contribuire all’atmosfera da leggenda che circonda Villanelle, ci sono le meravigliose descrizioni di Venezia, per le quali la Winterson ha attinto a piene mani dal suo autore preferito, Italo Calvino. Questa Venezia dalle mille sfaccettature magiche richiama moltissimo le città che Marco Polo descrive a Kublai Kan nel tentativo di intrattenerlo e che poi scopriamo essere state inventate partendo dall’unica che Marco abbia mai amato: Venezia. L’amore di Calvino per la fiaba emerge prepotentemente nel romanzo Le città invisibili e la Winterson, che condivide questa passione, non si è certo lasciata sfuggire quelle atmosfere. Ed ecco che con lo stile di Calvino, Villanelle reinventa Venezia come se ogni volta fosse una città diversa: “the city of mazes”, “the silent city”, “the city within the city”, “the city of chances”, “a city of madmen”, “city of destiny”, “the city of dreams”, “the city of disguises”, “the city of uncertainty”.

                        P.S.: Dopo due giorni di lettura ho scoperto che anche
                        mio marito, sullo sdraio in fianco al mio, stava leggendo
                        un libro ambientato a Venezia… coincidenze!











On the background of Napoleon’s rise to power and subsequent defeat, the stories of two characters intertwine: Henri, serving as a neckwrecker of chicken to be served to Napoleon, and Villanelle, the mysterious daughter of a Venetian boatman.
It’s a multi-layered text: one can actually enjoy the most superficial layer (the story is well designed and the reading goes quickly straight to the end) but there are challenges for the demanding reader, too. The book is in fact open to many interpretations, whose interdependence is beyond doubt. First and foremost there’s the postmodernist key, that opens access to the other layers. According the postmodernist reflection on History, which is the starting point, it’s impossible to objectively describe historical facts. Any description of historical facts is indeed narration and, as such, subject to the same rules. It changes according to the narrator’s point of view (the role of the historian is questioned as well). The only means to know History is to gain access to original documents. The postmodernist historical novel, in contrast to traditional historical novels, brings historical events and characters on the scene not as they have been introduced in History, but transgressively. In The Passion, for example, Napoleon is seen as a grotesque devourer of chicken rather than the great emperor we’ve always read about.
The incipit of Winterson’s book is revealing:
It was Napoleon who had such a passion for chicken that he kept his chefs working around the clock.
Another imortant aspect of the postmodernist approach to History is the consideration of the point of view through which the historical facts have always been described: that view is always patriarchal –women are almost absent while great deeds by great men are being described- but also ‘dominant’ –in the sense of excluding the losers and the weak - and imperialist – in the sense of silencing the colonized… and here we get into postcolonial studies.
In The Passions all those ‘discourses’ are present: as a matter of fact, the two narrators alternate telling the same events from different points of view and different events as well. They are both extra-ordinary narrators, whose voice wouldn’t be taken into consideration according to the traditional historical approach: the first narrator helps in the kitchen (his role is ‘neckwringer’ of chicken) while the second one is the daughter of a boatman who is sold as a ‘vivandière’ –prostitute- for the French soldiers.
The idea behind the postmodernist historical novel is to give a voice to those who have been so far silenced, to tell History from the point of view of the excluded, and prove that every event is subject to different interpretations depending on the narrator/interpreter.
In addition to that there’s also the feminist key. One of the most common themes in Winterson’s works is the definition of gender roles, which many of her characters try to escape. Villanelle, for example,  is a young girl who dresses up as a man and falls in love with a married woman. But Winterson’s attack on genders is subtler than that: Villanelle has webbed feet and only men have such a feature in the town where she comes from. Moreover, she works in a casino and is a strong character. Henri, on the contrary, has feminine characteristics: he was  rejected as a tamburine because he wasn’t strong enough and relegated to the kitchen (a typicaly feminine domestic space). He’s different from other men because of his sensitivity –the brothel scene is an example because Henri is the only one who suffers for the rude treatment of prostitutes. Besides that, his only ‘male’ deed –killing a man- drives him mad –a typical feminine cliché. Jeanette Winterson ‘deconstructs’ the idea of gender by reversing her characters’ roles. She also uses typical postmodernist techniques -like metanarration, parody, magic realism- in order to continually subvert the traditional order. Henri’s attempt to write a diary of Napoleon’s rise to power is central to metanarration: the result is very different from what Henri had imagined himself. The result is nothing but a parody of the historical figure, whose weakness for chicken has really comical moments. Henri understands the weakness of his ‘text’ to the point of trying to win the reader’s confidence through the repeated formula  “I’m telling you stories. Trust me”. Even when he’s telling about important events in the rise to power of Napoleon (the incoronation, the battle of Austerlitz, the advance into Russia), Henri’s point of view is particular, because he mainly focuses on peripheral or irrelevant episodes (for example the condition of ‘vivandières’).
Villanelle’s narration, on the contrary, is marked by magic realism, where magic elements are introduced in a natural way into a realistic context. Everything about her is somehow supernatural: her birth is legendary, as well as the incredible story of her stolen heart. Marvellous descriptions of Venice contribute to the legendary atmosphere surrounding Villanelle. Jeanette Winterson has certainly drawn on Italo Calvino –one of her favourite writers- for her descriptions, in particular Invisible Cities. Her multifaceted Venice reminds me of the many cities Marco Polo describes to Kublai Kan in his attempt to entertain the emperor, which were invented starting from the one Marco has ever loved: Venice. Calvino’s deep passion for fairy-tales is clear in Invisible Cities and Jeanette Winterson, who shares the same passion with him, didn’t let those atmospheres slip through her fingers. The result is Villanelle, who re-invents a multifaceted Venice in Calvino’s style: “the city of mazes”, “the silent city”, “the city within the city”, “the city of chances”, “a city of madmen”, “city of destiny”, “the city of dreams”, “the city of disguises”, “the city of uncertainty”.
P.S.: After two days of reading I finally discovered that my husband –on the deckchair next to mine- was reading a book set in Venice, too… what a coincidence!


