29 mar 2012

Sarah Waters: L'ospite

Come sempre, prima di scrivere questo post, ero curiosa di sapere cosa si dice in rete e mi sono imbattuta, tra gli altri, nel blog L’Oeil de Lucien, il cui commento mi ha letteralmente tolto le parole di bocca: in poche righe traccia gli influssi letterari del romanzo… togliendomi ogni originalità. Come dire, non avessi letto il suo post sarei qui con la coscienza pulita a dire le stesse cose… ma l’ho letto e quindi tutto è cambiato. Comunque… quanto è vero! L’atmosfera è proprio quella del racconto di Poe (Il crollo della casa degli Usher) e di Giro di vite di James.
Insisto su Poe che ho approfondito ai tempi dell’uni-versità. Dando una veloce scorsa agli appunti, infatti, noto subito che il proprietario della casa maledetta si chiama Roderick e che il narratore è testimone degli eventi in quanto ospite nella casa stessa. Mi scatta un campanello d’allarme… urge rileggere il racconto alla ricerca di altri collegamenti!
Ho recuperato la raccolta di racconti di Edgar Allan Poe su cui avevo studiato ed ho ritrovato tutte le mie sottolineature e gli appunti. Ho già dichiarato il mio debole per i libri vissuti e ciò vale a maggior ragione per le proprie tracce, che offrono una sensazione di déjà vu tutta particolare. Emozioni a parte, la lettura è stata rivelatrice, proprio come mi aspettavo. Il proprietario della casa è Roderick Usher, ultimo rampollo di una famiglia di origine antichissima che è affetto da un “disordine mentale” di origine nervosa, caratterizzato da repentini cambi d’umore.

Già in questo ho ravvisato un forte parallelismo con il Roderick di Hundreds Hall. A ciò si aggiunge il fatto che il narratore è un amico di infanzia di Roderick che non lo vede da allora: il suo avvicinarsi alla casa e all’amico di un tempo riporta a galla ricordi di quando erano bambini e, al tempo stesso, riflessioni sui cambiamenti subiti da quel luogo. In maniera simile il Dottor Faraday si avvicina alla tenuta degli Ayres con il ricordo di quando era entrato da piccolo (era il figlio della bambinaia) e aveva staccato un pezzetto dagli elaborati stucchi. Mano a mano che la follia di Roderick si rivela essere in qualche modo motivata da strani eventi che si verificano nella casa, il narratore-testimone cerca di razionalizzare i fenomeni, esattamente come fa il dottor Faraday.
Il Roderick di Poe vive nella casa con la sorella (altro parallelismo), la quale è colpita da una malattia misteriosa il cui sintomo più evidente è l’apatia. Anche per questo personaggio si possono riscontrare analogie con Caroline Ayres che, soprattutto verso la fine, ha sintomi molto simili. La cosa che mi ha colpita di più del racconto di Poe e che mi ha aiutata a sviluppare una teoria sulle strane presenze di Hundreds Hall è che alla fine accade proprio ciò che Roderick aveva predetto e la sua presunta pazzia si rivela essere invece una motivata paura.
E qui arriviamo a ciò di cui mi interessa veramente discutere, ovvero come interpretare il ruolo di Faraday nel romanzo. Ho trovato un blog dove si discute animatamente di questo e le opinioni sono discordanti: c’è chi sostiene che Faraday in realtà è l’ospite a cui allude il titolo (in originale è The Little Stranger che, secondo me, rende l’ipotesi meno credibile), c’è chi sostiene invece che il fantasma esiste davvero e che Faraday non riesce e non vuole vedere. Io mi ero fatta un’opinione che si è consolidata dopo la lettura del racconto di Poe, ovvero che è stato proprio lui ad uccidere Caroline ma che non è lui lo spirito maligno che infesta la casa. Si tratta semplicemente di due eventi concomitanti.
Ho trovato molti elementi nel testo a sostegno di questa ipotesi e il fatto che nel racconto di Poe le manifestazioni a cui il testimone-narratore non vuole credere alla fine esistono realmente mi ha definitivamente convinta (dato che i cardini della storia della Waters poggiano su una struttura ispirata al racconto di Poe).
-Tornando al romanzo, la figura dello stesso di Faraday subisce una sinistra evoluzione: all’inizio viene presentato come un rispettabile professionista ed incarna la razionalità in persona poiché non si lascia impressionare da nessuno dei misteriosi eventi che accadono nella tenuta anche in sua presenza. Poi, però, questa razionalità si trasforma gradualmente in ottusità, facendo addirittura dubitare della credibilità di Faraday che, verso la fine, supera anche la soglia della sanità mentale per approdare nel regno della follia pura (mi riferisco all’ossessione che sviluppa nei confronti di Caroline).
-Inoltre lo strano blackout che lo colpisce proprio durante le ore della morte di Caroline è quanto mai rivelatore del suo ruolo nella vicenda.
-Come se non bastasse, successivamente il dottore ha delle oscure reminiscenze di quella scena, come se i suoi occhi avessero registrato le immagini ed il suo cervello le proiettasse all’improvviso nella sua mente.
-In aggiunta a ciò c’è il famoso ‘Tu’ pronunciato da Caroline prima di venire uccisa sarebbe esattamente ciò che avrebbe detto al dottore trovandoselo di  nuovo in casa dopo averlo cacciato.
-Infine, il momento in cui il dottore avverte la presenza maligna nella casa e si volta a guardarla trovando il proprio riflesso in uno specchio, a mio avviso non è altro che un’ulteriore prova della sua colpevolezza.
Per quanto riguarda la malvagia presenza che alberga a Hundreds Hall, sono più propensa a credere che esista veramente e che il dottore non sia stato altro che uno strumento di cui si è servita. Secondo me l’episodio di Gyp è da interpretare come un’anticipazione in questo senso: “qualcosa” ha fatto scattare la furia di Gyp, un innocuo cagnolone, fino a fargli sbranare la bambina. Allo stesso modo io credo che si sia servita di Faraday per liberarsi di Caroline e il vuoto di memoria del dottore giustificherebbe questa interpretazione.
Insomma, la casa è viva almeno quanto i personaggi che la abitano, anzi è a conti fatti anch’essa un personaggio, con un proprio carattere e un’evoluzione. Lo dimostra il fatto che Hundreds Hall viene introdotta fin dalla prima riga del romanzo e solo dopo si passa agli altri personaggi, il che ci fa capire che è la vera e indiscussa protagonista. In un’intervista, Sarah Waters dichiara di aver scelto il nome pensando al termine che si usava per le suddividere le contee e immaginando la tenuta esattamente al confine tra due diverse contee. Inoltre, questo nome richiama anche alla mente un concetto di misura, di età, di obsolescenza che costituiscono, insieme, l’altro grande tema del romanzo, ovvero il declino dell’aristocrazia e dei suoi privilegi che è letteralmente incarnato dalla casa.

