30 dic 2011

Helen Walsh: Senza pudore

Senza pudore di Helen Walsh mi ha lasciata senza parole. Mentre lo leggevo il mio cervello registrava ritmicamente le seguenti impressioni: schifo, bello, bello, schifo, bello, bello, schifo… e a dire la verità sono ancora molto combattuta. Così ho tastato il polso della rete: ho girellato tra blog, chat, siti e forum per farmi un’idea di come è stato accolto. Non avrei dovuto farlo. Non avrei dovuto perché mi sono imbattuta nel blog di Mia ed ho scoperto che mi ha letteralmente rubato le parole di bocca (o dovrei dire dalle dita). Eppure per me è stato proprio così. Ho ingoiato questo libro come una pasticca di Ecstasy, mi sono calata tutti gli undici capitoli uno dietro l’altro e… lo sballo dell’Ecstasy non lo conosco, ma quello che mi ha procurato questo libro è stata un’altalena di emozioni: dal rifiuto, alla pietà, alla comprensione, al rigetto (in alcuni punti anche alla nausea), in un continuo susseguirsi e avvicendarsi di impressioni spesso contrastanti.
Anche l’idea di arrendersi alla lettura senza farsi domande l’ho trovata molto azzeccata. In un certo senso, la scrittura della Walsh ti costringe a fare proprio questo, perché non ti lascia il tempo di pensare, di razionalizzare. Ti scarica addosso il flusso di pensieri e azioni dei suoi personaggi senza darti tregua, senza lunghe descrizioni per farti respirare e così ti trovi pagina dopo pagina ad assistere agli eventi senza riflettere. In un paio di occasioni mi sono ritrovata con lo stomaco ed i muscoli in tensione per quello che stavo leggendo: ho avuto giusto il tempo di rendermene conto, rilassarli… e riprendere la lettura, che è corsa via veloce fino alle ultime parole.
Ma veniamo alla storia: Millie O’Reilly è la figlia di un professore universitario ed è iscritta all’università. E’ inelligente e bellissima, ma l’università è l’ultimo dei suoi pensieri: la sua vita ruota attorno al sesso (è bisessuale), all’alcool e alla droga che condivide con il suo grande amico Jamie. Una sorta di gorgo di perversione la inghiotte, pagina dopo pagina, fino a risputarla fuori proprio all’ultima pagina, quando ormai la daresti per persa.
La storia è ambientata nella Liverpool degradata (ma anche nella Liverpool studentesca) verso la quale l’autrice, così come Millie, ha un rapporto di amore/odio.

Direi che Helen Walsh ama la musica: in Once Upon a Time in England la musica pervadeva il testo e pensavo che fosse per caratterizzare i personaggi, qui mi rendo conto che è l’impronta della scrittrice.
Ancora una volta, per immergersi nelle atmosfere del libro…
Aretha Franklin, I Say a Little Prayer      
Van Morrison, Moondance                       
Van Morrison, Brown Eyed Girl                          
Nick Drake, Fruit Tree                                  
Joy Division, Love Will Tear Us Apart     
P. J. Harvey, One Line                                  
Bob Marley, Jamming                                  
New Order, Crystal                                       