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22 lug 2013

Jeanette Winterson: Perchè essere felice quando puoi essere normale?



L’autobiografia della Winterson è avvincente: dopo aver raccontato gli eventi principali della sua vita in forma romanzata con Non ci sono solo le arance … è tornata a confrontarsi con un’adolescenza difficile (a dir poco) ed una maturità (soprattutto sentimentale) travagliata. Non si tratta di un flusso continuo (d’altronde lo ammette anche lei: “Non sono mai riuscita a scrivere una storia con un inizio, uno sviluppo e una fine secondo i canoni tradizionali... Ecco perché scrivo in questo modo, e il modo in cui scrivo è questo. Non è un metodo: sono io.”), bensì di frammenti. Eppure messi assieme costruiscono un mosaico appassionante.
L’ho letto non-stop in un’unica giornata: un venerdì non particolarmente caldo in cui io e mio marito abbiamo deciso di buon mattino di andare a sollazzarci al lago. Appena arrivati abbiamo scelto una meravigliosa postazione sotto le piante (detesto prendere il sole), abbiamo piazzato gli asciugamani sullo sdraio, io ho aperto il mio libro… e non ho smesso di leggere finchè non sono arrivata all’ultima pagina: ormai era sera. Direi che questo già la dice lunga…
Dai frammenti della sua vita emerge un ritratto terrificante della madre adottiva, Mrs Winterson, una specie di Angelo Vendicatore nel nome di una religione che evidentemente interpretava in modo molto personale. Più leggevo gli episodi punitivi che la piccola Jeanette ha dovuto subire, più mi veniva in mente la madre del film Carrie Lo sguardo di Satana (interpretata superbamente da Piper Laurie). Ecco l'esempio:
Quando alla fine sono riuscita a vedere online la miniserie della BBC ho dovuto ridimensionare la Mrs Winterson che avevo immaginato. Ecco il risultato.
Probabilmente il rogo dei libri mi aveva portata fuori strada…
In una casa dove leggere narrativa era proibito (ad eccezione della Bibbia, naturalmente) Jeanette ha intrapreso la lettura come forma di ribellione e la scrittura come via di fuga. Entrambe hanno esercitato una potente (e direi salvifica) azione taumaturgica che le ha permesso di superare quell’esperienza.
La cosa che mi ha colpita di più in questo percorso di salvezza è stata la scelta, di fronte alla vastità del reparto di letteratura inglese della biblioteca di Accrington, di procedere in ordine alfabetico: abbiamo qualcosa in comune! Trovo buffo essere arrivata a leggere i libri della Winterson perché sto procedendo con la lettura della narrativa inglese contemporanea in ordine alfabetico inverso. Non è buffo?
Il tutto è accompagnato da scorci di vita operaia del Nord dell’Inghilterra negli anni ’60 e ’70: il gabinetto esterno, i sottoascella, i mattoni Nori, le vacanze a Blackpool, il tè nei servizi delle bambole ai funerali … e qualche riflessione sulla Thatcher e la politica del There Is No Alternative.
C’è poi tutta l’appassionante storia della ricerca e del ritrovamento della madre biologica, altro percorso impervio che termina in modo inaspettato. A quanto pare nulla è semplice nella vita di Jeanette Winterson.