Il momento più triste: la soppressione di Gyp.

Il momento più pauroso: l’incidente della signora Ayres nella vecchia stanza dei bambini… Premessa: io leggo soprattutto la sera prima di dormire. E’ il momento più tranquillo della giornata in questo periodo e ora che anche mio marito si è lasciato contagiare dal morbo della lettura, ce ne andiamo a letto presto e ci mettiamo a leggere. Per me non c’è nulla di più rilassante che mettermi comoda nella nostra ‘nanna’, aprire un libro e viaggiare con la fantasia. Spesso capita che mi dilunghi a leggere anche dopo che mio marito abbia spento la luce e mi trovo il gatto accoccolato addosso e la sensazione che ci siamo solo io e lui svegli è impagabile. Ebbene… l’incidente della signora Ayres è stato talmente inquietante che sono entrata nel panico quando mio marito ha chiuso il libro che stava leggendo per mettersi a dormire e quando mi sono resa conto che sarei presto rimasta sola a vegliare, mi sono ritrovata a supplicarlo di leggere ancora un po’ mentre mettevo velocemente via il libro per passare alla più rassicurante rivista dello zoo di Londra che avevo ricevuto quella mattina. Come dire… mi serviva un tempo di “decompressione” mentale per liberarmi dall’inquietudine e riuscire poi a dormire. Per fortuna ho sposato un tesoro…

