29 dic 2014

Sulla vita 'scialba' di Jane Austen...

Claire Tomalin è famosa per lo più per le biografie di personaggi come Dickens, Hardy, Shelley, Jane Austen, Katherine Mansfield… Figlia d’arte, il padre era un accademico francese e la madre una nota compositrice inglese, ha sposato dapprima un noto giornalista e poi il drammaturgo inglese Michael Frayn. Già da questi pochi cenni biografici si può dedurre il livello culturale in famiglia.

La biografia di Jane Austen (Jane Austen. A Life) è molto curata, dettagliata, precisa. Soprattutto è lo stile della Tomalin a renderla piacevole e interessante. Non si limita a sciorinare date ed eventi, ma sembra quasi raccontarceli da buona amica nel salotto di casa sua, di fronte ad una tazza di tè. Questo rende la lettura leggera e piacevole, senza però mancare dal punto di vista accademico. Ho letto questo libro due volte. La prima ho pensato che quello che si diceva di Jane Austen fosse vero: la sua è stata davvero una ‘uneventful life’. La seconda finalmente ho capito gli sforzi della Tomalin di farci capire che quegli eventi che noi consideriamo ‘da poco’ in realtà hanno avuto una portata incredibile nella vita di Jane Austen. 
Anche eventi che possono sembrare insignificanti avevano in quella società effetti profondi nella vita delle persone. Basti pensare che il semplice traslocare… ebbe l’effetto di far smettere Jane di scrivere per 10 anni, poiché non aveva più un angolo dove poterlo fare.. e l’effetto di questa azione ricade sui lettori di oggi che si devono accontentare dei libri che ha scritto quando avrebbero potuto godere di molte più opere della grande scrittrice. Anche il fatto che suo padre avesse una biblioteca fornita ha effetti su noi lettori, perché è proprio grazie a questo, oltre che alle idee liberali del padre che le dava libero accesso a quei libri (cosa normale oggi, ma eccezionale per l’epoca… era una donna!) e alla voracità con cui Jane leggeva che noi oggi possiamo leggere e rileggere Orgoglio e pregiudizio fino alla nausea. L’essere mandata in un collegio femminile all’età di 7 anni sembra poca cosa, ma poi scopriamo che spesso quei collegi erano ‘dickensiani’ e che lì la piccola Jane prese una febbre che quasi le costò la vita. Anche quelle che sembrano piccole questioni di denaro avevano un’importanza strategica, come sottolinea Claire Tomalin stessa: “Money, money, money, again. There was no freedom for a woman without it, married or unmarried”. L’aver conosciuto un ragazzo interessante ad un ballo? Non ne parliamo… solo complicazioni… Rendersi conto, anno dopo anno, che correva il rischio di restare zitella e, ugualmente, avere il coraggio di rifiutare quello che era probabilmente l’ultimo pretendente che avrebbe avuto… è cosa da poco? Non credo proprio. Rivela una forza di volontà ed un carattere eccezionalmente forte per l'epoca.




Claire Tomalin is famous mostly for her biographies… Dickens, Hardy, Shelley, Jane Austen, Katherine Mansfield. Her father was a French professor and her mother a well-known British composer. She married a journalist first, then the British playwright Michael Frayn. This alone is enough to understand the cultural level of her background.
I’ve read her biography of Jane Austen and I found it accurate, precise, detailed. Above all, it was her style that made it worth reading. She doesn’t just give a list of events and dates, she tells everything like an old friend sitting in front of a cup of tea. This makes the whole process of biography-reading pleasant but without lacking the academic aura. I’ve read this book twtice. The first time I agreed with what people say about Jane Austen: hers was truly an ‘uneventful life’. The second time I finally understood Tomalin’s point: the simple facts that we don’t take much into consideration had a tremendous impact on Jane Austen’s life. At the time even what could seem insignificant had terrible effects on the people involved. The simple act of moving from one place to another had a disastrous consequence: Jane stopped writing for 10 years, as she didn’t have a place to do that. The effect of this is still felt today, because we have to be content with the books she wrote, when we could have had more works written by Miss Austen. Even the fact that her father had a considerable library has had effects on us today, because it’s thanks to those books and her father’s liberal ideas that she could gain access to reading (at a time when women were not supposed to read books) and then try her own writing. Attending a girls’ college at the age of 7 may not be much of a thing, but then we discover that those schools were exactly like Dickens used to portray them and it was there that little Jane had a fever that almost cost her life. Even the smallest facts about money had a strategic importance, as Claire Tomalin herself highlights: “Money, money, money, again. There was no freedom for a woman without it, married or unmarried”. Knowing a boy at a ball and falling in love? Don’t talk about that… just complications… the feeling, year after year, of being a spinster and, still, having the courage of refusing her probable last suitor… what about that? It’s a sign of a strong will and that she was a woman of character.

05 ott 2014

Colpo di stato nel Regno Unito!

