30 dic 2011

Helen Walsh: Senza pudore

Senza pudore di Helen Walsh mi ha lasciata senza parole. Mentre lo leggevo il mio cervello registrava ritmicamente le seguenti impressioni: schifo, bello, bello, schifo, bello, bello, schifo… e a dire la verità sono ancora molto combattuta. Così ho tastato il polso della rete: ho girellato tra blog, chat, siti e forum per farmi un’idea di come è stato accolto. Non avrei dovuto farlo. Non avrei dovuto perché mi sono imbattuta nel blog di Mia ed ho scoperto che mi ha letteralmente rubato le parole di bocca (o dovrei dire dalle dita). Eppure per me è stato proprio così. Ho ingoiato questo libro come una pasticca di Ecstasy, mi sono calata tutti gli undici capitoli uno dietro l’altro e… lo sballo dell’Ecstasy non lo conosco, ma quello che mi ha procurato questo libro è stata un’altalena di emozioni: dal rifiuto, alla pietà, alla comprensione, al rigetto (in alcuni punti anche alla nausea), in un continuo susseguirsi e avvicendarsi di impressioni spesso contrastanti.
Anche l’idea di arrendersi alla lettura senza farsi domande l’ho trovata molto azzeccata. In un certo senso, la scrittura della Walsh ti costringe a fare proprio questo, perché non ti lascia il tempo di pensare, di razionalizzare. Ti scarica addosso il flusso di pensieri e azioni dei suoi personaggi senza darti tregua, senza lunghe descrizioni per farti respirare e così ti trovi pagina dopo pagina ad assistere agli eventi senza riflettere. In un paio di occasioni mi sono ritrovata con lo stomaco ed i muscoli in tensione per quello che stavo leggendo: ho avuto giusto il tempo di rendermene conto, rilassarli… e riprendere la lettura, che è corsa via veloce fino alle ultime parole.
Ma veniamo alla storia: Millie O’Reilly è la figlia di un professore universitario ed è iscritta all’università. E’ inelligente e bellissima, ma l’università è l’ultimo dei suoi pensieri: la sua vita ruota attorno al sesso (è bisessuale), all’alcool e alla droga che condivide con il suo grande amico Jamie. Una sorta di gorgo di perversione la inghiotte, pagina dopo pagina, fino a risputarla fuori proprio all’ultima pagina, quando ormai la daresti per persa.
La storia è ambientata nella Liverpool degradata (ma anche nella Liverpool studentesca) verso la quale l’autrice, così come Millie, ha un rapporto di amore/odio.

Direi che Helen Walsh ama la musica: in Once Upon a Time in England la musica pervadeva il testo e pensavo che fosse per caratterizzare i personaggi, qui mi rendo conto che è l’impronta della scrittrice.
Ancora una volta, per immergersi nelle atmosfere del libro…
Aretha Franklin, I Say a Little Prayer      
Van Morrison, Moondance                       
Van Morrison, Brown Eyed Girl                          
Nick Drake, Fruit Tree                                  
Joy Division, Love Will Tear Us Apart     
P. J. Harvey, One Line                                  
Bob Marley, Jamming                                  
New Order, Crystal                                       

27 dic 2011

Helen Walsh: Once upon a Time in England

Once upon a Time in England è la cruda saga di una famiglia mista nei sobborghi di Liverpool e copre un periodo di tempo che va dagli anni ’70 alla fine degli anni ’80. Robbie Fitzgerald è un operaio irlandese con la passione per la musica soul ed una gran voce mentre Susheela, sua moglie, è un’infermiera malese. I rimandi alla biografia personale dell’autrice, figlia di un camionista irlandese (ma anche batterista) e di una infermiera malese, sono fin troppo ovvi.
Dopo un quadro iniziale nel quale il lettore si mette a proprio agio negli ambienti e con i personaggi che lo accompagneranno per tutto il libro e proprio nel momento in cui è pronto ad affrontare la salita verso il successo di Robbie, la svolta drammatica è immediata e travolgente. La scena dello stupro è un pugno nello stomaco e stravolge tutte le aspettative del lettore, oltre a cambiare definitivamente la vita dei personaggi. Susheela e Robbie vivranno in una sorta di limbo per il resto della storia: Robbie perde l’occasione d’oro e rimane a fare un lavoro che detesta, affogando il risentimento nell’alcool; l’intenzione di Susheela di convivere con quanto le è accaduto senza coinvolgere i suoi familiari non va a buon fine e la vita di coppia si inaridisce progressivamente finchè non resta più nulla. Le aspettative dei genitori si riversano quindi sui due figli: Vincent ed Ellie. Problematico, intelligente ed amante dei libri il primo, vivace e bellissima la seconda. Purtroppo le disgrazie dei genitori, come spesso accade, ricadono anche sui figli: Vincent vive gli anni di scuola vittima di un duro bullismo al quale sopravvive rintanandosi in nascondigli segreti e luoghi ameni.  Ellie, a cui tutto ciò viene risparmiato, vivrà la sua decadenza grazie ad Ecstasy e alcool.
L’inconscio fardello di Vincent affiora al livello cosciente in una improvvisa epifania, durante la quale rivive la scena dello stupro della madre ed il suo ruolo di testimone passivo: è il momento in cui impara ad esorcizzare il carico emotivo scrivendo.

