30 ago 2012

EX PRECARIA

NOTIZIONA: NON SONO PIU’ UNA PRECARIA! ADESSO SONO DI RUOLO! NON CI POSSO ANCORA CREDERE...
CAVOLO…. DOVREI CAMBIARE IL NOME AL BLOG.

01 ago 2012

Oink... alla mercè di due maialini.

Il libro è veramente spassoso. Mano a mano che leggevo, Matt Whyman passava nella mia mente da uno stimato giornalista ad un poveraccio alla mercè della propria famiglia… è stato divertentissimo. Il tutto inizia con una esclamazione ‘Che cariiiiiiiiiiini’ e prosegue a rotta di collo fino alla fine.
Butch e Roxi sono davvero strepitosi, ma altrettanto lo è l’amico Tom, la cui ironia accompagna ogni scelta di Matt … e che però non si tira mai indietro quando è ora di aiutare e, soprattutto, di rimediare a qualche danno.  Che dire del povero Miso? Il gatto che proprio non manda giù l’invasione della sua privacy. Altro momento grandioso: il salvataggio delle galline da batteria.
Ho notato più che mai una cosa 'typically English'… l’onnipresenza di una buona ‘cup of tea’.
Avevo letto alcuni testi sulla ‘Britishness’ in cui si spiegava questo strano (e un po’ morboso) rapporto che gli inglesi hanno con la loro bevanda nazionale. Cito:

«I britannici bevono più tè di quanto possiate immaginare! Le persone tirano fuori il bollitore ogni volta che hanno ospiti, sono sotto stress, sono stanche, o anche solo annoiate.  C’è sempre una ragione!» (Toni Summers Hargis, Rules, Britannia)

«Non importa cosa stia succedendo: io arrivo a casa; il telefono suona; c’è una pausa nella conversazione; viene dichiarata la guerra nucleare... io metto su il bollitore e preparo un tè.» (Sarah Lyall, The Anglo Files)
All’inizio pensavo che fossero affermazioni esagerate, ma ho dovuto ricredermi. Essendo italiana, non potevo non notare, leggendo Oink, che è vero: ogni momento è buono per sorseggiare un po’ di te. Funziona durante le discussioni con la moglie per darsi un tono e quando c’è da ‘lavorare sodo’ alla porcilaia è un ottimo modo per ‘svignarsela’ (con grande sollievo di chi sta lavorando).


Ho cercato un po’ in Internet ed ho trovato un video di Matt Whyman che presenta il libro e racconta al tempo stesso le premesse di questa avventura. Da vedere...

… ma soprattutto sono da vedere questi 30 secondi che mostrano la reazione del suo cane all’arrivo della ‘belva’





The book is quite hilarious. As long as I was reading my idea of Matt Whyman changed from an estimated writer to a poor fellow at the mercy of his family… it was a fun. Everything begins with an exclamation: ‘soooooo cute’ and goes on at breakneck speed until the end.
Butch and Roxi are really funny, but Tom –Matt’s friend- is also funny with his irony… And what about poor Miso, the cat who can’t swallow the invasion of his privacy? Another great moment: the rescue of battery hens.
Here in this book I found proof of something I’ve always read about the English: it’s something about ‘a good cup of tea’.
I had read some books on ‘Britishness’ where this strange 8and a little bit morbid) relationship between the English and their national drink. I’m quoting:

«Brits drink more tea than you can imagine! People pop the kettle on whenever they have guests, feel under stress, are tired, or just plain bored. There’s always a reason!» (Toni Summers Hargis, Rules, Britannia)

«No matter what happens-I come home; the telephone rings; there is a lull in the conversation; nuclear war is declared-I put the kettle on and start making tea.» (Sarah Lyall, The Anglo Files)
At the beginning I thought these were just exaggerated statements, but I had to change my mind. Being Italian I couldn’t but notice –while I was reading Oink- that what I had read it’s true: every moment is right for a ‘cuppa’. It works good during arguments with your wife when you want to act in a dignified manner. And when there’s some tough work to do at the piggery it’s a chance to sneak away (with much relief to those who are working).

«“Then let’s get to work”. Tom had brought his tools in a leather carrier. As he set off to fetch them from his Land Rover, I returned to the house to find mine. They were in the kitchen comprising of a kettle, two mugs, some milk and teabags.»

I had a look on the Internet and I found out a video where Matt himself introduces the book and tells about its premises. A must-see…
… but, above all, you must see this 30 seconds showing his dog’s reaction when ‘the beast’ arrives.

25 lug 2012

Matt Whyman

La prima cosa in cui mi imbatto è il suo blog, da cui capisco subito che non ha molto tempo da dedicare alla rete (un post al mese!) …e che lo usa a puro scopo promozionale per i suoi libri. Appena leggo la pagina ‘About Matt’ capisco perché ha così poco tempo: è impegnato su fronti diversi (dal giornalismo ai romanzi per adulti alle storie per ragazzi, ai laboratori di scrittura creativa, alle campagne pubblicitarie e alle varie ospitate in TV e in radio). Come ho già affermato, sono sempre un po’ sospettosa nei confronti di chi vuole fare troppe cose perché ho la sensazione che non ne venga bene nessuna. Vedremo…
Apprendo che è sposato con 4 figli (pure!), che vive nel West Sussex e che il libro che gli ha portato maggiore notorietà è Oink!
Esploro un altro po’ il blog e non trovo nulla di speciale. Ci sono, ovviamente, tutti i suoi libri con trame e tanti buoni consigli. Utile. Pratico… senza fronzoli. Passo oltre…
Noto che ha sia un account Twitter che uno su Facebook. Vado ad esplorare Twitter e capisco nuovamente perché dedica poco tempo al blog… è sempre su Twitter.
Ecco finalmente il vero Matt! Mi faccio un’idea positiva di lui: è simpatico, senza pretese e, soprattutto, adoro le foto che ha postato. Immagino che stia promuovendo il suo ultimo libro, che in italiano non è ancora stato tradotto, Walking with sausage dogs (letteralmente ‘Andare a spasso con cani-salsiccia’). Dovrebbe dedicare un pagina del suo blog alle foto: lo renderebbe più personale.
Nonostante la stimata carriera di narratore: diversi romanzi per ragazzi e alcuni per adulti ben accolti dalla critica, la curiosità mi spinge verso Oink! Sicuramente questo tipo di libri ha grande richiamo per il pubblico, anzi stanno proprio spopolando. Qualche esempio?