27 dic 2011

Helen Walsh: Once upon a Time in England

Once upon a Time in England è la cruda saga di una famiglia mista nei sobborghi di Liverpool e copre un periodo di tempo che va dagli anni ’70 alla fine degli anni ’80. Robbie Fitzgerald è un operaio irlandese con la passione per la musica soul ed una gran voce mentre Susheela, sua moglie, è un’infermiera malese. I rimandi alla biografia personale dell’autrice, figlia di un camionista irlandese (ma anche batterista) e di una infermiera malese, sono fin troppo ovvi.
Dopo un quadro iniziale nel quale il lettore si mette a proprio agio negli ambienti e con i personaggi che lo accompagneranno per tutto il libro e proprio nel momento in cui è pronto ad affrontare la salita verso il successo di Robbie, la svolta drammatica è immediata e travolgente. La scena dello stupro è un pugno nello stomaco e stravolge tutte le aspettative del lettore, oltre a cambiare definitivamente la vita dei personaggi. Susheela e Robbie vivranno in una sorta di limbo per il resto della storia: Robbie perde l’occasione d’oro e rimane a fare un lavoro che detesta, affogando il risentimento nell’alcool; l’intenzione di Susheela di convivere con quanto le è accaduto senza coinvolgere i suoi familiari non va a buon fine e la vita di coppia si inaridisce progressivamente finchè non resta più nulla. Le aspettative dei genitori si riversano quindi sui due figli: Vincent ed Ellie. Problematico, intelligente ed amante dei libri il primo, vivace e bellissima la seconda. Purtroppo le disgrazie dei genitori, come spesso accade, ricadono anche sui figli: Vincent vive gli anni di scuola vittima di un duro bullismo al quale sopravvive rintanandosi in nascondigli segreti e luoghi ameni.  Ellie, a cui tutto ciò viene risparmiato, vivrà la sua decadenza grazie ad Ecstasy e alcool.
L’inconscio fardello di Vincent affiora al livello cosciente in una improvvisa epifania, durante la quale rivive la scena dello stupro della madre ed il suo ruolo di testimone passivo: è il momento in cui impara ad esorcizzare il carico emotivo scrivendo.

Le dinamiche di relazione tra i membri di questa famiglia sono indecise, confuse, alternanti spesso tra amore e odio, con mille sfumature nel mezzo: risentimento, pietà, rabbia, orgoglio, disprezzo. In questo senso ho riscontrato una somiglianza tra i Fitzgerald e i Morel del romanzo di D. H. Lawrence, Figli e amanti (Sons and Lovers). In realtà le affinità si estendono anche al contesto sociale della storia e alla sua genesi, nel senso che anche Lawrence, come Helen Walsh, scriveva di ciò che conosceva bene, essendo lui stesso figlio di un minatore (come il suo protagonista) ed era considerato uno scrittore controverso per il crudo realismo e poiché trattava di sesso in maniera troppo esplicita (per la rigida morale borghese dell’epoca. Ho trovato diversi punti in comune tra i due libri:
-          in entrambi i casi il naufragio del matrimonio vede la madre trovare consolazione nei figli, i maschi in particolare;
-          i mariti hanno dei sensi di colpa per il modo in cui trattano le mogli e per i continui litigi, ma non riescono comunque a modificare il loro comportamento;
-          anche Robbie (come Morel) non è mai completamente a proprio agio con i suoi figli, in particolare con Vincent;
-          sia Robbie che Morel subiscono nel corso del romanzo una sorta di degenerazione rispetto a come erano all’inizio e si tratta di una degenerazione fatta di alcool, brutalità e ignoranza (Robbie non sa leggere);
-          i litigi tra i coniugi vengono descritti usando metafore belliche (“They were now at battle-pitch. Each forgot everything save the hatred of the other and the battle between them” in Lawrence; “He wanted a fight” nella Walsh);
-          l’odio dei figli maschi per il padre è identico, è un odio fisico, viscerale (“Paul hated his father” e “his father disgusted him” in Lawrence; “Vincent was beginning to despise him” nella Walsh).
 
La critica sociale di Once upon a Time in England è particolarmente crudele nei confronti degli skinheads, che costituiscono uno strumento di distruzione determinante nella vicenda: la loro cieca ottusità unita alla brutalità delle azioni è la chiave di svolta tragica sia all’inizio che alla fine della storia e lascia il lettore spiazzato e impotente… e nel mio caso estremamente contrariato. Il giudizio nei loro confronti è implacabile e viene messo in bocca a Vincent, che è la vittima principale delle loro azioni.


