24 set 2013

The Cleaner of Chartres: Misteri in cattedrale

Questo libro racconta la storia di Agnes Morel, una misteriosa donna che il parroco di Chartres aveva trovato addormentata in una nicchia della famosa cattedrale e che, da allora, vive e lavora nella ridente cittadina francese. Agnes è di poche parole, ma è umile e lavora bene e presto si guadagna la fiducia e la simpatia degli abitanti.
Un evento banale, però, dà l’avvio ad un vortice al cui centro si trova proprio lei, che ne viene poco a poco inghiottita.
L’artefice di questa situazione è Madame Beck, a dimostrazione che l’invidia e la cattiveria possono colpire chiunque.
All’improvviso il passato travagliato di Agnes torna a galla, pezzo dopo pezzo, fino a travolgerla completamente. In tutto ciò ognuno dei cittadini di Chartres ha un piccolo ruolo ed il lettore si trova ad interrogarsi curioso su chi l’aiuterà o la ostacolerà.
Molto bella la recensione di Mina che ravvisa nel romanzo della Vickers elementi della fiaba: l’eroina, il cattivo (in questo caso, la cattiva), gli aiutanti, il principe azzurro, il castello e perfino il lieto fine.

La Chartres descritta nel libro sembra proprio un’ambientazione da fiaba e così i suoi abitanti, ciascuno dei quali viene descritto non solo in quanto funzionale alla storia di Agnes. Il lettore sviluppa le sua simpatie e antipatie ed è altrettanto curioso di seguire alcune delle vicende che li riguardano come se fossero essi stessi i protagonisti.
La cattedrale viene descritta dettagliatamente fin dalle prime righe:

Alla cattedrale è strettamente connesso un labirinto, simbolo che accompagna Agnes nel corso degli anni ed è la ragione per cui Agnes sceglie proprio Chartres per ricominciare una nuova vita e sfuggire al passato.  Non mancano riferimenti all’originario mito del Minotauro a significare la stretta connessione a livello simbolico, che vede come punto fondamentale il percorso più che il disegno stesso, secondo i pellegrinaggi medievali. In questo senso il riferimento la mito aggiunge l’idea che il percorso è possibile solo con l’aiuto di qualcuno, così come accade ad Agnes.
The cleaner of Chartres: mysteries in a cathedral.
This books tells the story of Agnes Morel, a mysterious woman the priest of Chartres had found sleeping in one of the niches of the famous cathedral and, since then, has been living and working in the precious French little town. Agnes is a taciturn woman, but she’s humble and a good worker, so she soon gains sympathy and respect. But a trivial fact gives way to a vortex of events that has Agnes at its centre. The The craftswoman of this situation is Madame Beck, a proof that envy and evil can hit anyone. Suddenly a troublesome past emerges, piece after piece, until it overwhelms Agnes completely. Each of Chartres citizens have a big or small role in all this and the readers wonders about who will help/hinder Agnes. I really liked Mina’sreview, seeing in Ms. Vickers’ novel elements of the fairy-tale: the heroine, the villain, the helpers, the prince, the castle and even the happy ending.
The town of Chartres as it is described in the book is like a fairy-tale setting and its inhabitants are fairy-tale creatures, each carefully described not only for his/her relation to Agnes. The result is that the reader is curious to follow some of their personal events as if they were the very protagonists of the book. The cathedral is described in detail from the very first lines: “The old town of Chartres, around which the modernt own unaesthetically sprawls, is built on a natural elevation that rises from a wide, wheat-growing plain in the region of Beauce in central France. Visitors and pilgrims, who since earliest times have made their ways to the ancient site, can see the cathedral of Notre-Dame from many miles off, the twin spires, like lofty beacons, encouraging them onwards.”
The cathedral is strictly related to a labyrinth, which is a symbol following Agnes during her early years and it’s the reason why she chose Chartres to start a new life and escape her past. There are also references to the originary myth of the Minotaur to reinforce the symbolic relationship and sees the journey rather than the route as its most important element, according to Medieval pilgrimages. In this sense, the reference to the Minotaur myth adds the idea that the journey is possible only with the aid of somebody, that is exactly what happens to Agnes.

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08 set 2013

La libreria più pazza del mondo è a Venezia!

Una volta a Venezia… buttate i GPS, le cartine, le mappe, etc. e provate a perdervi tra le calli. Dopo un po’ comincerete a farvi guidare dall’istinto e dalle vaghe indicazioni tra una calle e l’altra e, se siete fortunati, vi imbatterete per caso nella libreria più pazza del mondo, come è capitato a me mentre giravo alla ricerca dei luoghi descritti nel libro di Salley Vickers, L’angelo della Signora Garnet.
 
Vi troverete all’improvviso in una piazzetta apparentemente come tante altre, nella quale un albero copre parzialmente l’entrata di una piccola libreria, che non noteresti nemmeno se non fosse per i tavolini e gli espositori all’esterno ed un cartello che ha attirato la mia attenzione: WELCOME TO THE MOST BEAUTIFUL BOOKSHOP IN THE WORLD!
 
Ovviamente mi sono incuriosita e sono entrata: appena mettete piede dentro… è tutta una sorpresa dietro l’altra, ve lo posso garantire.
 
Tanto per cominciare, tra i libri esposti all’entrata dormiva placidamente un bel gattone (e per chi ha un debole per i gatti come me… è una goduria).
 
Poi ho cominciato a dare uno sguardo intorno e ad addentrarmi dove il caos regna sovrano. Dimenticatevi quelle librerie ben organizzate dove i libri sono divisi in settori ordinati: qui è tutto accatastato e dovete farvi largo attraverso stretti passaggi. Se cercate un libro in particolare… lasciate perdere. Qui il bello è proprio imbattersi in qualche libro del vostro passato, quasi dimenticato, che spunta all’improvviso da una catasta o che adocchiate in cima ad un mucchio portando con sé tutta una serie di ricordi. Oppure trovare una serie di libri di cui non sapevate nulla su un argomento che vi interessa…. O semplicemente restare imbambolati davanti ad una bella copertina, o ad un libro particolarmente vecchio (se, come me, subite il fascino delle copertine o dei libri usati). 