…e devo ammettere che mi lascio conquistare anch’io, essendo un’amante degli animali. Ho cominciato con la serie della mitica Doreen Tovey… una vecchietta che viveva nel Somerset con i suoi gatti siamesi e che ha iniziato a raccontare la sua pazza vita con i felini. Ebbene, uno tira l’altro e mi sono ritrovata ad acquistare quasi tutta la serie.
Purtroppo, il lato negativo di questi libri è che prima o poi i loro protagonisti muoiono ed io proprio non sopporto quella parte, che mi lascia ogni volta un piccolo vuoto dentro.
Comunque, viste le mie vecchie abitudini, ho deciso OVVIAMENTE di leggere Oink!




The first thing I run into is Matt’s blog, which makes me think he’s got very little time for the net (one post a month)… he mostly uses it to promote his books. As soon as I read the page ‘About Matt’ I understand why he’s got so little time: he’s been working on different things (from teen-journalism to novels, to creative writing courses, as well as advertising campaigns and then there’s the TV and the radio. I’ve already stated that I’m usually quite suspicious  of those who do too many things at the same time because I feel nothing comes out of that. We’ll see…
I also understand he’s married and father of four (none the less!) and lives in West Sussex and his global fame is mostly due to Oink! –his book on minipigs.
I explore the site for further information but I cannot find anything special. There are, obviously, all his books with plot and advice. Useful. Practical… without frills. I quit…
I find his Twitter account and I see he’s got one on Facebook, too. I explore Twitter and I understand again why he’s been writing so little on his blog… he’s always on social networks, apparently. Here’s the real Matt, at last!
I get a positive impression: he’s quite humorous, unpretentious, and –above all- I adore the photos he’s posted so far. I suppose he’s on with the promotion of his last book, Walking with Sausage Dogs. He should devote a page on his blog to those pictures: it would make it more personal.
Despite his career as a novelist –both for teenagers and grown-ups- I feel attracted to Oink! It certainly had a great  success, that’s probably why he’s devoted some time to the genre, writing Walking with Sausage Dogs.
As a matter of fact, there’s a vogue for that kind of books. Some examples? SEE SHELF ABOVE
Being an animal lover, I must admit I often yeld to temptation. I’ve been reading a lot of these books. It all started with the series by Doreen Tovey… an old woman who lived in Somerset with her Siamese cats and wrote about her crazy life. Well, one after the other I found myself reading almost the entire series .
Unfortunately the blind side of that kind of books is that the protagonists sooner or later die and I really can’t stand that part, leaving a void inside my heart.
However, as old habits die hard, I’ve obviously decided for Oink!