The Queen and I è un libro curioso con cui la Townsend ipotizza che vinca le elezioni inglesi un partito repubblicano con un leader determinato a spazzare via la famiglia reale. Infatti, il primo atto da Primo Ministro è proprio quello di cacciare i reali dai loro palazzi e piazzarli invece a vivere in case popolari in un quartiere povero soprannominato Hellebore Close, detto Hell Close… non a caso.  Il libro focalizza su come ciascuno di loro affronta questa nuova vita: riusciranno ad adattarsi? dimenticheranno i privilegi avuti fino a quel momento? Allo stesso modo, come reagiranno i loro vicini di casa? Sfogheranno la loro rabbia su chi ha vissuto negli agi o comprenderanno le difficoltà ad adattarsi?
Lo humour della Townsend qui è particolarmente mordace e ci sono alcuni episodi davvero esilaranti: Philip che vaga in pigiama e vestaglia perché incapace di scaldarsi un po’ d’acqua per farsi la barba ma anche il momento in cui realizza che può dare il proprio cognome ai figli e pretendere finalmente di camminare precedendo la moglie, oppure l’episodio in seguito al quale Charles finisce in prigione. L’unico personaggio che non mi è piaciuto è Diana, che è dipinta un po’ come una sciocca, fatua e preoccupata solo di moda e abbigliamento. Forse un po’ riduttivo… o no? Gli altri membri della famiglia reale hanno un ruolo più marginale, come la Regina Madre, che si fa amare subito nel quartiere, o la principessa Margaret, dallo spiccato senso pratico.
Comunque, quelli che si adattano meglio al nuovo ambiente sono William e Harry, ancora ragazzini, e soprattutto Harris, il corgi della regina, che si unisce ad una ‘gang’ di cani da strada ed è davvero spassoso. E che dire dei vicini? Un mondo fatto di Trish e Beverly e Violet… I Threadgold sono fan sfegatati di Elvis Presley e la loro casa è piena di cianfrusaglie e gadget di ogni tipo. Ma c’è una cosa che unisce tutti, ricchi e poveri, nobili e non… una buona tazza di tè. Come rivela la conversazione tra il carpentiere e la regina: “Such a comfort, a cup of tea” she said aloud to George. “It’s hot and cheap” said George. “A bit of a treat when you’ve got nowt. An’ it breaks the day up, don’t it?”.
Se si riesce a guardare oltre allo humour emerge il profilo di un ‘loyal subject’ il cui sguardo è comunque benevolo, nonostante le frecciate. Lo si capisce quando alla fine il regno, senza la famiglia reale, subisce la sorte leggendaria della Torre di Londra senza i suoi corvi: collassa… e viene svenduto ai giapponesi.
Ho anche iniziato il sequel di questo libro, Queen Camilla, dove l’autrice ripropone gli stessi personaggi in una situazione quasi identica diversi anni dopo. L’ho trovato meno brillante del primo, forse perché ormai mi ero abituata alla situazione. L’unico personaggio spassoso è stata Camilla, che nel primo ovviamente non compariva. In particolare, mi sono sbellicata dalle risate nella scena in cui Charles cerca a lungo di scrivere un biglietto al lattaio e Camilla gli risolve la situazione:
Versione di Carlo: "Dear Milkman, Awfully sorry to inconvenience you, but would it be at all possible to change our order for today (Thursady) and have two bottles of semi-skimmed instead of our usual one? If this addition to our usual order leaves you in the ghastly position of being overstretched as far as your stock is concerned, then please do not worry. I would be simply devastated if my request gave you a moment's anxiety or inconvenienced you in the slightest. May I just add that your cherry whistle in the morning, and in all weathers, somehow exemplifies the very essence of the indomitable British character."

Versione di Camilla: "One extra pint please".




The Queen and I is a book where Sue Townsend imagined a republican party winning the elections in the UK and getting rid of the royal family. The first act as Prime Minister is indeed to eject the royals from their palaces and send them to live on a housing estate, Hellebore Close, nicknamed Hell Close… just to say. The book focuses on how each of them copes with the new life style: will they be able to adapt? Will they forget their previous privileges? What will their neighbours’ reactions be? Will their neighbours attack them for their past privileges or will they understand and help them? Sue Townsend’s humour is particularly biting here and there are really exhilarating episodes: Philip wandering about in his pyjamas because unable to warm some water and have a shave. Another funny episode is when he realizes he can give his surname to his children and walk before his wife, or when Charles ends up in prison. The only character I didn’t like was Diana, who is portrayed as a dull, superficial woman caring only about clothing and fashion. Maybe it was too reductive… wasn’t it? The other members of the royal family have a more marginal role, like the Queen Mother, who is loved by everyone in the neighbourhood; or Princess Margaret, who’s a very practical woman.
However, those who best adapt to the new environment are William and Harry, who are children, and Harris, the Queen’s corgi, who becomes part of a ‘dog gang’ and is reeeeally funny.
What can I tell of their neighbours? It’s a world of Trishes and Beverlys and Violets… There are the Threadgolds who are Elvis Presley’s fans and whose house is full of memorabilia and gadgets of any kind. But there’s a thing that keeps everyone together, the rich and the poor… a good cup of tea. 
“Such a comfort, a cup of tea” she said aloud to George. “It’s hot and cheap” said George. “A bit of a treat when you’ve got nowt. An’ it breaks the day up, don’t it?”. 
If one reads beyond the humour one can see the profile of a ‘loyal subject’ with a well-meaning eye, despite the cutting remarks. You understand that when, at the end, the reign without the royal family ends up like the Tower of London without its ravens: it collapses… and is sold to the Japanese.
I also started reading the sequel, Queen Camilla, where the author uses the same characters in an almost identical situation... but years later. I found it less briliiant than the first one, because I probably got used to the situation. The only character I found really funny is Camilla, who was obviously not included in the first book. In particular, I really split my sides with laughter when Charles tries to write a message to the postman and Camilla comes to help him. Read above for the extract.

22 ago 2014

A letto per protesta: come mettere in crisi il marito!

The Woman Who Went to Bed For a Year di Sue Townsend è davvero spassoso:  segue le vicende di Eva, una donna sposata di mezza età che, appena salutati i figli in partenza per l’università, decide di mettersi a letto… e non alzarsi più. Dapprima l'iniziativa viene vista come una cosa buffa da chi la circonda ma questo atteggiamento lascia presto spazio all’irritazione e alla rabbia, soprattutto da parte del marito, dopo che ha realizzato che la pulizia della casa e la cucina sono diventati problemi suoi. Eva si adatta di momento in momento alla sua nuova situazione, escogitando soluzioni ai problemi più impellenti, come quella della ‘Milky Way’, il piccolo compromesso per riuscire a raggiungere il bagno ed espletare lì le funzioni corporali altrimenti difficili da gestire. 
In alcuni punti mi ha ricordato Il barone rampante di Italo Calvino, il cui protagonista, Cosimo, decide un giorno di salire su un albero e non scendere più. Nonostante tutti cerchino di convincerlo a scendere, lui si adatta alla nuova situazione inventando di volta in volta tutta una serie di stratagemmi per risolvere i problemi pratici e riesce a portare avanti questa sua scelta anche grazie all’aiuto di qualche persona dall’esterno, come accade anche ad Eva. 
Dietro entrambe le storie c’è una riflessione sulle convenzioni e sul rifiuto di esse, una riflessione che sembra essere molto vicina a Sue Townsend, considerando il suo percorso scolastico e l’apparente contraddittorietà delle sue scelte. 
Il libro della Townsend rientra, a quanto pare, nel filone della ‘chick lit’, molto sottovalutato. Eppure io ho riscontrato nello stile dell’autrice un elemento che Calvino apprezzava molto, tanto da farne l’oggetto di una delle sue lezioni all’università americana di Harvard (poi pubblicate con il nome di Lezioni americane): la leggerezza. In particolare, trovo calzante il punto in cui Calvino commentava L’Insostenibile Leggerezza dell’Essere di Kundera. Scriveva infatti: “Il peso del vivere per Kundera sta in ogni forma di costrizione: la fitta rete di costrizioni pubbliche e private che finisce per avvolgere ogni esistenza con nodi sempre più stretti.” Io credo che sia proprio questa ‘pesantezza’ che opprime Eva al punto da farle scegliere di ritirarsi.
Eva si ritira nel suo lettone per non dover più pensare a nulla  anche se, ora della fine, si ritrova a guardarsi dentro in un modo che non aveva neanche immaginato e ciò che trova è un abisso…