LA BIBLIOTECA DI CAROLINE

15 mar 2012

Sarah Waters: Turno di notte

Turno di notte si apre a Londra nel 1947 e racconta sprazzi di esistenza di alcune persone che, si capisce quasi subito, sono in qualche modo disintegrate dentro: ci sono tre donne (Kay, Helen e Julia) coinvolte in una sorta di triangolo amoroso, il giovane Duncan che vive con il vecchio signor Mundy, la sorella di Duncan, Viv, che è penosamente legata a Reggie, un soldato sposato. Poi uno spostamento temporale trasporta il lettore nel 1944 per seguire gli eventi che hanno provocato quella frattura interiore nei personaggi ed hanno cambiato il corso della loro vita. In particolare, quelli durante un terribile bombardamento notturno. Un ultimo flashback porta il lettore al 1941, all’origine di tutto.
Queste persone sono tutte in qualche modo collegate: Viv lavora con Helen, è la sorella di Duncan ed ha un “conto in sospeso” anche con Kay. Mano a mano che procede la lettura si capisce che su ciascun personaggio pesa un fardello. Le loro vite sono come interrotte, sospese, sembrano non condurre da nessuna parte. In qualche modo ricordano la paralisi presente nei racconti di Joyce (Gente di Dublino). Fin dall’apertura si capisce che della vita di Kay non è rimasto che un guscio vuoto e vi si fa riferimento quasi subito nel romanzo quando viene paragonata ad un fantasma e si sottolinea che la sua vita è come ferma. Mano a mano che si procede all’indietro nel tempo, capiamo che Kay ha già dato tutto ciò che aveva da dare facendo l’infermiera volontaria durante la guerra e che la sua vita si è svuotata nel corso di un maledetto turno di notte. Anche la vita di Duncan è come sospesa ed anche nel suo caso scopriamo come e perché procedendo a ritroso fino al terribile evento che ha sconvolto la sua giovane vita. Lo stesso vale per Viv, incapace di tagliare il filo che la lega ad un uomo sposato che si rivela un mascalzone.
La prima parte non mi è piaciuta molto, la trovavo un po’ noiosa e davo la colpa all’ambientazione facendo continui confronti nostalgici con l’ambientazione vittoriana di Affinità. Ma dal primo flashback in poi sono stata travolta dalla forza del destino ed ha prevalso la curiosità: ho seguito il filo che portava all’inizio della matassa senza interruzioni trovando una sorpresa dopo l’altra.
Poi, sapendo che anche da questo romanzo la BBC ha tratto un film TV ho deciso di procurarmelo. Purtroppo non sono riuscita a trovarlo e l’unico modo per vederlo è stato in lingua originale a pezzi (ben 7) su YouTube. Nonostante il fastidio di guardarlo sul computer e di dover avviare il video successivo appena terminava uno spezzone, mi è piaciuto molto… quasi più di Affinità. In particolare, ho trovato davvero indovinato l’espediente con cui hanno reso i due flashback e cioè l’effetto rewind. In generale, la chiave di lettura del romanzo proposta dal regista è stata interessante, ovvero l’idea di andare a ritroso per scoprire cosa ha portato i personaggi al punto in cui li troviamo in apertura di film. Questo è sottolineato da una voce esterna all’inizio che invita ad immaginare di entrare in un cinema al secondo tempo, per poi scoprire successivamente cosa era accaduto ai personaggi durante il primo tempo. Ho trovato i personaggi di Kay, Helen e Julia molto simili a come li avevo immaginati leggendo il libro; un po’ meno Viv e Duncan.
Per chi volesse condividere l’esperienza:

The Night Watch (2011): Part 1Part 2Part 3Part 4Part 5Part 6Part 7


LIBRI NEI LIBRI:
C’è un riferimento alla storia leggendaria di Sweeney Todd: “Non mi piace il barbiere. Penso sempre che stia per farmi a pezzi per mettermi in un tortino.”
Duncan ha memorie dell’Oliver Twist di Dickens.
Julia ed Helen apprezzano la letteratura popolare: Gladys Mitchell, Elinor Glyn, Ethel M. Dell, Daphne Du Maurier, storie di intrighi e passioni.
Viv ha preso lezioni di dizione in cui recitava brani di Walter de la Mare e ricorda ancora a memoria la poesia The Listeners.