15 lug 2012

"Tranquillo, fratello!": La figura del duro dal western al ghetto

«Mi chiamo Dennis Huggins e sono nato nel 1983. Al momento corre l’Anno dell’Altissimo 2006. Mi trovo dentro al penitenziario di Pentonville, nel nord di Londra».
Sono le prime parole del protagonista del romanzo di Alex Wheatle che in originale si intitola The Dirty South. Dall’esordio mi aspettavo la solita triste storia del ghetto e invece il nostro protagonista viene da una famiglia niente male: figlio di una segretaria e di un bibliotecario con la possibilità di frequentare una scuola decente.
Improvvisamente si stufa di questa situazione e matura una sorta di consapevolezza di razza… per cui manda al diavolo “la teoria del sindaco sulla bella società multiculturale inglese” e si cala sempre più nel personaggio del ghetto… con tanto di spaccio di crack.
Più lui si ‘ghettizza’ più i suoi discorsi diventano assurdi. Il climax lo tocca quando tenta di conquistare Akeisha… davvero al limite del surreale… non potevo credere ai miei occhi… i pensieri dei Dennis nei confronti dell’altro sesso sono sconvolgenti… Un esempio: «Non mi piaceva l’idea di scoparmi una calva. Ma, ehi, quando hai le palle che ti vanno a fuoco non puoi fare troppo lo schizzinoso»Meglio sorvolare…
Le lotte intestine tra bande vengono colorate da atmosfere del grande cinema: i duelli western e le stragi dei film di gangsters… cosa che mi fa pensare. Decido di esplorare la rete per vedere se trovo conferme ai miei dubbi. Bingo! E’ proprio così ed ora che ne ho la certezza mi avventuro in una breve dissertazione sulla mascolinità nei film western e nei film di mafia e su come viene trasposta nel mondo del ghetto.
Dopo aver analizzato prima i film western e poi quelli di mafia, sono arrivata ad una serie di elementi fondanti che i due generi hanno in comune. Infine ho cercato corrispondenze nel libro ed ecco cosa ne è emerso.
L’elemento principale della mascolinità sia western che mafiosa è la predominanza dell’azione (intesa per lo più come violenza) sulla comunicazione verbale. Le discussioni spesso non sono necessarie, poiché si passa direttamente ai fatti. E anche quando ci sono, durano pochissimo. Uno dei due litiganti, di solito quello che viene caratterizzato come più forte/maschio, vi pone fine in modo violento. Si deve aggiungere a ciò la predominanza del silenzio sulla parola. Infatti spesso chi litiga più forte è perdente, mentre risulta vincente chi resta in silenzio. Il silenzio dei film western è più significativo di molti dialoghi: lo dimostrano, in particolare, i film di Sergio Leone in cui i silenzi sono lunghissimi e preannunciano grandi eventi. A tutto ciò si unisce l’ideale di vendetta, anch’esso tipico di entrambi i generi: nei western sfocia nel duello, nel secondo nelle faide/ritorsioni tra bande criminali. Ciò che conta è sfidare continuamente la mascolinità altrui e, al tempo stesso, difendere la propria. Chiunque capirebbe che è una situazione destinata prima o poi al fallimento… 
Dennis, che i film western e di mafia li ha ben presenti, si comporta secondo queste regole quando decide di ‘entrare in affari’ con l’amico Noel (ovviamente come spacciatori… ricordiamoci che siamo a Brixton): forse parla un po’ troppo, ma in quanto ad azione e vendetta non ci sta mica tanto a pensare… dopo l’imboscata nella quale viene picchiato e derubato Dennis non perde tempo e massacra di botte i colpevoli… anche in questo caso, come in un buon western che si rispetti, si tratta di una scaramuccia introduttiva, per far vedere che il protagonista ‘ha le palle’. Poi però salta fuori il vero antagonista, uno altrettanto cattivo e si tratta del nero musulmano Courtney Thompson. Le sfide sono reciproche e conducono al ‘duello finale’ dal quale Dennis esce vivo ma di certo non vincitore… perchè la realtà è diversa dai film.
Altro elemento che accomuna i western con i film di mafia è il ruolo secondario delle donne e la prevaricazione maschile, spesso violenta. Nei film western la donna è vittima delle violenze maschili e anche quando l’eroe la salva da una situazione tragica, difficilmente crea poi con lei una famiglia, ma la lascia al suo destino (…quindi ad altre future violenze, anche se questo non ce lo fanno mai vedere). Nei film di mafia, invece, la donna spesso subisce violenze proprio all’interno della famiglia, poiché questo è il modo del capofamiglia per asserire la propria autorità.
In tal senso il personaggio che più si avvicina a questo modo di agire è Noel, la cui ragazza, Priscilla, viene continuamente denigrata e maltrattata (per lo più verbalmente), mentre i tentativi di Dennis di imporsi sono assolutamente fallimentari: con Anne rimedia un’imboscata, a causa di Tania ha inizio la ‘faida’ tra lui e Courtney Thompson che finirà in tragedia, con Akeisha non riesce proprio perché si innamora veramente.
Insomma si tratta di un codice di condotta mutuato dal cinema che viene interpretato alla lettera nel mondo delle bande. In questo libro i parallelismi sono messi in evidenza da Dennis stesso che fa continui paragoni tra quello che gli succede e scene di film famosi.
Ecco alcuni esempi a cui ho abbinato la corrispondente clip dal film:
Quando Dennis e l’amico Noel partono per una spedizione punitiva contro quelli che hanno derubato Dennis:
«Per qualche ragione mi immaginai una scena del film Per qualche dollaro in più. Clint Eastwood e Lee Van Cleef stavano caricando le loro pistole mentre aspettavano di regolare quella faccenda di merda con la banda di messicani. Avevano entrambi quest’espressione impaziente in volto e in quel momento mi sentivo nello stesso modo. Qualsiasi cosa accada voglio farla finita e andarmene a casa.»


E poi ancora:
«Noel gli si avvicinò lentamente alla Lee Van Cleef. I suoi occhi si conficcarono in faccia a Nathan, senza mai sbattere le palpebre.»
 «Gli hanno sparato. Proprio in mezzo alle palle degli occhi. Come Lee Van Cleef con quello brutto all’inizio di Per qualche dollaro in più.»



Ma quando il padre è al funerale di un noto ‘shotta’, suo amico d’infanzia:
«Era come guardare quella scena del Padrino in cui tutti vanno da Michael durante il funerale di Marlon Brando.»
«Cosa fece Robert De Niro quando il boss della mafia locale cercò di ripulirlo nel Padrino 2? Il personaggio di De Niro si assunse tutta la responsabilità e liquidò il boss vestito di bianco, punto.»


Anche la musica ha grande parte nel romanzo, soprattutto quella dei rapper di colore e, naturalmente, sempre all’insegna del macho da ghetto. La compilation di Dennis include:
- TLC
- DMX