Un’altra caratteristica che rende questo posto speciale è l’accostamento tra libri ed oggetti bizzarri, che mi ha fatta pensare ad una versione italiana di quel programma americano dove si recano nei fienili e nelle soffitte della gente per portare via alcuni oggetti particolari…
 
Ma torniamo alla descrizione: al centro della sala d’entrata c’è un’enorme gondola piena di libri... che, messa lì così, sembra suggerire un’operazione di salvataggio stile ‘Arca di Noè’ per i libri, pronta a salpare in caso di allagamento.

Da questa sala  centrale si può entrare, attraverso un passaggio sulla destra, in un’altra sala (dove i libri sono molto più ammassati e in disordine) dedicata al fumetto, se mi ricordo bene, che dà direttamente sul canale… ma proprio direttamente.

Finalmente qui scopro il nome del posto -LIBRERIA ACQUA ALTA- e capisco anche il perché. Mi pare evidente che qui, più di ogni tanto si va, come dire, un po’ sott’acqua.

Poi ritorno nella sala centrale per passare in una stanza sulla sinistra, che scopro non essere una stanza ma un piccolo cortiletto interno, tutto tappezzato di vecchie enciclopedie e che porta in un altro edificio dove la libreria prosegue. 
 
 

 
 
 
 
 
 
 
Questa volta si tratta di stanzette ancor più piccole, ma ancor più stipate di libri e oggetti vari.
 
 

 
 
 
 
 
In fondo alla sala centrale, poi, c’è una piccola terrazza con una scalinata di libri che permette di salire e affacciarsi sul canale…
 
 
 

 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
Questa libreria è un po’ come Venezia, bisogna lasciarsi trasportare e perdercisi un po’ per apprezzarla veramente… ed è impossibile uscire senza aver comprato qualcosa.
I miei acquisti? Ho preferito rimanere ‘in tema veneziano’: Roger Crowley's City of Fortune.






  


THE CRAZIEST BOOKSHOP IN THE WORLD
As soon as you are in Venice… get rid of GPS, maps, etc. and try to get lost among the calli. Don’t worry, because after a while you’ll start walking by instict following the vague directions on the walls and, if you are lucky, you run into the craziest bookshop in the world by chance. That’s exactly what happened to me, while I was wandering, looking for the setting of Salley Vickers’ Mrs Garnet’s Angel. 
You’ll end up in a small square… apparently like many others in Venice, in which a tree partially covers the entrance to a small bookshop you wouldn’t even notice but for some stands and a curious sign which drew my attention: WELCOME TO THE MOST BEAUTIFUL BOOKSHOP IN THE WORLD! I was obviously very curious and I went in immediately: as soon as you set foot into the bookshop… it’s surprise after surprise, I can tell you!
First of all, there was a big cat sleeping among the books on the shelves at the entrance (for someone who has a liking for cats like me… it’s pure joy!
After that I started looking around and I entered a world where chaos rules. Forget those well-organized bookshops where books are carefully divided into categories: here everything is piled up and you have to make your way along narrow passageways. If you are looking for a particular book… well, forget it!  The best thing is to run into a book from your past, almost forgotten, emerging from a heap or on top of a pile, bringing back memories. Or you can find a pile of books you didn’t know on a topic of your interest… Or you can simply get stunned in front of a nice cover, or an old book (if you fall under the spell of used books, like me). Another elements that makes this place special is the combination of books with strange objects, that reminds me of the American TV programme where they find strange or rare objects in  people’s barns or attics…
But let’s get back to our tour: in the middle of the entrance room there’s a big gondola full of books… which, laying there like that, gives the idea of a rescue project for books, something like a Noah’s ark, ready to sail in case of high water.
From this central room, you can go into another smaller room on the right (where books are more than ever piled up and out of order) which leads directly on the canal… very directly.
Here is where I finally find out the name of the books – LIBRERIA ACQUA ALTA (HIGH WATER) - and I can understand why. It’s evident that the place is, every now and then, a little flooded.
Then I go back to the main room just to get into another room to the left, which I soon find out is not a room but a small yard, whose walls are covered with old encyclopedias and whose function is to lead to another building again part of the bookshop.
This time the rooms are even smaller, and even more crammed with books and different objects.
At the end of the entrance room there’s also a small terrace with a stair made of books, where you can reach a balcony looking on the canal beneath…
This bookshop is a little like Venice, you just have to get lost a bit to really appreciate it… and it’s almost impossible to go out without buying anything.
What did I buy? I preferred something ‘Venetian’: Roger Crowley's City of Fortune.


 
 

25 ago 2013

Miss Garnet's Angel: a caccia di angeli a Venezia.