SCOPRIAMO ACCRINGTON: i luoghi della serie Oranges Are Not the Only Fruit















I MATTONI DELLA STRADA GIALLA DI JEANETTE WINTERSON:
(The bricks in Jeanette Winterson's yellow road)


















Jeanette Winterson’s autobiography is really fascinating: after romanticizing the main events in her life in Orangs Are Not the Only Fruit she faced her ghosts again: a tough adolescence and a sentimentally troubled adulthood. It’s not a narrative flux (she’s the first to admit: “I never could write a story with a beginning, a middle and an end in the usual way becaue it felt untrue to me. That is why I write as I do. It isn’t a method; it’s me”), but it’s a series of fragments. Yet, if you put them together, they build a riveting mosaic. I read it non-stop on a single day: it was a mild Friday and my husband and I decided early to go to the lake to enjoy ourselves. As soon as we arrived we found a beautiful position under the trees (I hate sunbathing), we laid down our beach towels, and then I opened my book… and I didn’t stop reading until I reached the last page: it was evening by then. Do I need to say anything else?
From the fragments of her life a terrific portrait of her adoptive mother, Mrs Winterson, comes out… some sort of Angel of Vengeance in the name of a religion whose interpretation was very personal. The more I was reading about the different punishments little Jeanette was subjected to, the more I was conjuring up Mrs Winterson like the mother figure in the film Carrie (1976 – superbly played by Piper Laurie). Here’s an example… (see video)
 When I finally managed to watch the BBC’s mini-series, I had to scale her down. The Mrs Winterson I had imagined was replaced by Geraldine McEwan’s. Here’s the result.
It was probably the book pyre that got me wrong.
In a place where reading fiction was forbidden (except for the Bible, of course) Jeanette took up reading as a form of rebellion and writing as a way of escape. They both had a powerful thaumaturgic (salvific?) effect that allowed her to get through the experience.
What struck me the most was her choice in front of the section “Literature in prose A-Z” at Accrington Library: proceeding alfabetically… WE HAVE SOMETHING IN COMMON! I find it’s quite amusing that I’ve come to reading Winterson’s books right because I’m reading contemporary English literature in reversed alphabetical order, isn’t it?
Let’s get back to the book: everything is intertwined with glimpses of working life in the North of England during the 60’s and 70’s: outside loos, sweat pads sewn into the armpits, Nori bricks, holidays in Blackpool, tea served in a doll’s house set at funerals… and some reflections on Mrs thatcher and her TINA politics (There Is No Alterantive).
And then there’s the absorbing story of Jeanette Winterson’s search for her natural mother, another hard experience with an unexpected turn of events. Apparently, nothing is simple in Jeanette Winterson’s life.

13 lug 2013

Jeanette Winterson: Il custode del faro

“Mia madre mi chiamò Silver. Nel mio nome il marchio del metallo prezioso e l’anima del pirata.”

L’inizio è bellissimo: poetico e semplice al tempo stesso. Inutile sottolineare l’atmosfera alla Melville (‘Chiamatemi Ishmael…’): ancora più semplice e forse proprio per questo più potente. La prosa è spesso al limite della poesia in questo libro: qualcuno l’ha trovato il suo peggior difetto, per me è stato il miglior pregio. Le frasi da citare sono tante, troppe per farle stare in un post (ma perfette per ‘cinguettare’ di quando in quando per qualche giorno).

Le epigrafi all’inizio del libro già dicono tutto e il contrario di tutto (Ricordati che devi morire / Ricordati che devi vivere): in mezzo c’è un mondo di storie. Sì,  perché le storie, o meglio, lo story-telling (il raccontare storie) sono al centro di quest’opera. Lo storytelling inteso come intrattenimento, formazione, rituale di passaggio, nel suo valore originario, dunque, ricorre continuamente: l’artefice è Pew, il guardiano cieco del faro, mentre Silver è l’apprendista (alla fine infatti sarà lei a fare le veci di Pew e prendere in mano le redini del racconto). L’impressione è quella di tante storie che si susseguono all’interno di una sola. L’arte del raccontare, la narrazione, viene messa in relazione con il faro.