Premettendo che mi sono laureata con una tesi su Oscar Wilde e che lo ADORO, potete immaginare quale chicca sia stata per me trovare inaspettatamente una serie di riferimenti espliciti a Dorian Gray. Nonostante a scuola venisse soprannominato Gaylord, la sessualità di Vincent emerge solo nella terza parte del romanzo quando incontra Kenny, il quale fa emergere prepotentemente questo lato di Vincent chiamandolo Dorian Gray. Da quel momento in poi Vincent si identifica nel personaggio e porterà avanti questa sua interpretazione fino alla tragica fine. Il rapporto tra Vincent e Kenny inizia con questo gioco di ruolo, che si sviluppa a partire da una serie di citazioni dei famosi aforismi di Wilde (“It’s only shallow people who do not judge by appearances” - “To be popular one must be a mediocrity”- “I can resist everything but temptation”) ed arriva ad una totale incarnazione da parte di Vincent. Si tratta di un’incarnazione che preoccupa Kenny al punto di cercare di avvertire Vincent con una frase che, alla luce di ciò che accadrà alla fine, sembra una profezia: “This is your fatal error, Dorian. You value beauty far too higly”. Ho pianto per Vincent…

Musica e libri pervadono il romanzo: la prima è la vera passione di Robbie che, in qualche modo, riesce a trasmettere anche al figlio; la seconda, invece, è prerogativa di Vincent.
LA TRAGICA COMPILATION DI ROBBIE
Pete St. John, The Fields of Athenry                     
Percy Sledge, When a Man Loves a Woman      
Don Maclean, Vincent
                                                 
L'AUTOBIOGRAFICA COMPILATION DI VINCENT
Le musiche che Vincent ascolta lo rappresentano pienamente: il riferimento a Prince Charming è duplice poiché è il nomignolo con cui Sibyl Vane chiamava Dorian Gray, oltre a riferirsi all’ossessione per la bellezza che caratterizza Vincent nella parte finale del libro.
Adam Ant, Prince Charming                                     
John Foxx, The Garden                                                              
Leonard Cohen, Famous Blue Raincoat               
The Smiths, This Charming Man                                             
The Cure, A Night Like This                                       
David Bowie, Wild is the Wind                                             

LA BIBLIOTECA DI VINCENT
I libri di Vincent non fanno che testimoniarne l’infelicità e le problematiche. Le tematiche di fondo di questa letteratura sono: droga, violenza, omosessualità, ribellione, pazzia e suicidio.

Nelson Algren, The Man with the Golden Arm (L’uomo dal braccio d’oro)
William Burroughs, The Naked Lunch (Il pasto nudo)
Hubert Selby Jr., Last Exit to Brooklyn (Ultima fermata a Brooklyn)
George Orwell, 1984
Sylvia Plath, The Bell Jar (La campana di vetro)
Bret Easton Ellis, Less Than Zero (Meno di zero)
Salinger, The Catcher in the Rye (Il giovane Holden)
Timothy Leary, The Psychedelic Experience
Guy Debord, The Society of the Spectacle (La società dello spettacolo)
Philip Larkin, “This Be the Verse”
Jean Genet, The Thief’s Journal (Il diario del ladro)
Albert Camus, The Outsider (Lo straniero)
Anthony Burgess, A Clockwork Orange (Arancia meccanica)