Le dinamiche di relazione tra i membri di questa famiglia sono indecise, confuse, alternanti spesso tra amore e odio, con mille sfumature nel mezzo: risentimento, pietà, rabbia, orgoglio, disprezzo. In questo senso ho riscontrato una somiglianza tra i Fitzgerald e i Morel del romanzo di D. H. Lawrence, Figli e amanti (Sons and Lovers). In realtà le affinità si estendono anche al contesto sociale della storia e alla sua genesi, nel senso che anche Lawrence, come Helen Walsh, scriveva di ciò che conosceva bene, essendo lui stesso figlio di un minatore (come il suo protagonista) ed era considerato uno scrittore controverso per il crudo realismo e poiché trattava di sesso in maniera troppo esplicita (per la rigida morale borghese dell’epoca. Ho trovato diversi punti in comune tra i due libri:
-          in entrambi i casi il naufragio del matrimonio vede la madre trovare consolazione nei figli, i maschi in particolare;
-          i mariti hanno dei sensi di colpa per il modo in cui trattano le mogli e per i continui litigi, ma non riescono comunque a modificare il loro comportamento;
-          anche Robbie (come Morel) non è mai completamente a proprio agio con i suoi figli, in particolare con Vincent;
-          sia Robbie che Morel subiscono nel corso del romanzo una sorta di degenerazione rispetto a come erano all’inizio e si tratta di una degenerazione fatta di alcool, brutalità e ignoranza (Robbie non sa leggere);
-          i litigi tra i coniugi vengono descritti usando metafore belliche (“They were now at battle-pitch. Each forgot everything save the hatred of the other and the battle between them” in Lawrence; “He wanted a fight” nella Walsh);
-          l’odio dei figli maschi per il padre è identico, è un odio fisico, viscerale (“Paul hated his father” e “his father disgusted him” in Lawrence; “Vincent was beginning to despise him” nella Walsh).
 
La critica sociale di Once upon a Time in England è particolarmente crudele nei confronti degli skinheads, che costituiscono uno strumento di distruzione determinante nella vicenda: la loro cieca ottusità unita alla brutalità delle azioni è la chiave di svolta tragica sia all’inizio che alla fine della storia e lascia il lettore spiazzato e impotente… e nel mio caso estremamente contrariato. Il giudizio nei loro confronti è implacabile e viene messo in bocca a Vincent, che è la vittima principale delle loro azioni.


Premettendo che mi sono laureata con una tesi su Oscar Wilde e che lo ADORO, potete immaginare quale chicca sia stata per me trovare inaspettatamente una serie di riferimenti espliciti a Dorian Gray. Nonostante a scuola venisse soprannominato Gaylord, la sessualità di Vincent emerge solo nella terza parte del romanzo quando incontra Kenny, il quale fa emergere prepotentemente questo lato di Vincent chiamandolo Dorian Gray. Da quel momento in poi Vincent si identifica nel personaggio e porterà avanti questa sua interpretazione fino alla tragica fine. Il rapporto tra Vincent e Kenny inizia con questo gioco di ruolo, che si sviluppa a partire da una serie di citazioni dei famosi aforismi di Wilde (“It’s only shallow people who do not judge by appearances” - “To be popular one must be a mediocrity”- “I can resist everything but temptation”) ed arriva ad una totale incarnazione da parte di Vincent. Si tratta di un’incarnazione che preoccupa Kenny al punto di cercare di avvertire Vincent con una frase che, alla luce di ciò che accadrà alla fine, sembra una profezia: “This is your fatal error, Dorian. You value beauty far too higly”. Ho pianto per Vincent…