Il faro assurge a simbolo della narrazione ed il custode del faro ne è lo strumento ("Un custode del faro era considerato bravo se sapeva più storie dei marinai…"). Il compito di Pew, "un vecchio con una borsa di storie sotto il braccio", è quello di addestrare Silver a raccontare storie.

La presentazione dei luoghi e dei personaggi proietta subito il lettore in un’atmosfera surreale, da fiaba: la protagonista ha origini particolari e vive in una casa “in pendenza in cima a un dirupo”… e quando dice in pendenza non scherza, tant’è che madre e figlia sono costrette a muoversi tenute da un'imbracatura per non cadere giù nel dirupo. Come in una fiaba che si rispetti la tragedia è dietro l’angolo e dopo poche pagine, la madre muore per salvare la figlia, che continuerà la sua avventura in modo ancor più bizzarro, facendo compagnia al vecchio guardiano cieco del faro. E qui i topoi si rincorrono, mito e fiaba si mescolano e lo story-telling impazza.

Tutta la parte della storia del faro è stata ispirata, secondo me, dal bellissimo libro di Bella Bathurst, Lo splendore degli Stevenson, che ho letto tempo fa e che approfondisce il destino della stirpe degli Stevenson, che avevano dedicato la loro vita alla costruzione dei fari scozzesi. Tutti tranne uno, diventato famoso come l’autore di Dr Jekyll e Mr Hyde e L’isola del tesoro, a cui si fa riferimento spesso, in un gioco di rimandi intrigante per il lettore attento.

Un cenno a parte meritano i nomi, sia quelli dei personaggi che dei luoghi. Silver e Pew entrano a far parte del ‘gioco stevensoniano’: sono tratti infatti da ‘L’isola del tesoro’ (anche se della malvagità dei personaggi originari non hanno nulla…), Babel Dark porta in sé riferimenti biblici e letterari insieme (la torre di Babele e la parte oscura dell’uomo). La storia di Babel incarna quella di Jekyll e Hyde: come il protagonista stevensoniano, Babel Dark ha due nature ma rovesciate perchè la parte cattiva è quella reale mentre quella buona emerge solo in un secondo tempo ed è quella che viene tenuta nascosta. La svolta: Stevenson diventa uno dei personaggi del racconto e fa visita a Babel Dark, il quale gli ispira la storia di Jekyll e Hyde. Nella storia fa capolino anche Charles Darwin, che funge da controcanto alla riflessione sullo storytelling: come lui studiava le origini dell’uomo, Jeanette Winterson pare interrogarsi sulle origini della narrazione.

P.S.: Ho trovato un video promozionale su YouTube molto bello:

 Per vedere dove è ambientata la storia: Cape Wrath.

Visualizzazione ingrandita della mappa

“My mother called me Silver. I was born part precious metal part pirate.” The first line is beautiful: poetical and simple at the same time. It’s impossible not to think about Melville and his ‘Call me Ishmael’: even simpler and more powerful. Prose is often on the brink of poetry in this book: some found it a flaw, I found it a good point. There’s a lot worth quoting, too much for a single post (…but perfect to “tweet” every now and then for a couple of days).

The epigraphs at the beginning of the book say everything and its opposite (Remember you must die / Remember you must live): in the middle there’s a world of stories. Indeed, because stories, or better storytelling is at the core of this work. Storytelling is meant as entertainment, formation, rite of passage and it’s according to its original meaning that it recurs throughout the book: the craftsman is Pew, the blind lighthouse keeper, whereas Silver is the apprentice (she takes Pew’s place in the end, holding the reins of the story). I got the impression of a series of stories intertwined in one. The art of storytelling, the narration, is related to the lighthouse (IT WAS SOON DISCOVERED THAT EVERY LIGHT[HOUSE] HAD A STORY – NO, EVERY LIGHT WAS A STORY, AND THE FLASHES THEMSELVES WERE THE STORIES GOING OUT OVER THE WAVES, AS MARKERS AND GUIDES AND COMFORT AND WARNING), which rises as a symbol of narration itself and the lighthouse keeper represents the isntrument of narration (A GOOD KEEPER WAS ONE WHO KNEW MORE STORIES THAN THE SAILORS). Pew’s task (AN OLD MAN WITH A BAG OF STORIES UNDER HIS ARM) is to teach Silver the art of storytelling.