23 dic 2011

Helen Walsh

Helen Walsh è una scrittrice nata vicino a Liverpool. Di lei è particolarmente interessante la storia personale: a 13 anni prova l’ecstasy e finisce in un gorgo che la vedrà scappare  da casa a 16 anni e lavorare a Barcellona nel quartiere a luci rosse, dove organizza appuntamenti per travestiti e prostitute. Torna a Liverpool per iscriversi all’università dove si laurea in sociologia con una tesi sulle devianze sessuali. Scrive il suo primo libro come una sorta di cura, mentre è ancora studentessa all’università, e lo fa sul tavolo da cucina di sua madre. Queste informazioni sono ripetute ogniqualvolta si parla di lei ed anche quando la intervistano, le prime domande riguardano quasi sempre questo suo background. In effetti si tratta di una storia interessante e, soprattutto, di un recupero che ha quasi del miracoloso dopo una sbandata così colossale.  Scrive di ciò che ha conosciuto, ovvero la vita dei sobborghi, la cruda realtà della droga, la ricerca di autodistruzione di alcuni giovani e lo fa in maniera molto cruda, tanto da essere definita una seguace del realismo moderno ed essere paragonata a Irvine Welsh… ma con un punto di vista femminile.
Il suo primo libro, Brass (che in Italia è stato tradotto con il titolo Senza pudore) mette in scena il personaggio di una prostituta adolescente: è il libro con cui ha esorcizzato la sua ribellione adolescenziale.
Una volta liberatasi di questo grande peso, la Walsh ha scritto Once Upon a Time in England, dove si è soffermata sui difficili rapporti familiari e sociali di una coppia mista nei sobborghi di Liverpool. L’ultimo libro, invece, è scaturito dall’esperienza della maternità: si intitola Go to Sleep e tratta della depressione post-parto di una madre. A quanto pare, scrive sempre di argomenti forti e li tratta in modo molto crudo, diretto, senza veli (e soprattutto senza ipocrisie). Ho deciso di leggere Once upon a Time in England che, tanto per cambiare, in italiano non esiste. Quindi l’ho ordinato in Inghilterra. Ho scelto questo libro e non Senza pudore perché non amo molto lo sfondo sessuale, nè il crudo realismo di Welsh e preferisco affondare il naso nei sobborghi di Liverpool…  oltre ad essere incredibilmente attratta dal titolo Once Upon a Time in England. Visto che ho adorato il film Once upon a Time in America ho ritenuto che fosse un titolo di buon auspicio.

15 dic 2011

Jeffrey Wainwright: Heart's Desire

Come ho già accennato nel post precedente, la raccolta Heart’s Desire è stata giudicata una delle migliori raccolte degli anni ’70, che è anche il motivo che mi ha spinta a procurarmela. Ancora una volta (dopo la scoperta di Benjamin Zephaniah) mi ritrovo felice e soddisfatta. A quanto pare non sono poi così refrattaria come credevo alla poesia moderna.
Innanzi tutto la chiave di lettura delle poesie in questa raccolta è la storia, che costituisce la scintilla che accomuna i versi di Wainwright: si tratta di una sorta di rilettura poetica degli avvenimenti storici che hanno coinvolto il Regno Unito negli ultimi due secoli. L’attenzione è rivolta in particolare a guerre e rivoluzioni, eventi violenti in cui la morte è centrale.

La prima serie si apre con una poesia intitolata “1815”, che si divide in quattro parti ed il cui riferimento storico è il massacro di Peterloo del 1819, che viene paragonato a quello di Waterloo (1815).
Ecco come Wainwright mi ha catturata fin dai primi versi. Dovete sapere che io ho una specie di fissazione per il personaggio shakespeariano di Ofelia: ho fatto molti studi al riguardo ed ho scritto un libro sul recupero ottocentesco del personaggio. Nel corso dell’Ottocento, infatti, la sensibilità romantica ha fatto sì che si recuperassero figure della letteratura passata e del mito che rendevano alla perfezione gli ideali del secolo. Tra queste Ofelia ha avuto un ruolo predominante, ricorrendo direttamente o indirettamente in opere letterarie, pittoriche e musicali. La giovane fanciulla pazza annegata nel ruscello era pressoché ricorrente nell’immaginario degli artisti dell’epoca.
Ebbene, “1815” si apre proprio con la descrizione del cadavere di una giovane operaia in un canale d’acqua. Qui il contesto è industriale, anziché bucolico, ma il richiamo alla serie di dipinti ottocenteschi di Ofelia in acqua è immediato. In particolare, i più conosciuti sono quello di John Everett Millais e di Paul Delaroche.
I versi di Waiwnright, su cui mi soffermerò a breve, si adattano meglio ad una serie di opere moderne dove, tolta l’aura romantica, rimane la cruda rappresentazione di un cadavere femminile in acqua. I dipinti di Jason Beam e di Maria Pawlikowska-Jasnorzewska; le fotografie di Per Barclay, di cui la seconda è ispirata chiaramente dal dipinto di Millais (per la posa delle braccia) e George Steeves.