Musica e libri pervadono il romanzo: la prima è la vera passione di Robbie che, in qualche modo, riesce a trasmettere anche al figlio; la seconda, invece, è prerogativa di Vincent.
LA TRAGICA COMPILATION DI ROBBIE
Pete St. John, The Fields of Athenry                     
Percy Sledge, When a Man Loves a Woman      
Don Maclean, Vincent
                                                 
L'AUTOBIOGRAFICA COMPILATION DI VINCENT
Le musiche che Vincent ascolta lo rappresentano pienamente: il riferimento a Prince Charming è duplice poiché è il nomignolo con cui Sibyl Vane chiamava Dorian Gray, oltre a riferirsi all’ossessione per la bellezza che caratterizza Vincent nella parte finale del libro.
Adam Ant, Prince Charming                                     
John Foxx, The Garden                                                              
Leonard Cohen, Famous Blue Raincoat               
The Smiths, This Charming Man                                             
The Cure, A Night Like This                                       
David Bowie, Wild is the Wind                                             

LA BIBLIOTECA DI VINCENT
I libri di Vincent non fanno che testimoniarne l’infelicità e le problematiche. Le tematiche di fondo di questa letteratura sono: droga, violenza, omosessualità, ribellione, pazzia e suicidio.

Nelson Algren, The Man with the Golden Arm (L’uomo dal braccio d’oro)
William Burroughs, The Naked Lunch (Il pasto nudo)
Hubert Selby Jr., Last Exit to Brooklyn (Ultima fermata a Brooklyn)
George Orwell, 1984
Sylvia Plath, The Bell Jar (La campana di vetro)
Bret Easton Ellis, Less Than Zero (Meno di zero)
Salinger, The Catcher in the Rye (Il giovane Holden)
Timothy Leary, The Psychedelic Experience
Guy Debord, The Society of the Spectacle (La società dello spettacolo)
Philip Larkin, “This Be the Verse”
Jean Genet, The Thief’s Journal (Il diario del ladro)
Albert Camus, The Outsider (Lo straniero)
Anthony Burgess, A Clockwork Orange (Arancia meccanica)

23 dic 2011

Helen Walsh

Helen Walsh è una scrittrice nata vicino a Liverpool. Di lei è particolarmente interessante la storia personale: a 13 anni prova l’ecstasy e finisce in un gorgo che la vedrà scappare  da casa a 16 anni e lavorare a Barcellona nel quartiere a luci rosse, dove organizza appuntamenti per travestiti e prostitute. Torna a Liverpool per iscriversi all’università dove si laurea in sociologia con una tesi sulle devianze sessuali. Scrive il suo primo libro come una sorta di cura, mentre è ancora studentessa all’università, e lo fa sul tavolo da cucina di sua madre. Queste informazioni sono ripetute ogniqualvolta si parla di lei ed anche quando la intervistano, le prime domande riguardano quasi sempre questo suo background. In effetti si tratta di una storia interessante e, soprattutto, di un recupero che ha quasi del miracoloso dopo una sbandata così colossale.  Scrive di ciò che ha conosciuto, ovvero la vita dei sobborghi, la cruda realtà della droga, la ricerca di autodistruzione di alcuni giovani e lo fa in maniera molto cruda, tanto da essere definita una seguace del realismo moderno ed essere paragonata a Irvine Welsh… ma con un punto di vista femminile.
Il suo primo libro, Brass (che in Italia è stato tradotto con il titolo Senza pudore) mette in scena il personaggio di una prostituta adolescente: è il libro con cui ha esorcizzato la sua ribellione adolescenziale.
Una volta liberatasi di questo grande peso, la Walsh ha scritto Once Upon a Time in England, dove si è soffermata sui difficili rapporti familiari e sociali di una coppia mista nei sobborghi di Liverpool. L’ultimo libro, invece, è scaturito dall’esperienza della maternità: si intitola Go to Sleep e tratta della depressione post-parto di una madre. A quanto pare, scrive sempre di argomenti forti e li tratta in modo molto crudo, diretto, senza veli (e soprattutto senza ipocrisie). Ho deciso di leggere Once upon a Time in England che, tanto per cambiare, in italiano non esiste. Quindi l’ho ordinato in Inghilterra. Ho scelto questo libro e non Senza pudore perché non amo molto lo sfondo sessuale, nè il crudo realismo di Welsh e preferisco affondare il naso nei sobborghi di Liverpool…  oltre ad essere incredibilmente attratta dal titolo Once Upon a Time in England. Visto che ho adorato il film Once upon a Time in America ho ritenuto che fosse un titolo di buon auspicio.