Avevo da poco iniziato a leggere L’angelo della signora Garnet (Salley Vickers) quando mio marito si è messo alla ricerca di una meta per un’altra piccola vacanza. Ho subito suggerito un agriturismo in Toscana (è il mio genere preferito) ma non è certo il tipo di vacanza in cui si trova posto così, last minute… soprattutto in periodo di Palio di Siena. All’improvviso ho buttato lì… "Perché non andiamo a Venezia?" In fondo, non ci eravamo mai stati insieme e anche quando ci avevamo provato, vuoi perché a Carnevale è troppo pieno, a Pasqua lo stesso, a Natale non è certo invitante… finiva sempre che andavamo da qualche altra parte. Ferragosto a Venezia è una follia… però le previsioni del tempo sembravano essere dalla nostra: si prevedeva infatti un generale abbassamento della temperatura per un acquazzone tra il 13 ed il 14. Pronti allora… si parte. Giuro che ho realizzato solo dopo che il libro che stavo leggendo era ambientato a Venezia: evidentemente il mio subconscio è più sveglio di me.
Avrei potuto andare a visitare i luoghi del romanzo e sentirmi direttamente coinvolta nel libro. Solo un’altra volta avevo provato un’esperienza simile, quando a Firenze mi portai Camera con vista di Forster e la cosa mi piacque moltissimo.
La protagonista è una insegnante di storia in pensione che, in seguito alla morte della migliore amica, decide di prendere in affitto un appartamento a Venezia. Miss Garnet non ha nessuna esperienza di viaggi e si lascia suggestionare dalla Venezia esotica dei volantini per crociere e, nella scelta della zona dove abitare, viene attirata dal nome dell’angelo Raffaele a cui è dedicato il campo (parola usata a Venezia per indicare una piazzetta) in cui si trova l’appartamento. In realtà poi l’Angelo Raffaele è una presenza ben più importante e pervasiva di quanto possa apparire all’inizio.
Il campo porta il nome della chiesetta dedicata all’Angelo, sulla quale c’è una imponente statua e all’interno della quale ci sono cicli di affreschi con la storia di Tobiolo e l’Angelo Raffaele ad opera niente meno che del Guardi. Ci sono poi dipinti scomparsi e ritrovati (il cui soggetto è sempre l’angelo in questione) e tutte queste ‘tracce’ portano Miss Garnet ad una ricerca e ad una approfondita analisi della storia, oltre che ad una identificazione personale molto particolare.


Il primo luogo da vedere, quindi, era campo Angelo Raffaele che, ho scoperto, è fuori dalle passeggiate tradizionali ed ha richiesto, infatti, una buona scarpinata. Ma ne è valsa la pena. La chiesetta, infatti, dà proprio sull’acqua, nel senso che davanti al portale d’ingresso (ad un metro scarso) ci sono due scalini che scendono direttamente nel canale.

Julia Garnet arriva al campo via acqua e la prima cosa che nota, sbarcando e guardando in alto, è il complesso che decora il portale anteriore della chiesa, dal quale la statua dell’angelo sembra guardarla.

"Miss Garnet, che stava già guardando in alto, aveva colto lo sguardo benevolo di un angelo. Stava in atteggiamento protettivo verso il giovinetto alla sua sinistra che portava un grosso pesce. Alla sua destra c’era un cane”
“Sopra di lei l’angelo le ammiccò di nuovo e a quel punto si rese conto che si trattava proprio del frontone della chiesa dell’Angelo Raffaele, che estendeva la sua protezione dando il nome non solo al campo ma anche allo specchio d’acqua antistante”.
 

Poi Julia arriva all’appartamento che ha affittato: qui il riconoscimento è stato più complicato visto che si parla di un balcone e che l’unica casa che dà sul campo con un balcone è gialla, mentre nel romanzo parla di una casa “rosa e screpolata”. Ma credo proprio che sia questa:
“Il balcone guardava la chiesa ma sul retro, dove non si vedeva l’angelo con il ragazzo e il cane”.

Naturalmente non potevano mancare riferimenti alla basilica di San Marco, all’interno della quale Julia ammira le opere d’arte.

“Un solo posto le suonava familiare: San Marco, centro nevralgico di Venezia. Questo almeno lo conosceva per aver insegnato storia. Sarebbe andata nella piazza, da dove i dogi un tempo uscivano per lo sposalizio in mare.”
Il primo appuntamento tra Julia e Carlo si svolge al Florian, lo storico caffè in piazza San Marco.
“Ma non è molto caro?" Non potè trattenersi dal dire dieci minuti più tardi, mentre sedevano al caldo tra stucchi e specchi dorati, sotto i portici inghirlandati che circondano la piazza. Certo che sì La prossima volta la porto al bar dei gondolieri. Ma per un primo incontro, ci vuole il Florian”.
Appena arrivata a Venezia, Julia conosce una simpatica famiglia di americani che alloggia al Gritti Palace, che ho fotografato sia dalla piazza che arrivando dall'acqua:

Salley Vickers deve amare molto l’arte, in particolare quella italiana, perché i quadri sono dappertutto (oltre alla vicenda centrale attorno al quadro di Tobiolo e l’Angelo Raffaele): il ciclo del Guardi è descritto minuziosamente, inoltre Julia si reca a visitare le Gallerie dell’Accademia dove resta abbagliata soprattutto dal Carpaccio. Sembra incredibile ma sono arrivata a leggere la pagina dove descrive un particolare quadro di Carpaccio proprio la sera dopo aver visitato l’Accademia ed ho riconosciuto subito il quadro mentre ne leggevo la descrizione perché aveva colpito anche me: si tratta del Sogno di S. Orsola. Questo si chiama entrare nel personaggio!
"Una delle tele in particolare catturò la sua attenzione: un'alta sala quadrata pervasa dalla luce serena dell'alba; da una parte del dipinto un letto, molto semplice, in cui una donna dormiva tranquillamente; dalla parte opposta, fermo sulla soglia della porta illuminata, un angelo vestito d'azzurro con le ali in ombra. Quella sua immobilità carica di attesa le trasmise una specie di piccolo brivido".
Dopo l’Accademia Julia visita il museo Peggy Guggenheim (questo invece l’ho perso). Poi si reca alla Madonna dell’Orto, che nel libro viene chiamata la ‘chiesa del Tintoretto’ perché vi si trova la tomba del celebre pittore.