“My name is Dennis Huggins and I was born in 1983. Right now we are in the year of our Most High 2006. I’m in Pentonville Prison in North London”. These are Alex Wheatle’s protagonist’s first words. His novel is titled The Dirty South.
From the beginning I thought I was about to read the usual sad story set in the ghetto but, I soon discovered, the protagonist’s family is not bad at all: son of a secretary and a librarian he had the opportunity to attend a decent school. But he soon got sick and tired of the situation and comes to some sort of ‘race awareness’… so he suddenly swears at “the mayor’s theory of a cool London multicultural society” and gets into the role of the ‘ghetto character’.. complete with crack trafficking. The more he ‘ghettizes’ the more his speech becomes absurd. The climax comes when he tries to conquer Akeisha’s love… surreal… I couldn’t believe my eyes… What Dennis thinks of the other sex is disturbing… For example: “I didn’t like the idea of woking a bald chick but hey, when your crotches are roasting then you can’t be too picky”. Let’s drop it…
Gangs fights in the novel are described to create a filmic atmosphere: western duels and gangster massacres… and I come to think of it. I surf the net just to find supporting evidence to my thesis and… bingo! I was right and now I’m going to venture on a short dissertation on masculinity in western as well as in gangster films and the way it is reproduced in the ghetto.
After analyzing westerns first and then mafia movies, I came to a list of main elements the two genres have in common. Then I looked for recurrences in the novel and here’s what came out.
The most important element of masculinity both in western and in mafia movies is the predominance of action (mainly violent) on verbal communication. Arguments are often unnecessary, as people always resort to force. When there are arguments, they are very short. One of the arguers, usually the one we perceive as the strongest/most masculine, ends the quarrel violently. I must also add the predominance of silence on words. The one who quarrels loudlier is usually the loser, whereas the tough guy is silent. Silence in western movies is particularly significant, more than words: in Sergio Leone’s films, in particular, silences are very long and announce great events.
To all this we must add the concept of revenge, which is also typical of both genres: in westerns revenge leads to a duel, while in mafia movies it leads to feud. It is important to continually challenge other men’s masculinity and, at the same time, defend one’s own. Anyone understands that such a situation is bound to failure…
Dennis, who seems to know western and mafia movies very well, behaves according to those rules when he “went into business” with his friend Noel (obviously as a pusher… we have to remember we’re in Brixton): maybe he’s too talkative for a western film, but as regards action and revenge… he doesn’t waste time. After the ambush when he’s hit and robbed Dennis beat the culprits up… even here, like in a good old western film, it’s just a skirmish whose function is to show that the protagonist ‘has the guts’. The real antagonist comes out later in the novel and he’s quite as tough as Dennis: it’s the black Muslim Courtney Thompson. They challenge each other again and again until their final duel from where Dennis gets out alive but not as a winner… because real life is different from the movies.
Another element in common between western and mafia movies is the secondary role of women due to men’s abuse. In westerns women are often victims of male violence and even when the hero saves a woman from a tragic situation, he rarely builds up a family with her. Instead, he leaves her to her own destiny (…that is to say to other future violence, but we’re never shown this part), In mafia movies women are often victim of domestic violence, because this is how the head of the family asserts his authority. In this sense the character who comes closer to that idea is Noel whose girlfriend, Priscilla, is continually denigrated and ill-treated by him, whereas Dennis’ attempts to assert his authority with women are more than futile. When he tries with Anne he gets an ambush and Tania is responsible of the feud between him and Courteny Thompson, while he doesn’t even try with Akeisha because he’s in love with her.
In short, it’s a code of conduct taken from the movies and applied to the world of the ghetto. The parallelism is highlighted by Dennis himself who often compares what is happening to him to scenes from famous films. Here are some examples.
-When Dennis and Noel leave for a punitive raid against the guys who robbed Dennis:
«For some reason I pictured a scene in the film For A Few Dollars More. Clint Eastwood and Lee Van Cleef were loading their guns and waiting for the moment to settle the shit with the Mexican gang. They both had this impatient look on their faces and now I felt the same. Whatever happens I want to get it over with and go home»
FIRST CLIP
-And then again:
«Shot him. Right between his eyeballs. Like how Lee Van Cleef shot that ugly man at the start of For A Few Dollars More
 SECOND CLIP
«Noel slowly walked up to him, Lee Van Cleef like. His eyes bored into Nathan’s face, never blinking.»
But when Dennis’ father is at a shotta’s funeral:
«It was like watching that scene in The Godfather when everyone as going up to Michael t the funeral of Marlon Brando.»
«What did Robert De Niro do when the local mafia don tried to sweat him for P’s in The Godfather 2? De Niro’s character took full responsibility and duppied the white-suited don»
THIRD CLIP

Scarica gli articoli relativi ad Alex Wheatle come eMagazine:

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09 lug 2012

Alex Wheatle: il bardo di Brixton

Cresciuto in un orfanotrofio, ha presto conosciuto la ‘vita del ghetto’ che descrive e racconta nelle sue opere. Fu arrestato durante i Brixton Riots, la rivolta dei giovani di colore contro la polizia locale. Aveva 18 anni ma era convinto che fosse necessario un segnale forte per far capire al governo che c’era un problema. Allora Brixton era quasi esclusivamente Afro-Caraibica e i giovani non avevano sbocchi, non c’erano possibilità al di fuori di povertà e ignoranza. La polizia risolveva le ‘questioni’ sbattendo i giovani in carcere e picchiandoli. Oggi le cose sono cambiate, a detta dello stesso Wheatle che in un’intervista con la BBC lo ha definito un ‘melting pot’ che sta quasi diventando ‘cool’ (e lo paragona all’upgrade di Notting Hill). Eppure solo l’anno scorso una rivolta simile ha scosso altri quartieri-ghetto di Londra, come rivela questo speciale de La Repubblica, che incorporo e consiglio vivamente di leggere perché spiega molto bene le origini di tali rivolte, ne documenta la gravità e riporta l’atteggiamento del governo di fronte a tutto ciò.
La Repubblica 10.08.11

Aggiungo anche un video in cui Wheatle stesso commenta i riots del 2011  alla luce di quelli del 1981... questo però è in inglese!



E’ un argomento di cui si è occupato anche a livello giornalistico, con un articolo sul Guardian in cui paragona i due eventi datato 09.08.2011.