15 dic 2011

Jeffrey Wainwright: Heart's Desire

Come ho già accennato nel post precedente, la raccolta Heart’s Desire è stata giudicata una delle migliori raccolte degli anni ’70, che è anche il motivo che mi ha spinta a procurarmela. Ancora una volta (dopo la scoperta di Benjamin Zephaniah) mi ritrovo felice e soddisfatta. A quanto pare non sono poi così refrattaria come credevo alla poesia moderna.
Innanzi tutto la chiave di lettura delle poesie in questa raccolta è la storia, che costituisce la scintilla che accomuna i versi di Wainwright: si tratta di una sorta di rilettura poetica degli avvenimenti storici che hanno coinvolto il Regno Unito negli ultimi due secoli. L’attenzione è rivolta in particolare a guerre e rivoluzioni, eventi violenti in cui la morte è centrale.

La prima serie si apre con una poesia intitolata “1815”, che si divide in quattro parti ed il cui riferimento storico è il massacro di Peterloo del 1819, che viene paragonato a quello di Waterloo (1815).
Ecco come Wainwright mi ha catturata fin dai primi versi. Dovete sapere che io ho una specie di fissazione per il personaggio shakespeariano di Ofelia: ho fatto molti studi al riguardo ed ho scritto un libro sul recupero ottocentesco del personaggio. Nel corso dell’Ottocento, infatti, la sensibilità romantica ha fatto sì che si recuperassero figure della letteratura passata e del mito che rendevano alla perfezione gli ideali del secolo. Tra queste Ofelia ha avuto un ruolo predominante, ricorrendo direttamente o indirettamente in opere letterarie, pittoriche e musicali. La giovane fanciulla pazza annegata nel ruscello era pressoché ricorrente nell’immaginario degli artisti dell’epoca.
Ebbene, “1815” si apre proprio con la descrizione del cadavere di una giovane operaia in un canale d’acqua. Qui il contesto è industriale, anziché bucolico, ma il richiamo alla serie di dipinti ottocenteschi di Ofelia in acqua è immediato. In particolare, i più conosciuti sono quello di John Everett Millais e di Paul Delaroche.
I versi di Waiwnright, su cui mi soffermerò a breve, si adattano meglio ad una serie di opere moderne dove, tolta l’aura romantica, rimane la cruda rappresentazione di un cadavere femminile in acqua. I dipinti di Jason Beam e di Maria Pawlikowska-Jasnorzewska; le fotografie di Per Barclay, di cui la seconda è ispirata chiaramente dal dipinto di Millais (per la posa delle braccia) e George Steeves.

Ma veniamo ai versi di Wainwright che, tradotti, suonano più o meno così: “Sul suo viso / rutili* morti fissano verticalmente / fuori dal canale. / L’acqua le riempie le orecchie, / il naso la bocca aperta. / affiorando, le sue dita esangui / sfiorano le branchie secche.” (*pesci)
L’immagine di morte è veicolata dall’insistenza sulle parti del corpo della giovane e sugli aggettivi usati per descriverle (dead, open, bloodless). Il parallelo tra il cadavere della ragazza ed i pesci morti che galleggiano sull’acqua è reso anche fisicamente dal lieve contatto ed ha la funzione di rendere l’immagine più macabra, oltre che di insistere ulteriormente sul tema della morte.
Un’apertura così è sicuramente molto suggestiva e cattura il lettore immediatamente, che scorre le parole velocemente cercando altre informazioni.
Con la seconda strofa lo scenario si sposta alle fosse dove sono seppelliti i lavoratori al centro dell’evento storico che ha ispirato la poesia, il massacro di Peterloo, in cui la cavalleria caricò brutalmente una folla di 60,000 dimostratori uccidendo e ferendo indistintamente quanti si trovavano sul loro passaggio. Fu un fatto tragico che scatenò l’indignazione di tutto il Regno Unito. Percy Bysshe Shelley scrisse un sonetto sull’evento intitolato “England in 1819” in cui esprimeva il suo disprezzo per il re ed il parlamento e la sua pietà per la povera gente massacrata a St Peter’s Field. L’evento fu raffigurato da Richard Carlile in una popolare incisione (a lato).
Anche Wainwright esprime pietà per la povera gente impiegata nel nascente settore industriale (ne nomina le mansioni: apprentices, jiggers, spinners).
La prima parte della poesia si chiude con l’allusione a Waterloo (la famosa battaglia in cui Napoleone fu sconfitto dal Duca di Wellington e che segnò la fine del dominio napoleonico). Ciò che accomuna i due eventi nella mente del pota è sicuramente l’industrializzazione, vista l’insistenza su termini che ad essa si ricollegano.
La seconda parte della poesia si apre nuovamente su un’immagine di morte: questa volta però riguarda i caduti sul campo di battaglia di Waterloo. Con la terza parte si ritorna all’immagine di apertura: il cadavere dell’operaia in acqua che ora viene trovato e tirato in secca da un barcaiolo. Mentre la tira fuori dall’acqua, viene ripreso il parallelo tra la giovane ed i pesci morti attraverso lo sguardo fisso rivolto verso l’alto (richiamando quello verticale dei rutili nella prima parte).
Infine la poesia si chiude con la reazione del proprietario della fabbrica di fronte ai tragici eventi: “Mortified / At what is happening”.