MUSICA – Per entrare nelle atmosfere del libro:
- Yes, we have no bananas today – Eddie Cantor che allude al periodo bellico inglese, durante i quale il governo aveva bloccato l'importazione di banane per un anno e i negozianti esponevano cartelli con quella frase per ironica protesta.
- There's Something About A Soldier - Cicely Courtneidge
- Bye bye Blackbird, Gene Austin

01 mar 2012

Sarah Waters: Affinità

Bello… intrigante… entusiasmante.
Ho letto questo libro tutto d’un fiato e l’ho apprezzato immensamente. In realtà me lo sentivo, avevo proprio la sensazione che sarebbe stato un perfetto compagno per me, visto il mio interesse per l’epoca vittoriana. Sapere che la Waters fa accurate ricerche prima di scrivere, sapere inoltre che legge anche la letteratura dell’epoca per immergersi nello stile giusto mi aveva fatto ben sperare. Infatti, non sono rimasta delusa. 
Nel momento in cui Margaret ha varcato le soglie di Millbank sono rimasta catturata dal fascino oscuro di quella prigione e delle sue detenute. La prigione è descritta minuziosamente e realisticamente e mentre leggevo sentivo un ‘cassetto’ aprirsi nella mia mente, da cui usciva la parola “Panopticon”, di cui avevo sentito parlare ai tempi dell’università. Tanto per togliermi il dubbio sono andata a verificare ed effettivamente ho scoperto che Millbank era stata disegnata proprio secondo i principi del Panopticon di Bentham: si tratta di una struttura di base circolare che permette ai guardiani di avere sott’occhio tutti i prigioneri contemporaneamente… una sorta di ‘Prigione-Grande-Fratello’.

Le vicende della protagonista sono molto interessanti da più punti di vista. Il principale ha a che fare con il titolo del romanzo e riguarda l’affinità tra lei e la prigioniera Selina a cui si allude nella seconda metà del libro, quando Selina dichiara: “Siamo uguali, voi e io. Siamo due metà tagliate dallo stesso pezzo di materia risplendente… Siete come me”. Ma l’affinità è più che spirituale e arriva ad abbracciare l’essenza stessa dei personaggi: la reclusione è una sorta di spada di Damocle che pende sulla testa della protagonista fino alla fine. In più di un’occasione si percepisce la paura di Margaret che una guardiana la rinchiuda con l’inganno e il lettore percepisce che questa sensazione è collegata a qualcosa che le è accaduto in passato. Finchè si viene a scoprire che, dopo la morte del padre, aveva tentato il suicidio.
In realtà, la reclusione è ancora uno spettro che la perseguita (sebbene l’essere una signora l’abbia salvata dalla prigione). Si tratta solo di un diverso tipo di reclusione: il pericolo reale e tangibile (per tutto il romanzo) è quello dell’internamento per pazzia. Nell’epoca vittoriana i comportamenti al di fuori della norma non erano tollerati, soprattutto per quanto riguardava le donne, che erano tenute a comportarsi come la società si aspettava da loro. Ogni devianza veniva punita severamente e spesso venivano accusate di pazzia e, perfino, internate. In questo senso Margaret subisce dalla madre ripetute allusioni alla sua ‘malattia’, poiché in quanto tale veniva considerata. Il tentativo di suicidio è stato chiaramente interpretato dalla famiglia come un sintomo della malattia e la cura è il cloralio da bere prima di coricarsi, per tenere calmo lo spirito. La struttura di internamento per eccellenza a Londra era Bedlam (Bethlehem Hospital), che non differiva molto dalle carceri di Millbank. Anche a Bedlam si poteva entrare a visitare le internate (pagando qualche penny), le quali erano detenute in condizioni molto simili a quelle del carcere.
Il limite tra la realtà e la follia è una costante preoccupazione di Margaret (e dei suoi familiari), che cerca disperatamente di razionalizzare gli eventi che le capitano, almeno finchè la sua ossessione non ha il sopravvento. Le manifestazioni di questa ossessione rientrano in quella che all’epoca veniva definita ‘erotomania’, ovvero pazzia amorosa, che spesso era scatenata dall’abbandono della persona amata (e qui  il ruolo di Helen è importantisimo). L’erotomania spesso conduceva al suicidio… ed anche questa si rivela una minaccia reale, soprattutto nelle ultime pagine. I prototipi letterari di questa follia erano l’Ofelia shakespeariana, le eroine di Wordsworth, la Crazy Kate di Cowper, che avevano in comune l’erranza ed il suicidio. Nel caso di Margaret ci sono richiami alla figura di Ofelia nella disperazione dopo la morte del padre e nel suicidio in acqua… almeno così lo interpreto io.
Eppure, paradossalmente, nella triste fine di Margaret ha un ruolo importante la madre. Non è casuale l’insistenza con cui, nel corso del romanzo, si rileva che viene costretta a bere cloralio prima di coricarsi. Un’abitudine tutta vittoriana, quella di lenire certi disturbi con sostanze come laudano e cloralio. Ma gli effetti di queste sostanze erano tutt’altro che benefici: oltre ad essere sedativo, il cloralio è un ipnotico, ovvero rende una persona suggestionabile e ne aumenta le capacità immaginative. Il vortice di sensazioni che travolgono Margaret di fronte ad eventi apparentemente soprannaturali, la colgono in realtà psicologicamente debole ed esposta alle suggestioni. Una volta entrata nel vortice, non riesce più a tornare indietro. Anzi, passa dal cloralio al laudano (un derivato dell’oppio) proprio all’esplodere dell’ossessione amorosa. Da qui non vi è più ritorno…
Un’altra tematica che pervade tutto il romanzo è lo spiritualismo che, all’epoca, era quasi una moda, assieme al fenomeno delle apparizioni spiritiche. Circolavano anche fotografie di false apparizioni, che sfruttavano il sistema della doppia esposizione.
LA BIBLIOTECA DI MARGARET
Ho apprezzato molto lo stile della Waters in questo libro: uno studiato incrocio tra Dickens e i pionieri della ghost story (Le Fanu, Collins…). La percezione dei fantasmi nel carcere è da ghost story, assieme ai rumori e alle urla delle detenute; la misteriosa sparizione del medaglione richiama un episodio similare in The Moonstone di Wilkie Collins; mentre le descrizioni, soprattutto quelle della vita carceraria, hanno tutto il sapore di Dickens. Gli stessi richiami compaiono nel romanzo: viene citato Lo zio Silas di Le Fanu per rafforzare il tema della pazzia; il libro di Mayhew sulle prigioni di Londra (che probabilmente l’autrice ha usato per documentarsi sull’ambientazione); Margaret legge La piccola Dorrit di Dickens alla madre (N.B.: è ambientato in un carcere).
L’immaginario di Sarah Waters attinge molto anche dalla pittura: per quanto riguarda l’ambientazione, lei stessa cita nel romanzo la serie di stampe di Piranesi sulle carceri che, se scorse in sequenza, prima della lettura aiutano ad entrare nell’atmosfera di Millbank.