Tornando alla biografia di Wheatle… Durante il periodo in carcere ha conosciuto un rastafariano da cui ha appreso l’importanza della lettura ed ha iniziato a leggere e documentarsi e, una volta uscito, si è occupato di raccontare i fatti prima attraverso canzoni e poi con i suoi romanzi (e per questo gli hanno affibbiato il soprannome shakespeariano di Brixton Bard). Andando un po’ alla ricerca di interviste su YouTube ho trovato la sua presentazione per le scuole, che ruota attorno ad un concetto che avevo intuito fosse molto importante per lui: “Reading changed my life”.




Raised in a children’s home, he soon became familiar with ‘life in the ghetto’ which he describes and tells in his works. He was arrested during the Brixton riots, black youths’ uprising against local police. He was 18 then but was convinced it was necessary to give a message to the government: there was a problem in Brixton. At the time Brixton was mainly Afro-Caribbean and young people lived a dead-end life, they didn’t have any real chance beside poverty and ignorance. The police just tossed people in jail or hit them. Things are different today, said Wheatle in an interview with BBC where he described modern-day Brixton as an almost cool ‘melting pot’ (similarly to what happened with Notting Hill). Yet a big uprising happened in the same area and in Tottenham last year, as described in a special issue of the Italian newspaper La Repubblica, which I’m embedding so that Italians can understand the importance of the revolution and the government’s attitude towards it. I’m also embedding a video in which Wheatle comments the riots and compares them to those back in 1981. He dealt with the same topic in an article for the Guardian.
Back to Wheatle’s bio… during the period in jail he met a Rastafarian sage and learnt about the importance of reading: he documented himself and read a lot and, once out of prison, he dealt with telling the events in his songs first, and then in his novels (that’s how he got his Shakespearian nickname ‘Brixton Bard’). As I was looking for interviews on YouTube I came across his personal introduction aimed at schools. I thought it was interesting because it’s centred around an important idea: “Reading changed my life”.

01 lug 2012

Simonetta Wenkert: Amore e terrorismo

Nel sito del British Council viene descritta come una scrittrice non ancora conosciuta al grande pubblico, ma in via di ‘espansione’. Vive a Londra ed ha avviato un ristorante italiano con il marito. Nel tentativo di conoscerla meglio mi avventuro in rete e capisco quasi immediatamente che l’amore per l’Italia è forte in questa scrittrice: oltre al ristorante italiano, ha tradotto in inglese due scrittori italiani (Carlo Mazzantini e Paola Jacobbi). La cosa che mi stupisce di più è che non riesco a trovare un sito ufficiale… che peccato!
The Sunlit Stage è il suo primo romanzo ed è ambientato nell’Italia degli anni ’70 e questo è il motivo principale che mi ha spinta a leggerlo. Parte dalla storia d’amore tra una donna inglese ed un terrorista italiano a Roma negli anni della Sinistra Armata, che è un periodo storico non molto sfruttato nella narrativa. Si tratta dei cosiddetti ‘anni di piombo’ caratterizzati dalla lotta armata e dal terrorismo (le organizzazione terroristiche erano diverse: Lotta Continua, Brigate Rosse, Prima Linea… molte delle quali di sinistra). Le stragi si susseguirono più o meno intensamente fino al climax del 1978, con il sequestro e l’uccisione di Aldo Moro.
 La storia tra Julia ed Ennio Caruso viene rivissuta dalla figlia Lotte, allevata dalla nonna e tenuta all’oscuro di tutto finchè Ennio, dalla prigione, chiede di rivederla prima di morire. Lotte vive il tradimento operato ai suoi danni dalle due nonne (rispettivamente la mamma di Julia e quella di Ennio), torna in Italia nei luoghi dove tutto è cominciato, rivive in parte le emozioni della madre e scopre che era profondamente innamorata dell’uomo che è suo padre.
Il lettore segue le vicende passate e quelle presenti in modi diversi: narrazione in terza persona, in prima persona, l’intervista di un giornalista ad Ennio in prigione.
Simonetta Wenkert ha reso bene l’ambientazione italiana, inserendo qua e là piccole caratteristiche di ogni luogo (Roma, la Sardegna, Genova) e spesso parole in italiano (che però ogni tanto erano sbagliate).  Essendo ambientato in Italia, il cibo ha un ruolo non marginale: formaggio, prosciutto, fichi, vino…
Per immergersi nelle atmosfere del libro
La compilation di Ennio:




On the British Council’s site Simonetta Wenkert is described as not yet known to the great public, but ‘her novels quietly assert themselves in the mind of readers’. She lives in London and runs an Italian restaurant  with her husband. I try to get more news about her surfing the net and I almost immediately under stand one thing: her love for Italy is really strong: besides owning an Italian restaurant, she has translated Italian writers’ books in English (Carlo Mazzantini’s and Paola Jacobbi’s). I find quite strange that I cannot come upon an official site… that’s a pity!
The Sunlit Stage was her first novel and is set in Italy in the 70s. That’s what drove me to read it. It all begins with a love story between an English woman and an Italian terrorist in Rome during the years of the Sinistra Armata… not much exploited in fiction. Those were the so-called ‘Years of the Lead’, marked by conflicts and terrorism (there were different kinds of groups, such as Lotta Continua, Brigate Rosse, Prima Linea… most of them from the left-wing side of the parliament). The acts of terrorism followed one another more or less intensely until the climax, reached in 1978 with the kidnapping and murder of Aldo Moro.
The love story between Julia and Ennio Caruso is lived again from their daughter, Lotte, who was raised by her grandmother and kept in the dark about the events until Ennio –in prison- asks to see his daughter before dying. Lotte feels betrayed by her grandmother and leaves London to reach the places where everything had started… Italy. She lives her mother’s emotions in part and finds out about her mother’s deep love for Ennio. The reader follows past and present events from different sources: third-person narration, first-person narration, an interview to Ennio in prison.
I think the Italian setting is well described: the author puts here and there some typical features of the places she describes -Rome, Sardinia, Genoa- and doesn’t ignore the food –cheese, prosciutto, figs, wine… She also uses Italian words here and there, even if some words were not spelled correctly.