La biblioteca personale di Eva:















The Woman Who Went to Bed For a Year is really amusing: Eva is a middle-aged married woman who has just said goodbye to her children leaving home to start university and suddenly decides to go to bed… and not to get up for a long time. This decision is initially seen as funny from those around her but that attitude is soon followed by irritaton and anger, especially in her husband after realizing that the chores and the cooking are his responsibility from that moment on. It’s funny how Eva adapts to the new situation, finding out solutions to the most urgent problems, like the ‘Milky Way’, or her small compromise to be able to reach the bathroom and attend to her bodily needs.  
In some parts the book reminded me of The Baron in the Trees by Italo Calvino, whose protagonist, Cosimo, one day decides to climb a tree and never to climb down again. Although everybody tries to convince him to climb down, he quickly adapts to the new situation and invents a series of tricks to solve practical problems. He succeeds in his objective with the help of some people, and it’s the same with Eva. 
Behind both stories there’s a questioning on conventions which seems to me very dear to Sue Townsend, considering her life. I found in her style an element which was very important for Calvino, so much so that it was the title of one of his lessons to the American University of Harvard (published together in the book Lezioni americaneAmerican lessons): lightness. In particular, I appreciate the passage in which Calvino commented on Kundera's book The Unbearable Lightness of Being. He wrote: “For Kundera the weight of living consists chiefly in constriction, in the dense net of public and private constrictions that enfolds us more and more closely.” I think that is the same ‘weight’ oppressing Eva, so much so that she finds refuge in bed.
Eva got to bed in order to avoid thinking even if, in the end, she finds herself exploring the inner recesses of her soul and what she finds is an abyss…

Eva’s library: (see picture).

15 ago 2014

Sue Townsend: ribelle con humour.

In attesa che arrivino i libri che ho ordinato, tra cui Colin Thubron e Charles Tomlinson, salto momentaneamente Claire Tomalin e mi getto a capofitto su un’autrice più ‘leggera’: Sue Townsend. Dopo aver preso in mano ben due libri di Adam Thorpe e non essere riuscita, ripetutamente, a superare le prime 30 pagine… decido di arrendermi all’evidenza: ho bisogno di un po’ di leggerezza. Inizio così The Woman Who Went to Bed For a Year che avevo comprato nel fornitissimo reparto in lingua della libreria Seeber in uno dei miei giretti annuali a Firenze… e lo trovo subito spassoso. Leggo sulla quarta di copertina che l’autrice ha imparato a leggere solo a 8 anni e che ha abbandonato la scuola a 15 e mi incuriosisco perché trovo interessante questa contraddizione: l’amore per la lettura e la scrittura (a quanto pare scriveva di nascosto quando era molto giovane) che convive con la ribellione, il rigetto dell’educazione scolastica. Cerco notizie su di lei online ed ho subito una brutta sorpresa: è morta ad aprile. Non avendo sentito niente della sua morte, sta per partirmi la solita vena polemica sugli autori bistrattati in Italia, quando mi imbatto in una serie di articoli dei maggiori quotidiani itialiani e mi rendo conto che invece è stato dato grande risalto all’evento. Mi è sfuggito… colpa mia. Gli articoli de La Stampa e dell’Ansa sono i primi che rintraccio, insieme ad un lungo articolo sul sito della BBC .




While I’m waiting for the books I ordered -Colin Thubron and Charles Tomlinson- I momentarily skip Claire Tomalin and start reading a ‘lighter’ author: Sue Townsend. After trying to read two of Adam Thorpe’s books without success –unable to read more than the first 30 pages- I finally give up and understand that maybe I need a bit of lightness. So, I start reading The Woman Who Went to Bed For a Year, which I had bought in the well-stocked shelves devoted to English books at the Seeber bookshop in Florence…. and I immediately find it amusing. I learn from the back cover that Sue Townsend learnt reading only when she was 8 and she left school at 15 and I find the information interesting because of the inner contradiction: the love for reading and writing (she started writing secretly when she was very young) together with the rebellion, the rejection of education. I start looking for further information on the author and I have a bad surprise: unfortunately she died in april. As I hadn’t heard anything of her death, I was getting angry about the usual treatment of authors in Italy, when I run into a series of articles from the major Italian newspapers and I realize that our press featured the news prominently. This time it was my fault… The first articles I read are from La Stampa and Ansa, and then a long article on the BBC website. 

31 lug 2014

Adam Thirlwell... Mademoiselle O... e la teoria dei gradi di separazione!