Ma veniamo ai versi di Wainwright che, tradotti, suonano più o meno così: “Sul suo viso / rutili* morti fissano verticalmente / fuori dal canale. / L’acqua le riempie le orecchie, / il naso la bocca aperta. / affiorando, le sue dita esangui / sfiorano le branchie secche.” (*pesci)
L’immagine di morte è veicolata dall’insistenza sulle parti del corpo della giovane e sugli aggettivi usati per descriverle (dead, open, bloodless). Il parallelo tra il cadavere della ragazza ed i pesci morti che galleggiano sull’acqua è reso anche fisicamente dal lieve contatto ed ha la funzione di rendere l’immagine più macabra, oltre che di insistere ulteriormente sul tema della morte.
Un’apertura così è sicuramente molto suggestiva e cattura il lettore immediatamente, che scorre le parole velocemente cercando altre informazioni.
Con la seconda strofa lo scenario si sposta alle fosse dove sono seppelliti i lavoratori al centro dell’evento storico che ha ispirato la poesia, il massacro di Peterloo, in cui la cavalleria caricò brutalmente una folla di 60,000 dimostratori uccidendo e ferendo indistintamente quanti si trovavano sul loro passaggio. Fu un fatto tragico che scatenò l’indignazione di tutto il Regno Unito. Percy Bysshe Shelley scrisse un sonetto sull’evento intitolato “England in 1819” in cui esprimeva il suo disprezzo per il re ed il parlamento e la sua pietà per la povera gente massacrata a St Peter’s Field. L’evento fu raffigurato da Richard Carlile in una popolare incisione (a lato).
Anche Wainwright esprime pietà per la povera gente impiegata nel nascente settore industriale (ne nomina le mansioni: apprentices, jiggers, spinners).
La prima parte della poesia si chiude con l’allusione a Waterloo (la famosa battaglia in cui Napoleone fu sconfitto dal Duca di Wellington e che segnò la fine del dominio napoleonico). Ciò che accomuna i due eventi nella mente del pota è sicuramente l’industrializzazione, vista l’insistenza su termini che ad essa si ricollegano.
La seconda parte della poesia si apre nuovamente su un’immagine di morte: questa volta però riguarda i caduti sul campo di battaglia di Waterloo. Con la terza parte si ritorna all’immagine di apertura: il cadavere dell’operaia in acqua che ora viene trovato e tirato in secca da un barcaiolo. Mentre la tira fuori dall’acqua, viene ripreso il parallelo tra la giovane ed i pesci morti attraverso lo sguardo fisso rivolto verso l’alto (richiamando quello verticale dei rutili nella prima parte).
Infine la poesia si chiude con la reazione del proprietario della fabbrica di fronte ai tragici eventi: “Mortified / At what is happening”.

Wainwright è di nuovo dalla parte dei poveri lavoratori in “Sentimental Education”, poesia che si riferisce agli eventi del Maggio 1968 a Parigi: il primo sciopero generale non autorizzato che arrestò l’economia industriale del Paese e rischiò di far collassare il governo di de Gaulle. La prima strofa si apre su immagini di rivoluzione nelle quali il ruolo dei lavoratori è importante, sottolineato dalla precisione con cui Wainwright (ancora una volta) nomina i lavoratori (postmen, plumbersshopgirls). La dichiarazione empatica arriva alla fine della poesia (“God knows it I am with you! All your trials / and your vexations and how you weigh them here / Bear upon me”).