26 giu 2012

Kehua: vivere con gli spiriti

Non ci posso credere… è un mese che non scrivo sul blog! Adempimenti di fine anno scolastico… esami… relazioni finali… rimanda, rimanda, rimanda… domani, domani, domani… ed eccomi qua a fine giugno in arretrato con il blog. Perché ho letto molto in questo periodo, tra una cosa e l’altra, ma non ho proprio trovato il tempo di sedermi a scrivere. Pazienza… sono pronta a recuperare.
Dunque… ero rimasta a Kehua, di Fay Weldon.
I Kehua sono spiriti che secondo i Maori influenzano le decisioni degli umani. Così anche in questa storia i personaggi principali sono fortemente ‘contagiati’ dalla presenza di questi spiriti. La cosa principale che mi aveva attratta verso questo libro era questo collegamento con la cultura Maori, che ho avuto modo di approfondire durante gli studi universitari, seguendo un meraviglioso corso sul racconto neozelandese. Ho sperato così di poter ritrovare alcuni degli elementi tipici della narrativa di quel Paese. In realtà, poi non ho trovato granchè delle tematiche studiate, probabilmente perché, nonostante l’infanzia in Nuova Zelanda, il punto di vista resta per lo più inglese. Un aspetto, però, l’ho ritrovato: si tratta della forte spiritualità dei Maori. I kehua (che però non avevo mai trovato prima) sono una presenza costante nel romanzo.
Le vicende narrate abbracciano più generazioni di una stessa famiglia: gli errori degli antenati ricadono sui discendenti, nel senso che c’è una tendenza a ripeterli, sia a livello conscio che inconscio. E così omicidio, adulterio e incesto tendono a riemergere, quanto meno a livello istintivo. 
Un’altra particolarità di questo romanzo è che la storia è qua e là interrotta da un’altra vicenda, quella molto personale dell’autrice che, mentre scrive il romanzo, dialoga liberamente con il lettore rivelando sia le sue intenzioni, i suoi ripensamenti, che una personale interferenza con il mondo degli spiriti (reale o fittizio?). In realtà è un’operazione rischiosa, che io stessa spesso trovo fastidiosa. In questo caso, però, ho percepito questi ‘intermezzi’ come un saggio sull’arte dello scrivere, oltre che farmi sorridere del destino dei personaggi, alla mercè di questa signora alle prese con un marito apparentemente assente, un’amica molto ‘posh’ ed una serie di fantasmi Vittoriani che infestano la cantina.




I can’t believe it! I haven’t written anything in the blog for a month. End of the school year assignments… exams… reports… delay, delay, delay… tomorrow, tomorrow, tomorrow… and here I am –end of June- behind with my blogging. Because I’ve been reading a lot, what with one thing and another, but I really haven’t found the time to sit down and write. Never mind! I’m ready to make up for lost time.
So… right from where I left off… Fay Weldon’s Kehua.
According to Maori culture Kehuas are spirits of dead people that haunt the living. So in this story the main characters are strongly influenced by the presence of these spirits. The main element  that attracted me  to this book was the link to Maori culture, which I studied in deep during my university years, when I followed a beautiful course on New Zealand short stories. I thought I could find some typical elements of Maori culture. Actually I couldn’t find much of what I studied, that’s probably because the point of view is English, even if Fay grew up in New Zealand. What I found is the strong Maori spirituality. The kehuas are a constant presence in the novel.  The events embrace more generations of the same family: the ancestors’ mistakes fall on their descendants, in the sense that they tend to repeat the same mistakes, both on a conscious and an unconscious level. And so murder, adultery, incest tend to re-appear, at least at an instinctive level.
The main story is interrupted here and there by another story, which is more personal: it’s Fay writing the novel and having a personal dialogue with her readers, revealing her intentions and, above all, a personal experience with the world of (real or fictitious) ghosts. I usually find such interference annoying. But in this case I read  them as ‘interludes’, as some sort of essay on the art of writing. The characters’ destinies, completely at the mercy of this lady with an apparently absent husband, a posh friend and a series of Victorian ghosts haunting her cellar.