Il ritratto di Thirwell che emerge dalla rete è quello di un giovane molto talentuoso che ama sperimentare: il libro-progetto Mademoiselle O (Miss Herbert in originale) e il recente Kapow! lo dimostrano. Talvolta troppo sicuro di sé (difetto forse dovuto all’aver avuto successo così giovane), a volte sembra quasi spocchioso, autoreferenziale, sarcastico, forzatamente provocatorio... insomma, un po’ irritante. Ecco forse spiegato il tono spesso negativo di alcune recensioni che lo riguardano. Eppure… ha qualcosa che attira.        
Mademoiselle O è una lunga dissertazione sull’arte della traduzione che diventa, al tempo stesso, una riflessione sullo stile di ciascun autore. Partendo da Flaubert, Thirlwell esamina i vari modi in cui i maggiori autori della letteratura mondiale hanno cercato di trasporre la ‘vita vera’ sulla pagina. E così ciascuno a modo suo ha innovato a seconda del personale concetto di realtà: chi percepisce una descrizione più ‘reale’ quando ci sono dettagli ad arricchirla, chi invece punta sulla casualità degli eventi, chi sul flusso dei pensieri, ecc…

Allo stesso modo ci si può avvicinare alla traduzione in modi diversi: cercando di essere fedeli al senso, al contenuto, al testo, alla forma, alle singole parole, allo spirito dell’autore… Thirlwell ci racconta episodi dall’esperienza di personaggi illustri che si sono cimentati con la traduzione di opere di colleghi e/o predecessori. Allo stesso tempo Thirlwell considera questo testo un romanzo che ha come protagonisti i romanzieri stessi e i loro personaggi. Lo paragona ad un’aurora boreale (reale e inconsistente al tempo stesso) o ad un atlante (poiché si tratta di un percorso nello spazio e nel tempo, scandito da luoghi e date precisi). E’ un insieme di aneddoti e di riflessioni sui mille modi in cui gli scrittori si confrontano con il loro lavoro … la narrazione. 
E così il lettore è trasportato da Parigi a Mosca, a Londra, a Buenos Aires, di aneddoto in aneddoto, di autore in autore, scoprendo, gradualmente, che sono tutti collegati fra loro e, soprattutto, che tutti insieme sono in qualche modo collegati a Flaubert, che è il punto di partenza ma ance il filo conduttore di tutta questa riflessione sullo stile. Anzi, emerge così chiara ad un certo punto l’idea delle relazioni tra gli scrittori che mi ha fatto venire in mente la teoria dei gradi di separazione. Ho così provato a ‘buttar giù’ uno schema di queste relazioni ed il risultato è sorprendente: è emersa una rappresentazione grafica dei 5 gradi di separazione da Flaubert. Ovvero, seguendo la catena di relazioni e ‘contaminazioni’ tra gli scrittori menzionati nel libro di Thirlwell, ci si accorge  presto che al centro della ragnatela c’è la figura di Flaubert e che chiunque è a massimo 5 gradi di separazione da lui. Carico lo schema che ho elaborato per visualizzare questa teoria:






According to 'the web' Thirlwell is a very talented young author who loves experimenting: his project-book Miss Herbert and the recent Kapow! are a proof of that. He’s sometimes too self-conscious (maybe because he’s had success at a very young age), he sometimes seems almost autoreferential, too scarcastic or provoking... let’s admit, a bit irritating. That may be the reason why I found some negative reviews. And yet… there's something attracting in his prose.
Miss Herbert is a long dissertation on the art of translating which is also a series of reflections on style. Starting from Flaubert, Thirlwell analyzes the different ways in which great world authors tried to transpose real life on the page. And so everyone was an innovator following his/her personal idea of reality: some feel their descriptions are more real if there are a lot of details, others prefer to focus on chance, or the flux of thoughts…
Translating is another process subject to different interpretations: you can focus on meaning, on content, on style, on single words, or on the spirit of the author…
Thirlwell tells anecdotes from renowned authors who ventured on translations. But he also considers this book as a novel with writers and their characters as protagonists. He compares his book to aurora borealis (real and impalpable at the same time) but also to an atlas (as it is about a journey through space and time). It’s a series of anecdtoes and reflections on the thousand ways writers can have a confrontation with their work… narration. The reader is thus carried to Paris and Moscow, to London, to Buenos Aires, from anecdote to anecdote, gradually discovering that these stories are all linked together and, above all, they are all linked to Flaubert, the starting point and the fil rouge of this reflection on style. 
The idea of relations among the authors is so clear in the book that I thought about the degrees-of-separation theory. So I tried to draw a map of those relations and the result is really fascinating: I got a graphic representation of the five degrees of separation from Flaubert. That is, following the line of relations among the authors mentioned in Thirlwell’s book, I soon realized that Flaubert is right in the middle of the web and that everyone else is within five degrees of separation from him. See picture.

07 lug 2014

La creatura che abitava... le notti irlandesi.


L’ho divorato in due giorni… Pur essendo per ragazzi è uno di quei libri da cui non riesci più a staccare gli occhi. Questo soprattutto per lo stile della Thompson, perché, in effetti, se ci penso bene, non ci sono grandi eventi a coinvolgerti, non accade nulla di spettacolare, ma sei sempre lì che aspetti che da un momento all’altro qualcosa arrivi come un ciclone e travolga tutto quanto perchè ci sono un sacco di questioni irrisolte: uno straniero scomparso, una bambina uccisa o forse no, un cane che va e viene dalla casa come se fosse sua ed una strana presenza notturna… oltre a seguire un bellissimo spaccato interiore di un adolescente problematico nell’Irlanda delle case popolari. La narrazione in prima persona aiuta ulteriormente ad immedesimarsi nel personaggio che, diciamocelo, non è per nulla simpatico, ma, almeno per quanto mi riguarda, ha toccato la piccola ribelle nascosta in me e, nonostante appunto non sia uno stinco di santo e sia quanto di più distante si possa immaginare da me e dalla mia personalità, non riuscivo a smettere di identificarmi.
Il protagonista, Robert, è un quattordicenne di Dublino che passa le sue giornate a derubare passanti, drogarsi e rubare auto con gli amici. Questa è la situazione da cui la madre cerca di allontanarlo, portandolo in campagna, nella contea di Clare. Beh! Non è solo per lui che fugge da Dublino, sta anche cercando di liberarsi degli strozzini a cui deve dei soldi. Le giornate a Clare sono scandite dal bollitore… ogni momento è buono per una tazza di tè (ne ho contate ben 19!). In tutto ciò fa capolino una misteriosa presenza notturna, una ‘fatina del latte’ che poi si rivela tutt’altro che innocua… non dirò di più. Posso però dire che dall’atmosfera urbana dell’inizio, dopo un breve momento fiabesco, mi sono ritrovata verso la fine a ripensare all’atmosfera di un film horror con Kevin Costner… si tratta di The New Daughter (2009), che mi terrorizzò letteralmente. Chiarisco subito che sono una fifona e che ho una soglia di resistenza all’horror bassissima: la maggior parte delle atmosfere dark mi spaventa a morte.
Uno sguardo alle ambientazioni del romanzo:
- i quartieri popolari di Dublino dove vive Robert
- il parco dove Robert e i suoi amici bighellonano tutto il giorno...