Altre poesie si soffermano sul ruolo dell’Imperatore Wilhelm II nella Prima Guerra Mondiale, sulla battaglia dello Jutland nel 1916; sulla battaglia nel Pacifico durante la Seconda Guerra Mondiale.
La seconda parte della raccolta si apre con la più nota poesia “Thomas Müntzer”, un monologo del riformatore protestante che appoggiò la lotta della gente comune e la rivoluzione sociale. Nel 1525, durante la guerra dei contadini, guidò gli insorti nella Battaglia di Frankenhausen, che fu soffocata. Müntzer fu catturato, torturato ed ucciso. Ancora una volta Wainwright si mette dalla parte dei rivoluzionari: il monologo si apre con immagini acquatiche che richiamano alla memoria l’apertura di “1815” per poi passare ad una bellissima metafora di un “albero sociale” in cui tutti gli strati sociali si sviluppano a partire dalle radici fino ad arrivare alla cima:
Il monologo si conclude con un inno alla Storia, che viene usato da Wainwright in apertura libro.
La terza e ultima parte del libro include “Five Winter Songs” e “Heart’s Desire” che si divide in una serie di poesie che dovrebbero rappresentare questi desideri, poiché riguardano l’amore, il sogno, la Storia e la morte.

09 dic 2011

Jeffrey Wainwright

Eccomi arrivata alla lettera W. Alquanto impegnativa, direi! Pur facendo lo slalom tra autori postcoloniali (mi piange davvero il cuore trascurare il premio nobel Derek Walcott), scozzesi, gallesi, americani …e dopo una crisi personale sulla validità della mia scelta di considerare solo gli autori INGLESI… resta comunque un bel po’ da leggere. Niente paura! Non demordo.
A darmi la spinta giusta è il fatto che la lista cominci proprio con un poeta inglese (e quindi non da scartare). Dopo aver superato ancora una volta l’esitazione iniziale all’idea di leggere poesia moderna, prendo il coraggio a due mani e comincio la mia ricerca in Internet scoprendo quasi subito che non ci sono molte informazioni su di lui.
JEFFREY WAINWRIGHT è nato nel ’44, quindi non è giovanissimo: ha 67 anni. E’ sposato con due figli, entrambi ormai cresciuti. Vive con la moglie a Manchester, concedendosi qualche intervallo in Italia (sarei curiosa di sapere dove… ma, almeno online, non è dato sapere!). Oltre che come poeta, lavora come traduttore e critico letterario. Tra le sue raccolte di poesie, ho notato che Heart’s Desire (1978) fu considerata una delle migliori raccolte di tutti gli anni ’70 e quindi ho provveduto ad ordinarla (già qualche settimana fa). Come immaginavo, in italiano non esiste niente (la poesia da noi non trova molti estimatori e le case editrici sono caute nell’includere poeti poco conosciuti nelle loro collane). Quindi mi sono rivolta alla mia ancora di salvezza: Amazon UK. Essendo un testo degli anni ‘70, non era acquistabile nuovo ma solo usato. Ho quindi cercato tra le varie opzioni quella che facesse al caso mio e l’ho trovata presso Bookbarn International. Un consiglio: per valutare i venditori, controllate sempre la percentuale di recensioni positive (seller rating) ma anche il numero di persone che hanno votato (più alto è, meglio è).

Ho poi trovato online alcune poesie tratte dalle ultime raccolte (Clarity or Death e The Reasoner), per fare un confronto ed una riflessione sull’evoluzione della sua poesia negli anni. Ho anche cercato dei video, ma ho trovato solo una conferenza ed una lettura della poesia “Beyond Enigma” dall’audio terrificante. Insomma, niente che valga la pena inserire qui.