"La chiesa era racchiusa dal suo stesso sagrato.
Scolpita dalle ombre, si ergeva con la sua alta facciata
di mattoni sovrastata dal campanile a cupola."
Un’altra parte di Venezia che ho perso e che ho scoperto solo dopo essere importante è il Ghetto: qui si incrociano le vicende misteriose legate alla sparizione di un quadro e quelle storico-agiografiche della vita del santo. La storia di Julia Garnet si alterna, infatti, alla vicenda di Tobia, protagonista dell’episodio biblico raffigurato nelle varie opere d’arte che Miss Garnet ammira a Venezia: le vicende di Tobia in qualche modo rispecchiano quelle di Julia. Sul sito di Salley Vickers c’è un’ampia sezione dedicata a questo libro. Nell’introduzione la Vickers spiega le origini del romanzo ed offre la chiave di interpretazione di alcuni elementi, come il parallelismo tra Miss Garnet e la storia di Tobia. C’è inoltre una mappa di Venezia con i luoghi del romanzo.

Un altro aspetto molto interessante del libro riguarda una serie di riflessioni di confronto tra le due culture: italiana e inglese. Probabilmente per deformazione professionale, ho annotato alcuni passaggi illuminanti a questo proposito:


<!--[if !supportLists]-->-          <!--[endif]-->il diverso valore della festività del 6 gennaio: “Il sei gennaio per gli inglesi era la Dodicesima Notte, quando si aggirava per le strade il Signore del Caos, e bisognava mettere via le decorazioni del Natale per scongiurare la malasorte. Ma qui, in un Paese cattolico, si celebrava ancora il viaggio dei Magi, che avevano seguito la stella portando i doni per il bambino nato in una mangiatoia";

<!--[if !supportLists]-->-          <!--[endif]-->l’immancabile rituale del tè, che è praticamente onnipresente nel libro probabilmente a sottolineare anche l’età e la natura abitudinaria di Julia, che in Italia è concepito in maniera diversa e costringe Julia ad adattarsi: “La cucina non era fornita né di bollitore né di teiera. All’inizio le aveva dato fastidio, dato che la tazza di tè era un momento immancabile della sua routine, ma ora le piaceva la sensazione leggermente bohémienne di farsi il tè nel pentolino.” “Zucchero? Latte? Offrì e fu contenta che l’ospite volesse il limone, perché forniva esattamente il giusto grado di disturbo"
-      Il comportamento espansivo degli italiani: “Carlo fece una smorfia, poi si mise a ridere. Julia, che non riusciva a sbarazzarsi dell’idea che fosse volgare ridere delle proprie battute, rise con lui ma un po’ a disagio.”
 

I had just started reading Miss Garnet’s Angel when my husband decided to look for a place for another short holiday. I suggested a holiday farm (agriturismo in Italian) in Tuscany (that’s my favourite kind of holiday) but I must admit that it’s not so easy to find last-minute accomodation, especially during the Palio di Siena. Then I suddenly said… "Why don’t we go to Venice?" After all, we had never been there together and when we had tried to go we had always found excuses not to leave… at Carnival there are too many people, at Easter the same, at Christmas it’s not attractive… we always ended up somewhere else. I know, Ferragosto (August 15th) in Venice is madness… BUT the weather forecast was on our side: temperature would be lower thanks to a downpour between August 13th and 14th. Well, we would leave then. I really realized only after the decision that the book I was reading was set in Venice: my subconscious must be smarter than me!
Great! I could go and visit the places in the novel and feel directly involved in the story. Only once I tried a similar experience: it was in Florence, when I packed A Room With a View and it was fantastic.
Salley Vickers’ character is a retired history teacher who decides to rent a flat in Venice after her best friend’s death. Miss Garnet has no previous travel experiences so she is influenced by the exotic Venice of cruise brochures and then, when it’s time to choose an accomodation, she’s attracted by the name of a campo (the Italian word for a small square in Venice) dedicated to the Archangel Raphael (Angelo Raffaele) and rents a flat there. Angelo Raffaele is indeed a more important presence in the book than one can imagine at the beginning.
The name of the campo comes from the small church dedicated to the Angel where there’s a big statue on top of the main entrance and also an important series of frescoes with the biblical story of Tobiolo e l’Angelo Raffaele painted by Guardi. In the story there are also lost and found paintings whose subject is always Angelo Raffaele, so much so that Julia Garnet decides to analyse the original story and in some way indentifies with it.
The first place to see, then, was campo Angelo Raffaele that, I found out, is out of the ordinary walks and required quite a trek. But it was worth the effort. The church is almost on water, because one metre from the front door there are two or three stairs leading into a small canal. (see photo)
Julia Garnet comes to it by water taxi and the first thing she does while landing, is to look above her and see the statue of the angel on the front door, looking down at her. (see photo)
"But Miss Garnet, who was looking up, had caught the benevolent gaze of an angel. He was standing with a protective arm around what appeared to be a small boy carrying a large fish. On the other side of the angel was a hound.” and then “Above her the angel winked down again and she now took in that this was the frontage of the Chiesa dell’Angelo Raffaele itself, which lent its name not only to the campo but also, most graciously, to the waterfront before it”.
After that Julia comes to her flat: this was quite difficult to find out because in the book there’s a balcony and the only  house with a balcony in that campo is yellow, while in the book it’s “flaking rose-red”. But, according to the description of its position, I think the house is the one in the photo (see photo).
“The balcony overlooked the chiesa but to the back of the building where the angel with the boy and the dog were not visibile"
There are also beautiful descriptions of the Basilica of San Marco (see photo) where Julia admires beautiful works of art.
The first date between Julia and Carlo is at the Florian's, the historical coffee-bar in Piazza San Marco. (see photo)
“But is it not very expensive?” She could not prevent saying ten minutes later, as they sat, all gilt fruit and mirrored warmth, under the wreathed colonnades, which framed the square, hung lavish swags of evergreen, threaded and bound with gold. “Good. I take you to the bar where the gondoliers meet. But for a first meeting it must be Florian’s."
As soon as she arrives, Julia meets a nice American family staying at the Gritti Palace, where she goes every now and then. (See photos of the Gritti Palace.
It’s clear from the book that Salley Vickers loves art, Italian art in particular I would say, because paintings are everywhere in the book: the series by the Guardis is described in detail; Julia also visits the Gallerie dell’Accademia where she finds Carpaccio wonderful. Maybe it seems impossible but I came to the page where a painting by Carpaccio is described right after visiting the Accademia and I immediately recognized in that description the same painting I had been staring at in the museum. It was The Dream of Sant’Orsola.
"One of the canvases in particular held her attention: a high square room infiltrated with a quiet dawn light; on one side of tha painting a simple bed, with a woman tranquilly asleep – opposite, at the threshold of a lighted door, an angel in blue with such stillness, Julia Garnet felt something like a small shudder pass through her”.
After the Accademia, Julia visits the Guggenheim’s museum (unfortunately, I lost this one). And then she goes to see another church, Madonna dell’Orto, also called ‘Tintoretto’s church’ because the painter Tintoretto is buried there. (see photo)
“The church lay within its own sequestered courtyard. It stood, sculpted by shadows, its high brick façade overlooked by a domed campanile.”
Another part of Venice I lost because it was too late when I found out it was important in the story is the Ghetto: here mysterious events intertwine with history and hagiography. Miss Garnet’s story alternates with Tobia’s story, the protagonist of the biblical event inspiring the works of art Miss Garnet sees in Venice: Tobia’s story mirrors in some strange way Julia’s.
There are interesting materials on the book in Salley Vickers’ site. In the introduction Mrs Vickers explains the origins of the novel and offers an interpretation to some elements, like the strange parallelism between Miss Garnet’s and Tobia’s life. There’s also a map of Venice with the places of the novel.
Another interesting aspect of the book is the series of observations on our cultures: I mean, Italian and English. It’s probably due to my job, but I couldn’t but make notes next to some interesting passages about the difference as reguards the feast on 6th January; the inevitable tea ritual, which pervades the book probably to underline Julia’s age and her routine-bound nature; the expansive behaviour of Italians.