- una fattoria nella contea di Clare

I’ve swallowed it in a couple of days… It’s one of those books you can’t take your eyes off. That’s most probably due to Kate Thompson’s style because there aren’t any twists in the story. You get a constant sensation of something incredible about to happen, something overwhelming because there’s a lot of unsolved matter: a missing stranger, a murdered child, a dog coming and going from a house as if it was his, a mysterious nocturnal presence… while we are following the inner and outer life of a troublesome teenage of the Irish working class. The first-person narration helps the identification with the protagonist who –I must admit- it’s all but nice. Something in Bobby awakened the little rebel in me and I couldn’t help identifying myself with him. Robert –that’s the protagonist’s name- is a 14-year-old boy from Dublin who spends his days robbing passers-by, getting drugs and stealing cars with his friends. From this situation his mother tries to get him away, moving to a country house in Clare County. Well.. it’s not only for him that she escapes Dublin, she’s also trying to get rid of some usurers she owns money to. In Clare County the days are marked by the kettle… any time is perfect for a good cuppa (I counted 19!). But there’s a mysterious nocturnal spirit, a ‘milk fairy’ that in the end turns out to be not so harmless… I won’t say more. I can say that at the beginning of the book I found myself in an urban atmosphere while in the end I was constantly thinking of a horror film with kevin Costner I had seen… it’s The New Daughter (2009), which really frightened me. It’s probably my fault, becaue I’m quite chicken-hearted and I’ve got a very low fear threshold.
But let’s get back to the novel and its settings: Dublin (see pictures) and a farm in Clare County, Ireland (see picture).

30 giu 2014

Kate Thompson: dall'Irlanda con fantasia.



Nonostante sia nata in Inghilterra è cresciuta in Irlanda e molti suoi libri sono ambientati lì. La cultura irlandese la definisce sia come autrice che come persona: infatti suona il violino ed ha una passione per la musica tradizionale irlandese. Nelle sue storie fanno capolino personaggi dalla mitologia e dalle leggende irlandesi: fate, folletti, changelings emergono dalla quotidianità. Se fosse uno scrittore americano, probabilmente sarebbe Stephen King proprio per questa caratteristica. E’ chiaramente una persona che ama la natura, lo dichiara lei stessa nel suo sito ... e la scrittura sembra essere un dono di famiglia.






Even though she was born in England, she grew up in Ireland and many of her books are set there. Irish culture defines her both as an author and as a person: in fact she plays the violin and has a passion for traditional Irish music. In her stories there are characters from Irish myths and legends: fairies, elves, changelings come out of the ordinary. If she was an American writer, she would probably be Stephen King for this latter quality. She’s a nature-lover, that’s what she states in her site… and writing seems to be a family gift.


22 apr 2014

Stone Virgin: le vicende di una statua maledetta

Ho scelto Stone Virgin per l’ambientazione, Venezia. Dopo aver tanto apprezzato L’angelo della SignoraGarnet, non vedevo l’ora di tuffarmi nuovamente nelle atmosfere lagunari. In aggiunta, il libro è ambientato in 3 epoche diverse (nel ‘400, nel ‘700 ed oggi) e partendo dal restauro della statua di una Madonna, procede a ritroso tracciando la storia della stessa, del suo creatore e della modella. Praticamente questo libro unisce tutto ciò che mi piace: una bellissima città, un’ambientazione storica ed il legame con l’arte (adoro i libri che hanno un dipinto o un’opera d’arte al centro della vicenda). Magari non l’ho letto tutto d’un fiato… (faccio sempre più fatica a leggere continuativamente durante il periodo lavorativo) ma mi è piaciuto molto. Le vicende accadute nei vari secoli si alternano e vengono raccontate anche attraverso lettere e pagine di diario. Infatti, ciascuno dei tre protagonisti trascrive in prima persona parti della propria storia: lo scultore racconta i fatti in una lettera nel disperato tentativo di venire salvato da una terribile accusa, il protagonista della vicenda di tradimenti ambientata nel ‘700 scrive le sue memorie, mentre il restauratore trascrive le vicende relative al restauro e gli esiti delle sue ricerche sulla storia della statua. Entriamo così in contatto con i protagonisti stessi delle varie storie ed otteniamo un quadro generale dell’aura tragica e degli intrighi che hanno da sempre circondato la bellissima Madonna che, a quanto pare, ha lo speciale potere di mutare in qualche modo l’animo di chi le sta vicino.




I’ve chosen Stone Virgin for the setting, Venice. After appreciating Mrs Garnet’s Angel, I couldn’t wait to feel the atmosphere of the lagoon again. Moreover, the book is set in three different times (in the 1400’s, in the 1700’s and today). It starts from the restoration of a statue of a Madonna and goes backwards in time tracing the history of the statue itself, the artist as well as the model. This book has everything I like in a book: a beautiful city, a historical setting and art (I simply love books with a painting or a work of art at the core of the narrated events). Well, I didn’t exactly read it in one go… (it’s becoming more and more difficult to devote to reading during the school year) but I really liked it. The different historical events alternate and are told through letters and pages of diaries. Each protagonist wrote parts of his own story: the sculptor told his story in a desperate letter trying to defend himself from terrible charges, the protagonist of the love-and-betrayal story set in the 1700’s wrote his memoirs, while the restorer writes down his impressions about the restoration as well as the results of his research into the story of the statue. So, we almost come into touch with the protagonists and get a general idea of the tragic aura and the intrigues around the beautiful Madonna which seems to have the special power to somehow change those who stay around her.