Per quanto riguarda Heart’s Desire, devo dire che quando il libro mi è arrivato (direttamente dal Somerset) sapevo di aver acquistato un libro usato ma, non avendo finito di leggere la descrizione che ne faceva il venditore, non avevo idea di ciò che mi sarei trovata tra le mani. Ebbene, si tratta di una copia dismessa da una biblioteca, per la precisione: la biblioteca dell’Università di Reading.
Se qualcuno ha già letto ‘Tanto per cominciare’ saprà che la biblioteca è un luogo molto importante per me: potete immaginare l’emozione di possedere un testo dismesso da una biblioteca. Qui da noi, i libri vengono dismessi solo se distrutti e, in quel caso, finiscono direttamente al macero. Mi piace l’idea che un libro, dopo aver svolto fedele servizio presso una biblioteca, venga rimesso sul mercato dell’usato, affinchè abbia la possibilità, oltre che di far felice qualcuno che lo cercava, di risorgere a nuova vita. Certamente è quello che accadrà a questa copia di Heart’s Desire.
Mi piace anche vedere le tracce lasciate dalla sua vita precedente: innanzitutto, è ricoperto in plastica trasparente (quindi la copertina è rimasta in buone condizioni), sul dorso è applicata un’etichetta con il numero seriale ed il codice a barre per il prestito; all’interno, prima del frontespizio, c’è un timbro con il numero di ingresso del libro, la classificazione ed il nome completo della biblioteca (Bulmershe Library); a fianco c’è il timbro di dismissione (vedi immagine a lato) ed un adesivo con il codice a barre per il prestito; in fondo al libro c’è ancora la fascetta antitaccheggio.
Purtroppo il testo non è sottolineato: evidentemente gli studenti inglesi sono più disciplinati di quelli italiani. Mi ricordo benissimo le condizioni di alcuni libri che prendevo a prestito nella biblioteca universitaria che frequentavo: su alcuni sottolineature ed annotazioni erano addirittura in penna.
In realtà una cosa che mi piace molto in un libro usato è proprio vedere le tracce del precedente proprietario: un testo senza sottolineature ed appunti mi da l’idea di un testo che non sia mai stato veramente vissuto da qualcuno e mi mette tristezza.
Comunque, le premesse sono fantastiche e l’«effetto biblioteca» ha compiuto il miracolo: non vedo l’ora di sprofondare nella lettura delle poesie di Wainwright!

06 dic 2011

Benjamin Zephaniah: Teacher's Dead


Teacher’s Dead inizia con la descrizione del brutale assassinio di un insegnante (Mr Joseph) che è anche il motivo che mi ha incuriosita a leggere questo libro. Vengono anche immediatamente nominati i due colpevoli, visto che c’è un testimone della scena. Questo sembra togliere ogni suspence al racconto, ma non è così. In realtà il libro riguarda la reazione del ragazzino che assiste alla scena, Jackson Jones, che passa dallo shock alla necessità di comprendere. Sarà proprio questa necessità che lo spingerà ad indagare sulla vicenda. La scena successiva all’uccisione (Capitolo 2) costituisce un secondo incipit del libro, con il personaggio che si presenta e descrive in maniera molto lucida le sue sensazioni:






Da lì prende avvio la sua personale indagine (che lui definisce ‘terapia’): Jackson stringe amicizia con la moglie della vittima e, senza lasciarsi fuorviare da facili pregiudizi, arriva a conoscere la madre di uno degli assassini e i suoi vicini di casa.
L’indagine di Jackson porta a risultati sorprendenti e scopre dei risvolti quanto meno inaspettati alla vicenda che in realtà sembrava già risolta all’inizio. Ciò sembra confermare alcune idee ricorrenti per tutto il libro: bisogna saper guardare oltre apparenze e, soprattutto, pregiudizi; bisogna pensare con la propria testa senza farsi condizionare; bisogna cercare di capire gli altri. Un tema su cui Zephaniah pare insistere (l’avevo incontrato anche in Refugee Boy) è il bullismo. Non solo Jackson subisce atti di bullismo da un gruppo di coetanei, ma esso è anche la chiave dell’intera vicenda.


Ancora una volta Zephaniah ci presenta la figura di un adolescente quasi irreale nella sua maturità (l’altro era Alem di Refugee Boy). La sensazione è che voglia trasmettere l’idea che gli adolescenti hanno risorse inaspettate e che di fronte a qualcosa che li colpisce e coinvolge direttamente, siano in grado di gestirle anche meglio di un adulto.