MISS GARNET'S MUSEUM:



20 ago 2013

Salley Vickers: quando letteratura e psicologia si uniscono.

Salley Vickers è una romanziera inglese (nata a Liverpool) i cui genitori erano membri del British Communist Party e poi socialisti convinti... non che gli schieramenti politici mi interessino tanto nell’approccio ad un autore. Innanzi tutto scopro che ‘Salley’ è la parola irlandese per ‘salice’ e per questo nome i genitori si sono ispirati alla poesia di William Butler Yeats “Down by the Salley Gardens”. Con origini così letterarie non poteva che diventare una scrittrice…
Il suo sito personale è interessante e ben progettato.
La caratteristica più particolare è quella di mescolare l’ambito della psicologia –lei era infatti analista- a quello letterario, con un particolare interesse per tematiche religiose ed anche per luoghi religiosi: c’è una chiesa in L’angelo della signora Garnet ed una cattedrale nell’ultimo The Cleaner of Chartres.
Ho particolarmente apprezzato il suo articolo in difesa della narrativa che utilizza atmosfere, immagini e temi fiabeschi e di quanto siano presenti nella società contemporanea, mondati degli aspetti stucchevoli o sdolcinati. Fa l’esempio del recente spopolare di versioni in chiave moderna di favole tradizionali come Biancaneve (addirittura due contemporaneamente) e mi vengono in mente i recenti Hansel e Gretel, Cappuccetto Rosso Sangue, I fratelli Grimm… tutti pensati per un pubblico sicuramente non di bambini. Perfino Midnight in Paris, il bellissimo film di Woody Allen, tradisce elementi fiabeschi …allo scoccare, appunto, della mezzanotte. La Vickers fa, a questo punto, una piacevole carrellata letteraria da Oscar Wilde a Katherine Mansfield, passando per Cenerentola e arrivando a Barac Obama, per dimostrare che la fiaba contiene più elementi  della realtà di quanto immaginiamo e che portare con noi l’idea che “abbiamo delle risorse in noi se ci crediamo tali da vincere ogni disastro e catastrofe” non ci può far male.
Sally Vickers is an English novelist (born in Liverpool) whose parents were members of the British Communist Party and then socialists… not that political siding is important in approaching an author. The first thing I learn about her is that ‘Salley’ is an Irish word for ‘willow’ and for this name her parents were inspired by William Butler Yeats’ poem “Down by the Salley Gardens”. With such literary origins she couldn’t but become a writer herself… Her site is interesting and well-designed. Her most peculiar aspect is the mixture between psychology –she’s a psychotherapist- to literature and religion, with particular interest in religious places: there’s a church in Miss Garnet’s Angel and a cathedral in her last The Cleaner of Chartres. I particularly appreciated her article in defense of fairy-tale atmospheres, images and themes in contemporary fiction, especially when they are cleansed of mawkish elements. The recent success of modern versions of traditional fairy-tales like Snow White is but an example, to which I can add the recent Hansel & Gretel film, Red Riding Hood, Brothers Grimm… all developed for a grown-up public. Even Midnight in Paris, Woody Allen’s beautiful film, betrays fairy-tale elements …right at the stroke of midnight.
Mrs Vickers offers an overview of modern examples of realistic fairy-tale elements starting from Oscar Wilde and Katherine Mansfield, getting through Cinderella and Barac Obama. Her aim is to prove that fairy tales contain more realistic elements than we can imagine and that the idea that “there are resources available to us if we can believe in them, that disaster and catastrophe can be overcome” is not so bad, after all.