Scarica gli articoli relativi a Barry Unsworth come eMagazine da Scribd:

16 mar 2014

Storie di schiavi: Sacred Hunger e Bachit Caenda

Di Sacred Hunger non mi ricordo moltissimo (sono passati un paio di anni ormai da quando l’ho letto), ma ricordo sicuramente che l’ho letto tutto d’un fiato e che ho seguito con trepidazione le vicende raccontate. Ho sempre avuto un debole per le “storie di mare” ed ho iniziato a subire il fascino delle navi da quando lessi “The Rhyme of the Ancient Mariner” di Coleridge. Il romanzo di Barry Unsworth si apre subito menzionando la nave, la Liverpool Merchant, il cui ruolo centrale nella storia riguarda il trasporto degli schiavi (all’inizio siamo nel 1752) dall’Africa all’America. I protagonisti a bordo della nave sono due cugini tra cui non scorre buon sangue: Erasmus Kemp (figlio di un ricco mercante) e Matthew Paris (dottore e scienziato). Come sulla nave di Coleridge anche su questa si verifica un ingiusto omicidio, dopo il quale cominciano ad accadere sciagure: una misteriosa malattia inizia a decimare gli schiavi a bordo, i litigi tra i membri dell’equipaggio ed il comando sono sempre più frequenti ed il viaggio sembra destinato a finire male. A questo punto c’è uno spostamento temporale e la storia riprende 12 anni più tardi, sorprendendo il lettore che si aspettava un naufragio alla Coleridge: in questa ultima parte si seguono le vicende del ritrovamento di una colonia di persone che vive in armonia con la natura in qualche remota zona vicino alla Florida. Naturalmente si scoprirà che è abitata da coloro che sono scampati al naufragio. 
Ci sono anche echi shakespeariani: si mette in scena La Tempesta e le prove della rappresentazione intervallano il romanzo. Mi piacerebbe esplorare il rapporto tra il testo shakespeariano e la storia di Sacred Hunger, ma non lo farò: ho letto questo libro due anni fa, non ho tempo di rileggerlo ora e, soprattutto, voglio parlare di un'altra questione che mi colpì molto. Si tratta di una fortunata coincidenza.
Come ho già accennato, ero in vacanza. Stavamo soggiornando in una bellissima villa appartenuta ai conti Miniscalchi ed oggi trasformata in hotel al centro di un parco termale sul lago di Garda.
Proprio quando ero nel bel mezzo del libro ho notato alcune fotografie d’epoca appese nella hall dell’hotel raffigurante un uomo di colore e mi sono avvicinata. Sotto una di queste c’era la seguente didascalia:
“Bachit Caenda – Acquistato al mercato degli schiavi nel 1869 dal Conte Miniscalchi”. Ho chiesto subito informazioni alla reception ed ho scoperto che Bachit Caenda è stato uno schiavo molto particolare…

Come dice la didascalia della foto, Bachit fu acquistato dal Conte Miniscalchi nel 1869 e, oltre ad essere l'ultimo schiavo comprato in Italia, fu una persona molto particolare perchè si distinse per le sue qualità, diventando noto come interprete e traduttore e collaborando con i missionari comboniani. Ho fatto una ricerca online e l'ho trovato nominato in un testo storico su quel periodo di cui è disponibile l'anteprima presso Google Libri.


Adoro mescolare realtà e narrativa e quando accade  per caso è ancora meglio, non trovate?



I don’t remember much of Sacred Hunger (I read it a couple of years ago), but I remember reading it almost in one go and I also remember the trepidation for the events in the book. I’ve always been fond of ‘sea stories’ and I started feeling some sort of fascination for ships when I read ‘The Rhyme of the Ancient Mariner’ by Coleridge. Unsworth’s  novel opens mentioning a ship, the Liverpool Merchant, whose pivotal role in the slave trade between Africa and America is soon revealed (the beginning of the novel is set in 1752). The protagonists aboard are cousins but there’s ill-feeling between them: they are Erasmus Kemp (a rich merchant’s son) and Matthew Paris (doctor and scientist). As aboard Coleridge’s ship here there’s a tragic and unfair homicide after which strange things happen: a mysterious illness reduces the number of slaves aboard the ship, quarrells between officers and members of the crew are more and more frequent, and the voyage seems ill-fated. At this point there’s a time shift and the story starts again 12 years later, and takes the reader by surprise denying him/her the pleasure of a Coleridgean shipwreck. In this last part the story of a settlement of people in harmony with nature is told. It’s somewhere near Florida. Of course, the settlers are those who survived the wreckage.
There are also shakespearean echoes: at the beginning the characters put on a play -The Tempest- and their rehearsals come at intervals in the novel. I would like to analyse the relationship between the shakespearian play and the story of Sacred Hunger. But I won’t: I read the novel two years ago, as I said, and I don’t have time to read it again now and, above all, I want to write about another topic that struck me at the time. It was a lucky coincidence. I read the book while I was on holiday. We were staying in a beautiful villa, which had belonged to Counts Miniscalchi, today a hotel in the middle of a thermal park near Lake Garda. When I was half way through the book, I happened to notice some old pictures on the walls in the hall of the hotel: a black man was portrayed, so I got closer. Under one of these pictures there was the following caption: “Bachit Caenda – Bought at the slave market in 1869 by Count Miniscalchi”. I immediately asked for information at the reception and I found out that Bachit Caenda was a very special slave.
He was bought by Count Miniscalchi in 1869 and, besides being the last slave in Italy, he was really special: he distinguished himself as an interpreter and a translator and he was well known in Italy. I tried an online research and I found out his name in a historical book on the period. You can read the passage on his story at Google Books.
I love the mixture between reality and fiction… and when that happens by chance it’s even better, isn’t it?

03 mar 2014

Autori... non morite in Italia!