Il romanzo si chiude con una serie di considerazione di Jackson, molto istruttive:


Che dire?In un mondo in cui siamo circondati da esempi di reazioni eccessive (mi riferisco ai vari programmi televisivi pieni di litigi, urla e offese), in cui tutto scorre ad una velocità che ci fa trascurare la riflessione, in cui le relazioni umane sembrano improntate più al conflitto che alla comprensione… questa storia fa riflettere. Ecco il perché del mio grande BIASIMO nei confronti delle case editrici italiane per ragazzi che non hanno ancora provveduto ad inserire i libri di Zephaniah nelle loro collane. Sarebbe davvero un testo da leggere in classe e far leggere ai ragazzi che, tra l’altro, lo apprezzerebbero perché la storia è molto coinvolgente.


Essendo io un’amante dei gatti, non potevo trascurare la figura di Trinidad, un gatto che cammina tutto sbilenco a causa di un atto di violenza gratuita subita proprio da uno degli assassini. La descrizione della violenza sul gatto è, a mio avviso, insopportabile ma per fortuna si conclude con la ritrovata umanità del gatto (a dispetto della disumanità di chi lo ha torturato):



01 dic 2011

Benjamin Zephaniah: Refugee Boy




Refugee Boy è la storia del piccolo Alem e dei tentativi di farsi accettare come rifugiato politico a Londra. Il tema è affrontato in maniera assolutamente non retorica, anche se ogni tanto questo bimbo sembra un po’ troppo buono. Benjamin inserisce anche un proprio alter ego adolescente nella figura di un ragazzino rastafariano di colore, Asher, che scrive poesie, è vegetariano e predica la pace.
E’ una sorta di romanzo di formazione: il piccolo Alem impara ad affrontare la vita, reagendo e imparando a prendere in mano le situazioni che gli capitano nonostante le tragedie che lo hanno segnato. Il lettore vive assieme al bambino le varie fasi di inserimento: dallo stupore iniziale, allo straniamento, al rifiuto, all’indifferenza, all’accettazione. E’ bella la parte in cui il padre di Alem cerca di fare il disinvolto dicendo all’ufficiale doganale di voler visitare “the famous Oxford Road and Piccadilly Circle”.



Alem fatica ad abituarsi al tempo inglese, troppo rigido per lui. Trova strano vedere cani e gatti nei cortili, anziché capre e polli. Trova il cibo inglese troppo asciutto e piuttosto preferisce mangiare italiano… spaghetti! Ma, soprattutto, trova strana l’abitudine degli inglesi di bere tè a tutte le ore, enfatizzata dal personaggio di Mrs Fitzgerald, la madre adottiva, che quando non sa cosa fare, prepara una tazza di tè, risultando spesso comica.




E’ bella l’idea di apertura del romanzo, con lo stesso episodio che si ripete in maniera identica in Ethiopia e in Eritrea, dando luogo a due brevi capitoli gemelli. L’accettazione è totale per quanto riguarda i libri: Alem ama leggere, desidera imparare tutto ciò che è possibile e diventa un vorace lettore.


La READING LIST di Alem:
-Charles Dickens, Great Expectations (Grandi speranze)-George Orwell, 1984
-William Golding, Lord of the Flies (Il signore delle mosche)-Wilfred Owen, Poems

Attraverso le osservazioni di Alem che cerca di capire le abitudini del nuovo Paese, Zephaniah inserisce la sua critica alla superificialità, al consumismo, all’aridità delle persone.


P.S.: Anche questo testo l’ho letto in lingua originale, come We Are Britain!e Lionboy. In italiano non esiste ed è davvero un peccato perché sarebbe molto adatto in un progetto scolastico di narrativa. Si presta a vari approfondimenti interessanti ed istruttivi, tra cui: il bullismo, i rifugiati, la guerra e gli adolescenti, Etiopia ed Eritrea, Charles Dickens, il Natale, la Giamaica, la filosofia rastafariana, Nelson Mandela.
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