12 ago 2013

Storia di una foto: Lewis Carroll, Alice Liddell e la passione per la fotografia

Questa volta Simon Winchester sviscera la storia di uno scatto fotografico. Si tratta di uno scatto molto particolare, certo, ma farebbe rabbia a tutti coloro che hanno dovuto descrivere una fotografia per qualche esame e si sono scervellati per produrre una paginetta… Ebbene, Winchester fa un po' meglio: ne produce ben 96! La foto in questione è stata scattata da Charles Dodgson, meglio noto come Lewis Carroll, e ritrae la piccola Alice Liddell, che gli ispirò la storia di Alice nel paese delle meraviglie. Così le vicende di Carroll e della famiglia Liddell si incrociano in un periodo storico molto particolare, agli albori della fotografia. Ci immaginiamo quindi Lewis Carroll come ce lo descrive Winchester, alle prese con lastre e prodotti chimici come il collodio (che serviva per svilupparle). E’ anche un libro sulle passioni: oltre quella per la fotografia e per i bambini del protagonista c’è la passione del collezionista americano Morris Parrish per i romanzi vittoriani, che lo portò a mettere insieme la più grande biblioteca di letteratura vittoriana al mondo, attualmente presso la Princeton University e che include anche gli album fotografici creati da Charles Dodgson, all’interno dei quali c’è la fotografia in questione. E poi c’è la passione della piccola Alice per quella storia che le venne raccontata durante una insolita gita in barca nel luglio 1862, in seguito alla quale tormenterà Carroll fino al punto da fargli trascrivere l’opera per averla tutta per sé. Infine, c’è la triste storia della vita di Alice una volta che il libro ebbe successo: la rottura dei rapporti tra la famiglia Liddell e Dodgson, la storia d’amore con il principe Leopold, figlio della regina Vittoria, troncata dalla regina stessa, il matrimonio con un commoner ed il viaggio in vecchiaia a New York per il centenario della nascita di Carroll, nonché i sentimenti contrastanti nei confronti di questa storia che la vede protagonista.

Molto interessante!
ALICE - godetevi questo link con pagine e pagine di illustrazioni: ci sono versioni moderne di Alice bellissime!



This time Simon Winchester examines the story of a single photograph. It’s a very special picture indeed, but it would get anyone who had to describe a photo in an exam angry, especially if the result of that effort was a short page… Well, Mr Winchester’s result was fairly better: 96 pages! The photo under examination was taken by Charles Dodgson, better known as Lewis Carroll, and the subject is little Alice Liddell, who would later inspire him the story of Alice in Wonderland. So, Mr Dodgson’s and the Liddell family’s lives intertwined during a very particular historical period, the dawn of photography. We can figure Lewis Carroll out as Mr Winchester described him, struggling with plates and chemical products -like collodium. It’s also a book about passions: besides Mr Dodgson’s passion for photography and children, there’s the special American collector Morrish Parrish’s passion for Victorian novels, that led him to possess the biggest Victorian library in the world. The library is currently hosted at Princeton University and includes Charles Dodgson’s personal scrapbooks with the famous photo. And then there’s little Alice’s passion for the story she was told during an unusual boat trip in July 1862 and for which she would vex Mr Dodgson to get him write it down so she could have it for herself. There’s also Alice’s sad story after the success of the book: the breakup of the special relationship between the Liddell family and Lewis Carroll; Alice’s love story with Prince Leopold, Queen Victoria’s son, which came to an end after intervention by the Queen herself; Alice’s subsequent marriage to a commoner and her voyage to New York –when she was old- for the celebrations of the centenary of Lewis Carroll’s birth. Most of all it’s interesting to read about her contrasting feelings about that story.

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10 ago 2013

Outposts: viaggio alla ricerca dell'Impero Britannico

Ho provato l’ebbrezza di scaricare il mio primo libro su Kobo (eReader). Chiariamoci: io sono un’amante del libro cartaceo, che è INSOSTITUIBILE! Niente è più appagante del rapporto fisico che si instaura con un libro cartaceo: le sensazioni tattili, le sottolineature, l’odore stesso della carta stampata, le annotazioni ai margini… niente di tutto ciò è compensato dal libro elettronico. MA ero incuriosita da questo libro, che (come sempre) in italiano non esiste e che in inglese avrei sicuramente ricevuto nel giro di un paio di settimane… il problema era che stavo per partire per il mare e volevo metterlo in valigia subito. Come fare? Ho deciso di sfruttare finalmente il Kobo acquistato qualche mese prima. Mi sono collegata alla libreria online, ho creato il mio account, ho trovato quasi subito il libro e… nel giro di qualche click il file era già nella Home Page del mio Kobo! WOW… fantastico!
Outposts mi ha seguita in vacanza e appena sotto l’ombrellone ho iniziato la lettura. Simon Winchester racconta del viaggio intrapreso alla scoperta degli avamposti rimasti sotto il dominio britannico. Partita come un’avventura che doveva durare 6 mesi, è finita in una epopea di 3 anni, una valanga di chilometri ed una serie di situazioni difficili da superare, tra cui un arresto. Nella versione che ho scaricato c’è una lunga introduzione dell’autore che informa sulla situazione attuale dell’Impero e che colloca il suo viaggio in un quadro cronologico anteriore al processo di decolonizzazione completato nel ’97. Sono 80 pagine molto interessanti che contengono, tra le altre cose, una doverosa riflessione sulla metamorfosi dei concetti di ‘colonizzazione’ e ‘imperialismo’ che oggi sono identificabili con una parola sola: GLOBALIZZAZIONE. Winchester analizza il ruolo centrale dell’America in questa nuova forma di imperialismo e si stupisce di quanto poco risalto venga dato a questa situazione, soprattutto dopo anni e anni di studi post-coloniali. Polemiche a parte, il viaggio comincia dall’avamposto più remoto: il British Indian Ocean Territory. La vicenda dell’isola Diego Garcia in effetti è interessante: si racconta di come il governo inglese, in seguito ad un accordo con il Pentagono, trasferì tutti gli abitanti delle Chagos Islands su una nave che li depositò tra le Mauritius e le Seychelles senza nemmeno informarli di cosa stesse accadendo. Il tutto per fare posto ad una base militare americana. Ho seguito le vicende di Winchester a Gibilterra, soprannominata ‘The Rock’ e ad Ascension Island, ma il mio viaggio è terminato a Sant’Elena. Forse non è una lettura da ombrellone… Probabilmente non riesco a ‘carburare’ nel relax marittimo… o forse lo stile di TheProfessor and the Madman ha lasciato spazio ad esigenze storico-cronologiche… forse la lettura su Kobo mi indispettisce… fatto sta che mi sono arresa e a Sant’Elena ho abbandonato la nave. I’m sorry.
Però ho fatto in tempo ad annotare un aneddoto sull’isola Tristan da Cunha:
“the new motor vehicles law… had to be introduced since, a few weeks before, a new car was landed on the island, bringing the total number to two, with the possibility of collision”… e stiamo parlando degli anni ’80!