Due anni fa, prima di partire per una vacanza, mi ero fatta arrivare dal fedelissimo Amazon Losing Nelson e Sacred Hunger di Barry Unsworth. Alla fine optai per Sacred Hunger perché era un bel tomone di 630 pagine ed ero sicura che in tutto relax lo avrei finito sicuramente. Rimando per ora il commento sul libro per soffermarmi sull’autore… che scopro essere morto poco tempo fa (4 giugno 2012). In Italia la notizia non ha circolato come avrebbe dovuto, eppure ha trascorso gli ultimi anni della sua vita proprio da noi, a Perugia: in compenso veniamo prontamente informati sul bebè di Belen o sulle relazioni della Canalis. Non ho parole…
E’ vergognoso anche che la maggior parte dei suoi libri non siano tradotti in italiano: ma come è possibile avere un autore di fama internazionale che ha scelto di vivere in Italia e ignorarlo così? Non riesco davvero a capire la politica delle case editrici. A parte L’isola di Pascali e La donna del rubino, la produzione di Unsworth non è stata presa in considerazione… e alcuni dei suoi libri sono pure ambientati in Italia. Eppure i suoi romanzi sono bellissimi, sono acclamati ovunque, hanno vinto premi importanti (Booker Prize, tanto per cominciare).
Nel corso di questa mia sfida mi è capitato spesso di chiedermi ‘Perché non è stato tradotto in italiano?’ La maggior parte dei libri, infatti, li ho letti in inglese non per una scelta purista della lingua, ma proprio perché in italiano non esistono. C’è una bella libreria fornita dove vivo eppure devo farmi mandare i libri da Amazon.uk perché alcuni autori li posso leggere solo così. Per me fa lo stesso… ma perché privare di storie meravigliose chi non ha la possibilità di leggere in inglese? “Ai posteri l’ardua sentenza…”
Leggo l’articolo che il Guardian ha dedicato alla sua scomparsa e vi ritrovo le stesse impressioni che ho avuto io leggendo Sacred Hunger. In particolare, l’espressione ‘novelist of empires in decay’ mi riporta ad un saggio di Greenberger studiato all’università che classificava le fasi dell’epoca coloniale inglese nella narrativa. Il saggio in questione è The British Image of India di Allen J. Greenberger in cui la narrativa di ambientazione coloniale viene suddivisa in 3 fasi: ‘the era of confidence’ (in cui la colonizzazione veniva percepita dagli inglesi come una sorta di missione), ‘the era of doubt’ (in cui si sviluppavano i primi dubbi e le critiche sulla legittimità e sui risultati della colonizzazione) e ‘the era of melancholy’ (in cui si percepiva la fine di un’epoca ed il suo fallimento). Anche se Greenberger si riferiva esclusivamente alla colonizzazione dell’India, leggendo Sacred Hunger pensavo che mi ricordava proprio le sensazioni trasmesse da alcuni romanzi appartenenti alla seconda fase (soprattutto Orwell e Forster). Il punto di vista è quello di chi da dentro percepisce che qualcosa non va, gli eventi si rivoltano contro i ‘colonizzatori’ e l’ideale britannico si rivela poco efficace e in qualche modo malato, ma ciò appare evidente solo a pochi personaggi. Ecco quindi che non mi stupisce affatto l’espressione usata dal Guardian… e vi consiglio di leggere l’articolo.





Two years ago I ordered Losing Nelson and Sacred Hunger by Barry Unsworth from my trustful Amazon before leaving for a holiday. In the end I decided for Sacred Hunger because it was quite a tome of 650 pages and I was sure I would finish it. I’m not going to comment on the book in this post because I want to talk about its author… who I’ve learnt died not long ago (2012). In Italy the news wasn’t spread as it should have been. And yet he spent his last years right here in Italy, in Perugia: bu we are duly informed about Belen’s baby or Elisabetta Canalis’s relationships. I really don’t know what to say…
What’s worst is that most of his books haven’t even been translated into Italian: how is it possible for such a world renowned author who chose to live in Italy? I really can’t undertand the policy of publishers here. Besides Pascali’s Island and The Ruby in Her Navel, Unsworth’s work hasn’t been taken into consideration… and some of his books are set in Italy. And his books are beautiful, they are appreciated around the world, they have won important prizes (Booker Prize, just to begin). Since I started this blog, I have often found myself wondering ‘Why hasn’t this been tranlated into Italian?” Most of the books I’veread, in fact, were in English… and not for a personal purist choice, but simply because they don’t exist in Italian. There’s a nice library where I live. Nonetheless I have to get my books sent to me from Amazon.uk because that’s the only way to read some authors. It doesn’t make any difference to me… but why deprive those who can’t read in English of such wonderful stories?
I’ve just read the article the Guardian dedicated to Unsworth’s death and I found the same impressions I had got reading Sacred Hunger. “Novelist of empires in decay”, in fact, reminds me of an essay by Greenberger I studied at university. He classified the different steps of British colonization according to their narrative treatment. The work was The British Image of India by Allen J. Greenberger and the steps were: ‘the era of confidence’ (in which colonization was perceived as some sort of mission by the British), ‘the era of doubt’ (in which the first doubts and criticism of it appeared) and ‘the era of melancholy’ (in which colonization was perceived at its end and as a failure).  Even if Greenberger referred to the colonization of India, Sacred Hunger reminded me the same impressions I had got reading some novels belonging to the era of doubt (above all those by Orwell and Forster). The point of view is that of someone who’s living it and understands that something’s wrong, and sees the events turn against the colonizers. The British ideal proves inefficient and, in some way, sick. In this sense I agree completely with the expression used in the Guardian’s article… which I suggest you to read, too.

05 gen 2014

Susan Wicks: semplicità nella poesia.