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13 mag 2012

Fay Weldon: Leggendo Jane Austen

A quanto pare le parole ‘Jane’ e ‘Austen’ hanno l’incredibile potere di catturare il pubblico. Altrimenti non si spiegherebbe la valanga di rifacimenti, sequel, prequel e libri vari ispirati ai suoi romanzi o, addirittura, con il suo nome nel titolo (come in questo caso). Eppure funziona… ve lo assicuro! Quando mi capita di imbattermi in uno di questi libri, sono come ipnotizzata, inizio a fissarlo, faccio finta di niente ma poi torno, lo prendo in mano, me lo rigiro tra le mani un pochino, leggo il retrocopertina, lo rimetto giù… e come sotto un incantesimo, mi ritrovo fuori dal negozio con una borsina in mano. E indovinate cosa c’è dentro?
Ho cominciato per caso, imbattendomi nel famigerato Orgolio e pregiudizio e zombie. Mi aveva incuriosita (avevo adorato Orgoglio e pregiudizio e non mi perdo una versione cinematografica). La copertina mi ha fatta sorridere e così l’ho fatto… l’ho acquistato e l’ho letto. Mi sono sempre occupata di intertestualità e non ho dato peso alla cosa. Quando però ho messo mano alla serie di Stephanie Barron ho cominciato a preoccuparmi. Credo che sia una malattia: la ‘sindrome di Jane Austen’. Ce l’ho!
A questo punto è inutile che spieghi perché ho scelto di cominciare con Fay Weldon proprio da Letters to Alice on First Reading Jane Austen, vero?
Il pretesto del libro sembra essere quello di convincere la nipote a prendere Jane Austen sul serio: l’autrice è in Australia e la nipote le scrive che sta seguendo un corso universitario di letteratura inglese nel quale la obbligano a leggere la Austen, che lei trova ‘noiosa, insignificante ed irrilevante’, a maggior ragione in un’epoca di crisi globale. Lettera dopo lettera, la famosa scrittrice interpreta i libri della Austen per la nipote, traduce le apparenti banalità rivelandone gli strati profondi e, al tempo stesso, le rifila una serie di lezioni di vita molto interessanti ponendosi al tempo stesso dalla parte della tradizione ma contro le convenzioni.
Nel fare ciò crea una metafora grandiosa: una sorta di “città della letteratura” che lei chiama ‘the City of Invention’. Si tratta di una metafora sviluppata così bene da riuscire ad immaginarsi passeggiare per quei viali.
Allora ci immaginiamo con lei i vari edifici che, in qualche modo, rispecchiano la portata dell’autore che li ha costruiti: per Shakespeare, niente di meno che un imponente castello (‘the great Castle Shakespeare’), ben visibile da ogni parte della città; per alcuni una via, per altri un quartiere e per altri ancora una piccola casetta pericolante.
Alcuni scrittori hanno degli edifici in un quartiere ed altri in un quartiere diverso, a esemplificazione dei vari generi letterari. Ma gli edifici sono diversi anche a seconda della ricezione del pubblico, per cui alcuni sono deserti perché nessuno li visita più, mentre altri sono affollatissimi e in questo si legge talvolta superficialità nel giudizio dei lettori, talvolta ritrosia da parte degli scrittori. Trovo bellissimo lo sviluppo della metafora di cui sopra quando arriva a toccare il rapporto tra scrittore e lettore:
Quasi quasi mi sento in colpa… 
Poi la ‘zia’ comincia ad entrare nel vivo della discussione, partendo dalla condizione della donna all’epoca di Jane Austen, dalle norme sociali, dalle condizioni economiche e dalla relazione tra le tre cose. Grazie ad un linguaggio semplice e colloquiale, la genialità ed il coraggio di Jane vengono a galla.
Dimenticavo… la ‘nipote’ sta scrivendo un libro e, a quanto pare, ha chiesto consiglio alla zia scrittrice. L’idea deve essere venuta a Fay da Jane Austen stessa, che fece una cosa simile per la nipote Anna, come risulta dalle lettere personali. Quindi, qua e là ci sono riflessioni sull’essere scrittori e consigli su come diventarlo. E proprio quando sei lì lì per prendere appunti (non si sa mai…) ti accorgi che in realtà l’autrice stessa si fa gioco dei suoi consigli, visto che ci informa che non solo la nipote ha scritto il suo libro senza darle retta (e senza leggere Jane Austen, ora della fine), ma che ha anche trovato chi lo pubblica e, infine, che è stato un grande successo. Giusto per spiazzare un po’ il lettore che ha preso appunti e di cui lei ogni tanto si fa beffe.

P.S.: Biblioteca per i malati di ‘Sindrome di Jane Austen’:






Fay Weldon: Reading Jane Austen
The words ‘Jane’ and ‘Austen’ have the incredible power to attract people. Otherwise you couldn’t explain the reason of such an incredible amount of remakes, sequels, prequels and different books inspired by her novels or with just her name in the title -as this is the case. And yet it works... trust me! Every time I run into one of those books I’m like hypnotized and start staring at it, than pretend not to care, but then I inevitably come back to it, take  it in my hands for a while, read the back cover, and put it on the shelf again… and then, as if under a spell, I find myself outside with a shopping bag in my hands. Guess what’s inside? It all started by chance, when I came across Pride and Prejudice and Zombies. I was curious -I had loved reading Pride and Prejudice  and I don’t miss a movie. The cover attracted me first and made me smile… so I did it… I bought it and read it. I didn’t pay much attention to the fact, because I’ve always been interested in intertextuality. But it was when I bought Stephanie Barron’s series that I started to worry. I think it’s a disease: the ‘Jane Austen Syndrome’. I’ve got it! Definitely! I suppose it’s useless to explain why I started reading Letters to Alice on First Reading Jane Austen by Fay Weldon, isn’t it? In the book Fay pretends to write some letters to her niece, who thinks Jane Austen is boring, in order to convince her of the contrary. Apparently her niece had written a letter in which she told about her university course on English Literature where she was due to read Jane Austen’s books. Letter after letter, the famous writer interprets Austen’s books for her niece, she reveals deep meanings behind the apparent pettiness of dialogues and events. At the same time she imparts a series of life lessons from a particular point of view, both traditional and unconventional. By doing so she creates a wonderful metaphor: a sort of ‘City of Literature’ called ‘The City of Invention’. It’s such a well-conceived metaphor that you can imagine yourself walking through those streets. 
«For what novelists do… is to build Houses of the Imagination, and where houses cluster together there is a city. And what a city… It is the nearest we poor mortals can get to the Celestial City: it glitters and glances with life, and gossip, and colour, and fantasy: it is brilliant, it is illuminated, by day by the sun of enthusiasm and by night by the moon of inspiration. It has its towers and pinnacles, its commanding heights and its swooning depths: it has public buildings and worthy ancient monuments, which some find boring and others magnificent. It has its central districts and suburbs, some salubrious, some seedy, some safe, some frightening. Thos who founded it, who built it, house by house, are the novelists, the writers, the poets. And it is to this city that the readers come, to admire, to learn, to marvel and explore.»
You can imagine the different buildings that, in one way or another, reflect the importance of the author who built them: for Shakespeare, nothing less than an imposing castle -‘the great Castle Shakespeare’- which anyone can see from every corner of the City; some have got a street, some a district and some a small unsafe house. Some writers have buildings in a district and some in another one, according to different literary genres. But the buildings also differ according to the reception of the public, so some are deserted because readers no longer visit them, while others are overcrowded and here you can sometimes see superficiality in the readers’ attitude. The metaphor develops with a wonderful description of the relationship between author and reader: «The visitors seem to have no idea at all how tricky the building of houses is. They think if only they had the time, they’d do it themselves… It is easier for a reader to judge, by a thousand times, than for the writer to invent.  The writer must summon his idea out of nowhere, and his characters out of nothing, and catch words as they fly, and nail them to the page. The reader has something to go by and somewhere to start from, given to him freely and with great generosity by the writer. And still the reader feels free to find fault. Some builders build houses and refuse to open the door, so terrified of visitors are they… Sometimes when a builder opens the door of a newly finished house, and the crowd and critics rush in, he must wish he’d never opened the door.» I’ve almost felt guilty… as a reader, I mean.                                                                                              Then, the ‘aunt’ comes to the core of the discussion and deals with the condition of women at Jane Austen’s times: social restrictions, economic status, etc. Thanks to Fay’s simple and colloquial reasoning, Jane’s courage and genius emerge. The ‘niece’ was apparently writing a book and asked her aunt, the famous writer, for advice. Fay probably got the idea from Jane Austen herself, who did something similar for her niece Anna. So, here and there you can find reflections on being a writer and advice on how to become one. And it’s just when you’re about taking notes -you never know- that you understand Fay is poking fun at her own advice, because she informs the reader that her niece has written her book without following her advice (and without reading Jane Austen, in the end), but she also found out a publisher and, finally, her book had a great success. That’s just in order to unsettle those readers who had been taking notes.

28 apr 2012

Fay Weldon: una fata col dono della narrazione.

Fay in inglese significa fata e deriva dal Middle English faie, ovvero 'un luogo o una persona dotata di qualità magiche'. Nel caso di Fay il dono magico è la capacità di narrare storie, che l’ha caratterizzata tutta la vita. Nata nel Worcestershire (in cui Worchester si pronuncia ‘Worster’… vale anche per la salsa!) ha trascorso l’infanzia in Nuova Zelanda, figlia di un dottore e di una scrittrice. E’ tornata in Inghilterra da adolescente con la madre e la sorella gemella, dopo il divorzio dei genitori. L’etichetta di ‘scrittrice femminista’ l’accompagna ovunque. Si tratta di un’etichetta a volte scomoda per lei, che le tiene lontana una parte del grande pubblico. Ma lei è fatta così e le sue figure femminili continuano a scontrarsi con la prevaricazione maschile, intrappolate in una struttura patriarcale e oppressiva, talvolta autolesioniste e spesso in fuga.
Guardando le foto non la immaginavo così ‘tosta’, anzi secondo me aveva l’aria affabile e un po’ sorniona di chi ama contornarsi di chintz. A dimostrazione che spesso l’aspetto è ingannevole.
Lo stile è quello di chi conosce bene la letteratura, procede con mano sicura e forte delle convenzioni letterarie di cui, ogni tanto, si prende anche gioco. La sua bibliografia è vasta al punto da non sapere dove cominciare: primo libro… 1967. Mi informo su ogni libro che ha scritto e mi rendo conto che tematiche, ambientazioni e personaggi sono abbastanza distanti dai miei interessi… tranne che in due casi. Si tratta di due libri che fanno suonare un campanellino. Bene. Li leggerò in ordine cronologico, visto che il secondo è proprio l’ultimo libro che ha scritto… e  non svelo di più.



Fay Weldon: a fairy with the gift of storytelling.
‘Fay’ comes from a Middle English word (faie) meaning ‘a place or person with magic qualities’. In Fay Weldon’s case the magic gift is her special ability to catch people’s attention by telling stories. She was born in Worcestershire and spent her childhood in New Zealand, daughter of a doctor and a writer. She went back to England as a girl with her mother and twin sister after her parents’ divorce. She was soon labelled a ‘feminist writer’, which is sometimes an awkward label to bear, especially when it keeps part of the general public from reading your books. But she’s like that! Her female characters keep clashing with male abuse, being trapped into a patriarchal and oppressive social structure. They are sometimes masochistic and often tend to escape uncomfortable situations.  You can’t tell she’s so ‘tough’ by looking at her pictures. I thought indeed she looked like an amiable old lady who loves chintz… as proof that appearances deceive. Her style is typical of someone who knows literature well: she proceeds with a steady hand and knows literary conventions enough to mock them. Her bibliography is so extensive that I didn’t know where to start from: first book … 1967. I’ve read about her books and I realize that themes, settings and characters are quite far from my interests… except for two books, which made an alarm bell ring in my head. Well… I’m going to read them in chronological order… the latter being her latest book. I’m not going to reveal more than this!
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