I’ve tried the thrill of downloading my first ebook on Kobo (eReader)… Just to make it clear: I’m fond of paper books, because I think they are irreplaceable! Nothing is more satisfying than the physical contact with a book: tactile sensations, the underlining process, the smell of paper, the notes on the margins… nothing of that kind can be experienced with an ereader.  BUT I was curious about this book, which (again) doesn’t exist in Italian and the prospect of waiting for a couple of weeks for my English copy was out of questions, since I was about to leave for the sea and I wanted to put the book into my suitcase immediately. What could I do? Well, I decided to use the Kobo I had bought a couple of months before. I connected to the online bookshop, created an account, found the book (almost immediately) and… in a couple of clicks  the file was already in the Home Page of my Kobo! WOW… fantastic! So Outposts followed me on my holiday. As soon as I was under the beach umbrella, I started reading. Winchester tells about his journey to the outposts under the British Empire. It all started as a 6-month adventure and it ended up as a 3-year enterprise, thousands of kilometres, a series of tough situations such as an arrest. In the version I had downloaded there’s a long introduction by the author explaining the current situation of the Empire and placing his journey chronologically before the decolonization process completed in ’97. Those 80 pages are very interesting because they contain, among other things, a right reflection on the metamorphosis of the concepts of ‘colonization’ and ‘imperialism’ which are today identifiable in one word: GLOBALIZATION.  Winchester analyses the pivotal role of America in this new form of imperialism and wonders at the small prominence given to the situation, especially after so many years of post-colonial studies. Setting polemics aside for a moment, his voyage starts from the most remote outpost: the British Indian Territory. The events of the island of Diego Garcia are truly interesting: Winchester tells how the British government, after an agreement with the Pentagon, moved the inhabitants of Chagos Islands on a ship bound to Mauritius and Seychelles without even informing them of what was happening. The aim was to make room for an American military base. I followed Winchester to Gibraltar, nicknamed ‘The Rock’ and to Ascension Island, but my shadow voyage ended at St. Helena. Maybe this book is not good for reading under a beach umbrella… or maybe I simply can’t “work” properly when I’m relaxing… perhaps the style of The Professor and the Madman gave way to historical-chronological needs… or reading on a Kobo might disturb me in some way…  the result is that I gave up and left the ship at St. Helena. I’m sorry. But I could write down an anecdote about Tristan da Cunha: “the new motor vehicles law… had to be introduced since, a few weeks before, a new car was landed on the island, bringing the total number to two, with the possibility of collision” … this happened in the 80’s!   

02 ago 2013

Simon Winchester e la storia dell'Oxford English Dictionary


Perché questa volta due libri insieme? La risposta è semplicissima: entrambi raccontano la meravigliosa avventura della creazione dell’Oxford English Dictionary.
Premessa: l’OED (come viene solitamente abbreviato) è IL dizionario di riferimento per qualsiasi dubbio sulla lingua inglese. Attenzione, non intendo un qualsiasi dizionario di inglese edito dalla Oxford bensì l’opera unica oggi in 20 volumi che aspira a contenere tutte le parole che compongono la lingua inglese e che elenca per ciascuna la pronuncia, i diversi significati, ma soprattutto la storia/l’evoluzione di quella parola dalla prima volta che è stata usata fino ad oggi.  Capito adesso perché è in 20 volumi? Credete che sia stata impresa facile? Ovviamente no. L’incredibile e appassionante storia di questa impresa è racchiusa nei due libri di cui sopra. Anche se sono stati scritti nell’ordine inverso, io consiglio di partire con The Meaning of Everything e procedere poi con The Professor and the Madman (conosciuto anche con il titolo The Surgeon of Crowthorne). Il primo, infatti, racconta le vicende legate alla creazione del dizionario, mentre il secondo esplora le vicende di uno dei bizzarri personaggi che a questa impresa hanno legato i loro destini.
L’idea nacque da un discorso di Richard Chenevix Trench alla Philological Society, in cui sottolineava le carenze nei dizionari esistenti e auspicava la creazione di un dizionario di nuova concezione, che avrebbe richiesto un lavoro filologico-letterario notevole oltre a competenza e professionalità fuori dall’ordinario. Da quella data al completamento dell’opera passeranno ben 71 anni e quello che sta nel mezzo è tutto da leggere. Molti sono gli aneddoti interessanti che hanno caratterizzato gli anni di creazione dell’OED, alcuni divertenti ed altri tristi. Il più particolare di tutti, riguarda la figura di uno dei maggiori contribuenti al dizionario: un cittadino americano che scriveva dal villaggio di Crowthorne e che solo successivamente  Murray scoprì essere rinchiuso in un manicomio criminale. La sua storia è raccontata nell’altro libro di Winchester, The Professor and the Madman ed è interessante e affascinante quanto la prima.
Nonostante gli studi universitari mi avessero trasmesso la ‘deferenza’ con cui avvicinarsi all’OED, non avevo idea (né tanto meno mi ero posta il problema) dell’immane lavoro dietro ad esso, né avevo mai indagato su quei nomi che così spesso ho visto in copertina.
La cosa che mi ha fatta riflettere di più però è stato l’ammontare incredibile di volontari che hanno partecipato all’impresa. Nonostante i ringraziamenti contenuti nelle prefazioni di Murray alla prima edizione, alcune di queste persone hanno davvero lavorato per decenni senza guadagnarci nulla se non il piacere di aiutare a costruire qualcosa che reputavano importante. Questo stesso spirito è stato ‘ritrovato’ dagli inglesi recentemente, in occasione delle Olimpiadi del 2012 ed ha nuovamente reso gli inglesi orgogliosi di essere tali. Mi riferisco allo spirito di sacrificio con cui migliaia di persone si sono unite all'esercito di volontari. Ho seguito le vicende di queste olimpiadi sui quotidiani ed ho assistito ai dubbiosi interrogativi iniziali circa l’esito: era molto più di una questione sportiva, in ballo c’era l’onore stesso del Paese, ci si interrogava sull’identità degli inglesi (Cito dal Guardian: “What exactly is our place in the world? How do we compare to other countries and to the country we used to be? What kind of nation are we anyway?”). Mentre l’Inghilterra si interrogava sull’ambivalente sentimento nei confronti di queste olimpiadi (la popolazione pareva divisa tra cinismo ed entusiasmo), gli organizzatori operavano un miracolo:  nuovamente la nazione faceva leva sullo spirito volontaristico dei propri abitanti per portare a termine un’incredibile impresa. Più e più volte i quotidiani hanno riportato come il successo delle Olimpiadi di Londra sia quasi interamente da attribuire alle schiere di volontari che sono arrivati da ogni angolo del Paese per contribuire. Alcuni di questi sono stati impegnati anche nello spettacolo inziale, sotto la regia di Danny Boyle e per mesi non hanno potuto svelare il segreto. Hanno poi raccontato di come avevano risposto alla chiamata, superando delle audizioni e partecipando alla preparazione dello spettacolo, cosa che ha richiesto mesi di allenamento (qualcuno ha parlato di 120 ore di prove) per trasformare persone normalissime di varie età in ballerini con una complessa coreografia da memorizzare. Insomma, alla fine il vecchio spirito inglese ha trionfato superando cinismo e crisi economica. Ovviamente non sto paragonando la portata dell’OED alle Olimpiadi, mi rendo ben conto che si tratta di due imprese diverse: quello su cui vorrei focalizzare è che le Olimpiadi hanno permesso a quello spirito di volontariato che aveva reso possibile l’OED di risvegliarsi per far constatare a tutto il mondo che era ancora lì.
Prendo spunto dal film di Pupi Avati per questo album, un doveroso omaggio a coloro che hanno dedicato una vita all'OED: GLI UOMINI CHE FECERO L'IMPRESA.