Dopo la scomparsa di Ari ho sentito molto la solitudine. I pomeriggi al computer erano improvvisamente diventati interminabili senza le richieste di attenzione del micio. Le serate sul divano erano una tristezza per me e mio marito. Ma non ci decidevamo a cercare un altro micio perché ci sembrava di tradire il nostro “piccolino”. Alla fine ci siamo arresi  e siamo andati a vedere qualche cucciolata. Io mi sono innamorata di un micetto tutto grigio e così, qualche mese dopo, eravamo di nuovo in compagnia. L’abbiamo chiamato Silver, sia per il colore che in omaggio al personaggio del romanzo di  Jeanette Winterson, “Il custode del faro”. Ovviamente Ari rimane nel nostro cuore ed ha un suo posto speciale in giardino, circondato da cespugli di lavanda… così d’estate è circondato dalle apette che amava tanto rincorrere.

Ma torniamo alla sfida… Questa volta ho cominciato subito dal libro: ho preso in mano Night Toad di Susan Wicks ed ho iniziato a leggerlo prima di sapere qualcosa su di lei. L’ho letto tutto e sono rimasta un po’ perplessa. Allora ho navigato alla ricerca di informazioni e non è emerso molto, solo qualcosa sulla sua vita. Devo dire la verità: avevo deciso di saltare Susan Wicks. Certo, avevo letto le sue poesie, ma non avevo proprio nulla da dire al riguardo. Finchè… non ho trovato un video su YouTube in cui lei legge alcune delle sue poesie proprio da questa raccolta. Ed è cambiato tutto!
Mi sono ritrovata di fronte a questa signora molto tipicamente inglese che con pacatezza ha iniziato a leggere e allora sono rimasta affascinata dalla musicalità della lingua e dal modo direi quasi dimesso di leggere (non teatrale, non declamato, ma semplice, quotidiano). Ho stoppato e mi sono procurata subito il libro per seguire meglio. Che piacere! L’atmosfera ‘domestica’ del video rafforzava l’impressione di star leggendo insieme le sue poesie… allo stesso tavolo… mancava solo una buona ‘cuppa’. Ogni tanto dimentico quanto sia bella quella lingua. Finita l’esperienza, con molta soddisfazione, sono ritornata all’inizio del video ed ho cominciato a leggere e rileggere con lei le sue poesie… esercizio di pronuncia (ecco la prof che viene fuori).

E allora eccomi qui a riguardare le sue poesie e cercare nuove interpretazioni.
Per esempio "Night Toad", la poesia che dà il titolo alla raccolta, è bellissima nella sua testimonianza di una morte improvvisa e fulminea.

“Lo vedi a malapena – / Il profilo, la pelle fredda / Quasi una foglia morta, / a chiazze marroni, verde pallido, / cachi. Siede placido / gonfiando ritmicamente il respiro / proprio sul pelo dell’acqua / tra i solchi nel sentiero. // E improvvisamente è al centro / Di un cono di luce / Che cade dal cielo notturno –  / Nei solchi scorre fuoco liquido, / ragnatele impresse sul fondo nero, / ogni filo d’erba tagliente chiaro / e separato – finchè il sibilo / della vita umana se ne va, / l’aria non crepita più, / il tremore si ferma / e lui può tornare  / da dove era venuto. // Ma cos’era questa /  Se non la morte?”

Il rapporto tra i quattro elementi nel momento della morte: la bestia terrena che si trova tra acqua, aria e fuoco e viene sconfitta nella lotta tra le vita e la morte.


Ma è bellissima anche ‘My Father’s Handkerchiefs’, con le fantasiose metafore usate dalla Wicks per rendere il concetto che dà il titolo alla poesia. Ecco che i fazzoletti usati si trasformano in mostri di origami, scheletri nei quali ciascuno può immaginare la forma che vuole, un po’ come si fa con le nuvole da bambini: farfalla, tartaruga, airone, granchio, giglio, cigno…










After Ari’s departure I felt real loneliness. My afternoons at the computer were suddenly endless without my cat’s attention requests. The evenings on the sofa were suddenly sad for my husband and me. But we never got round to looking for another cat because it seemed like betraying our “little one” to us.  We gave up in the end and went to see some kittens. I fell in love with a grey kitten and, after a few months, we were in company again.  We called him Silver, both for the colour of his fur and after the character in Jeanette Winterson’s novel “Lighthousekeeping”. Obviously Ari is in our hearts and has a special place in the garden, surrounded by lavander.. so that in summer he’s surrounded by bees, which he loved to run after.

Let’s get back to my challenge now… This time I started right from the book: I just opened Night Toad by Susan Wicks and started reading without knowing anything about the author. I read it in one go and I was a little puzzled in the end. Then I surfed the net looking for some information and I didn’t find much, just something about her life. I must admit I was thinking of leaving Susan Wicks out of my list. Yes, I had read her poems, but I didn’t have much to say about them. When… I found a video on YouTube where she’s reading the poems in this collection. And I changed my mind! When this typically British woman started reading –calmly, simply- I noticed the musicality of her language and I was fascinated by the way she read –not in a declamatory tone, but humbly. I immediately took the book to follow what she was saying. What a pleasure! The domestic atmosphere of the video strengthened the impression of reading together… at the same table… a nice ‘cuppa’ was the only thing missing. Every now and then I forget how much I like this language. As soon as the video was finished, I played it again… this time reading the poem with her… just to train my pronunciation (sorry, the teacher prevailed).   And now I’m here looking at those poems and trying to give them new meaning. Night Toad –the title poem- is beautiful in its testimony of a sudden death.

“You can hardly see him - / his outline, his cold skin / almost a dead leaf, / blotched brown, dull green, / khaki. He sits so quietly / pumping his quick breath / just at the edge of water / between ruts in the path. // And suddenly he is the centre / of a cone of light / falling from the night sky- / ruts running with liquid fire, / cobwebs imprinted on black, / each grass-blade clear / and separate – until the hiss / of a human life removes itself, / the air no longer creaks, / the shaking stops / and he can crawl back / to where he came from. // But what was this, / if it was not death?”

The balance between elements in the exact moment of death: the earthly beast in water, air and fire which is beaten in the fight between life and death.

‘My Father’s Handkerchiefs’ is also beautiful, with Wick’s fanciful metaphors trying to express the title of the poem. Used handkerchiefs take the form of origami monsters, skeletons in which everyone can see something different, like children watching clouds: butterfly, turtle, heron, lily, swan…
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