People and places introduce the reader into a surreal fairy-tale atmosphere right from the start: the protagonist has unusual origins and lives “in a house cut steep into the bank”… and when she says ‘steep’ she does mean it… so much so that mother and daughter must use a harness not to fall down. Like in every good tale, tragedy is just around the corner and, after a few pages, the mother dies in order to save her daughter, who oddly ends up with the blind lighthouse keeper. From then on, motif after motif, myth and fairy-tale intertwine and storytelling is in full spin.

The part on the history of the lighthouse was inspired -I think- by Bella Bathurst’s beautiful book, Lighthouse Stevensons, that deals with the fate of the Stevensons, who devoted their lives to the construction of Scottish lighthouses. All except one, who became the famous author of “The Strange Case of Dr Jekyll and Mr Hyde” and “Treasure Island”. Those books are often referred to, in some sort of quotation game for the attentive reader.

A mention apart is deserved by the names, both the characters’ and those of places. Silver and Pew are part of Stevenson’s quotation game: they both come from “Treasure Island” (even is they don’t have anything of the original characters’ wickedness). Babel Dark bears biblical as well as literary reminiscences: the Tower of Babel and the dark side of man. In fact Babel’s story embodies Jekyll’s: like him Babel Dark has got two opposite personalities. In his case these personalities are reversed: his evil side is real, whereas his good side comes out after a whie and is kept secret. Unbelievable: Stevenson is one of the characters and pays a visit to Babel Dark, whose story inspires him his masterpiece. Charles Darwin is also one of the characters, whose function is related to the author’s reflection on storytelling: he studied the origins of man, just like Jeanette Witerson seems to ask herself –or the reader- about the origins of narration.

 P.S.: Watch the promo I found on YouTube!

06 lug 2013

JEANETTE WINTERSON: non solo un'icona gay...


E’ stato un anno difficile e purtroppo il piccolo Ari ci ha lasciati… Ora, però, sono pronta a ricominciare la mia sfida…

Jeanette Winterson è una donna interessante: tanto forte e, al tempo stesso, tanto fragile. Ha superato un’infanzia e un’adolescenza in condizioni a dir poco difficili, è riuscita ad approdare ad Oxford, infrangendo la barriera di divisione tra le classi sociali ed ha avuto il coraggio di cominciare a scrivere di tutto ciò come se non fosse nemmeno capitato a lei. Eppure, l’invasione dei media nella sua vita privata e la rottura con una partner importante l’hanno distrutta… proprio quando pensavi che era capace di affrontare qualsiasi cosa.  Alla fine, comunque, è risorta dalla sue ceneri ed ha sviluppato un nuovo atteggiamento nei confronti della critica e anche dei giornalisti: dalle interviste che ho guardato emerge una persona sicura e aperta, disponibile al dialogo e al confronto, onesta nel suo rapporto con la critica. Dei critici, infatti, dice: “You shouldn’t take any notice at all of anybody who has not written a significant work themselves”. Ho scoperto di avere anche qualcosa in comune con lei: l’amore per le librerie e per la lingua. In un’intervista si esprime a proposito del progressivo impoverimento del linguaggio: “If we don’t have the words, the complexity of our thoughts will shrink to the words that we do have and that will make people stupider than they need to be and more superficial than they need to be”. Quanto è vero!



It has been a very tough year for me and, unfortunately, little Ari left us at Easter… By now, I’m ready to take up my challenge again…

Jeanette Winterson is definitely an interesting woman: so strong and so fragile at the same time. She survived a tough childhood and managed to get to Oxford, breaking class barriers. Above all, she had the courage to write about it all as if it hadn’t happened to her. But, after that, the literal invasion of her privacy from the media and the break with an important partner destroyed her… just when you thought she could face anything. However, in the end she managed to rise from her own ashes and devolped a new attitude towards critics and journalists: I’ve watched her recent interviews and I got the impression of a self-confident, accessible person, who’s also honest about her view of criticism. In fact she said: “You shouldn’t take any notice at all of anybody who has not written a significant work themselves”. I’ve also found out to have something in common with her: my love for libraries and for language. There’s an interview where she talks about the progressive impoverishment of the language: “If we don’t have the words, the complexity of our thoughts will shrink to the words that we do have and that will make people stupider than they need to be and more superficial than they need to be”. How true…

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