Per quanto riguarda invece il personaggio di Selina, c’è un continuo richiamo ad un quadro di Carlo Crivelli (1430/35-1495) che l’autrice chiama Veritas ma di cui non ho trovato traccia. Ci sono anche dei forum online in cui i partecipanti si chiedono se questo quadro esista davvero e la risposta è sempre no. Secondo me il quadro che ha ispirato il personaggio di Selina potrebbe essere un dettaglio del Polittico di Sant’Emidio (1472-73) che si trova ad Ascoli Piceno. Si tratta della figura di Santa Caterina d’Alessandria nel registro superiore. Il titolo Veritas potrebbe essere stato scelto dalla Waters stessa per utilizzarlo come filo conduttore nel romanzo: infatti torna a più riprese e si sposa con il tema della verità in contrasto con l’apperenza, che è un po’ tutto il perno della storia. Resta il fatto che la fanciulla dipinta ha parecchie somiglianze fisiche con la Selina descritta nel romanzo, in particolare con la prima visione che Margaret ha di Selina, chiusa nella cella con un fiore in mano. In alternativa, potrebbe essere la Madonna dell’Annunciazione con Sant’Emidio (sempre del Crivelli), la cui posa rispecchia forse meglio il momento in questione.

Ed ora veniamo al film (Tim Fywell, Affinity - UK, Romania, Canada, 2008): premetto che mi è piaciuto, ma che sono sempre un po’ delusa dai film tratti dai libri. Mi sembra sempre che manchi qualcosa… sia che abbia letto prima il libro e poi visto il film, sia che accada il contrario. Eppure sono una cinefila incallita!
La cosa che mi ha delusa di più è stata il trattamento del tema lesbico. Mentre nel romanzo cova sotto la cenere per erompere prepotentemente solo verso la fine, nel film è esplicitato subito mostrando il tipo di relazione che esisteva tra Margaret ed Helen prima che quest’ultima ne sposasse il fratello. Questo sposta molto il punto di vista e l’interpretazione della relazione tra Margaret e Selina fin da subito. Nel libro il lettore deve fare un certo sforzo per percepire la tensione sessuale tra le due donne e ribaltare spesso le sue interpretazioni dei personaggi. A parte questa non piccola pecca, il film mi è piaciuto molto. Non passa certo inosservata Amanda Plummer che veste i panni della guardia … con il suo cockney strettissimo.
Questo è il promo:
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