Why two books this time? The answer is very easy: they both tell the wonderful adventure of the making of the Oxford English Dictionary.
Premise: the OED (that’s how it is generally shortened) is THE dictionary for any doubt on the English language. Pay attention, because I’m not referring to an English dictionary published by OUP. I’m rather referring to the unique work in 20 volumes by now which aspires to include all the words that make up the English language, listing pronunciation, meanings and, above all, the history/evolution of that word from its first apparition up to now. That’s the reason why it’s in 20 volumes! No easy task, indeed. The incredible and riveting story of that enterprise is told in the two books I’ve mentioned above. My advice is to start with The Meaning of Everything and then go on with The Professor and the Madman (also known with the title The Surgeon of Crowthorne), although the latter was written first. The former tells about the events related to the making of the dictionary, while the latter explores the life of one of the queer people whose fate was intertwined with the dictionary/enterprise. The idea was born after a speech by Richard Chenevix Trench at the Philological Society, in which he highlighted the fact that existing dictionaries were deficient and he suggested  to build a new dictionary. It would be great a philological-literary endeavour for an extra-ordinarily qualified expert.  From that day up to completion there would be 71 years and what’s in the middle… you must read it!  There are many interesting anecdotes of the years of the making of the OED, some are funny and others are sad. The most particular concerns the figure of one of the major contributors to the dictionary: an American citizen who wrote from the village of Crowthorne. He was an inmate of a criminal lunatic asylum. His story is told in the other book by Winchester, The Professor and the Madman and it’s as interesting and riveting as The Meaning of Everything.
Although during my university studies I had learned to approach the OED with deference, I didn’t have any idea (nor I ever thought about it) of the huge work behind it all. I never investigated about those names on the cover.
I’ve been wondering about the incredible amount of volunteers who contributed to the enterprise. Besides Murray’s mention in the prefaces to the first edition, some of them worked for decades with no reward but the pleasure of helping make something important. The same spirit has been recently ‘re-found’ by the British during the London 2012 Olympic Games and has been the cause for national pride. I’m referring to the spirit of sacrifice of thousands of people who ‘joined the army’ of volunteers. As a teacher of English, I paid much attention to the Olympics especially how newspapers covered the event. There were doubts from the beginning as regards the outcome of the Olympics but there was much more at stake than the sport events. It was a question of honour: journalists wondered about British national identity (I’m quoting from The Guardian: “What exactly is our place in the world? How do we compare to other countries and to the country we used to be? What kind of nation are we anyway?”). Whereas Britain speculated about the ambivalent feelings towards the Olympics (people were divided between cynicism and enthusiasm), the organizers were working a miracle: the nation was putting the volunteering spirit of its inhabitants into practice to bring the enterprise to an end. Journalists reported again and again how much the success of the Olympics was due almost entirely to the hosts of volunteers who came from every corner of the country. Some of them were also assigned to the opening ceremony, under Danny Boyle’s direction and for months they couldn’t tell the secret. Only after the ceremony they could tell about how they answered ‘the call’, passed auditions and took part to the show after months of training (some told about 120 rehearsal hours) to learn the complex choregraphy. In the end the old British spirit triumphed over cynicism and economic crisis. I’m obviously not comparing the importance of the OED to the Olympics… I know well they are two very different enterprises… what I’m trying to focus onto is that the Olympics were the occasion for the volunteering spirit that made the OED possible to awake and show itself to the rest of the world.

That's Simon Winchester telling the Whole story: very interesting!

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