Wainwright è di nuovo dalla parte dei poveri lavoratori in “Sentimental Education”, poesia che si riferisce agli eventi del Maggio 1968 a Parigi: il primo sciopero generale non autorizzato che arrestò l’economia industriale del Paese e rischiò di far collassare il governo di de Gaulle. La prima strofa si apre su immagini di rivoluzione nelle quali il ruolo dei lavoratori è importante, sottolineato dalla precisione con cui Wainwright (ancora una volta) nomina i lavoratori (postmen, plumbersshopgirls). La dichiarazione empatica arriva alla fine della poesia (“God knows it I am with you! All your trials / and your vexations and how you weigh them here / Bear upon me”).

Altre poesie si soffermano sul ruolo dell’Imperatore Wilhelm II nella Prima Guerra Mondiale, sulla battaglia dello Jutland nel 1916; sulla battaglia nel Pacifico durante la Seconda Guerra Mondiale.
La seconda parte della raccolta si apre con la più nota poesia “Thomas Müntzer”, un monologo del riformatore protestante che appoggiò la lotta della gente comune e la rivoluzione sociale. Nel 1525, durante la guerra dei contadini, guidò gli insorti nella Battaglia di Frankenhausen, che fu soffocata. Müntzer fu catturato, torturato ed ucciso. Ancora una volta Wainwright si mette dalla parte dei rivoluzionari: il monologo si apre con immagini acquatiche che richiamano alla memoria l’apertura di “1815” per poi passare ad una bellissima metafora di un “albero sociale” in cui tutti gli strati sociali si sviluppano a partire dalle radici fino ad arrivare alla cima:
Il monologo si conclude con un inno alla Storia, che viene usato da Wainwright in apertura libro.
La terza e ultima parte del libro include “Five Winter Songs” e “Heart’s Desire” che si divide in una serie di poesie che dovrebbero rappresentare questi desideri, poiché riguardano l’amore, il sogno, la Storia e la morte.

09 dic 2011

Jeffrey Wainwright

Eccomi arrivata alla lettera W. Alquanto impegnativa, direi! Pur facendo lo slalom tra autori postcoloniali (mi piange davvero il cuore trascurare il premio nobel Derek Walcott), scozzesi, gallesi, americani …e dopo una crisi personale sulla validità della mia scelta di considerare solo gli autori INGLESI… resta comunque un bel po’ da leggere. Niente paura! Non demordo.
A darmi la spinta giusta è il fatto che la lista cominci proprio con un poeta inglese (e quindi non da scartare). Dopo aver superato ancora una volta l’esitazione iniziale all’idea di leggere poesia moderna, prendo il coraggio a due mani e comincio la mia ricerca in Internet scoprendo quasi subito che non ci sono molte informazioni su di lui.
JEFFREY WAINWRIGHT è nato nel ’44, quindi non è giovanissimo: ha 67 anni. E’ sposato con due figli, entrambi ormai cresciuti. Vive con la moglie a Manchester, concedendosi qualche intervallo in Italia (sarei curiosa di sapere dove… ma, almeno online, non è dato sapere!). Oltre che come poeta, lavora come traduttore e critico letterario. Tra le sue raccolte di poesie, ho notato che Heart’s Desire (1978) fu considerata una delle migliori raccolte di tutti gli anni ’70 e quindi ho provveduto ad ordinarla (già qualche settimana fa). Come immaginavo, in italiano non esiste niente (la poesia da noi non trova molti estimatori e le case editrici sono caute nell’includere poeti poco conosciuti nelle loro collane). Quindi mi sono rivolta alla mia ancora di salvezza: Amazon UK. Essendo un testo degli anni ‘70, non era acquistabile nuovo ma solo usato. Ho quindi cercato tra le varie opzioni quella che facesse al caso mio e l’ho trovata presso Bookbarn International. Un consiglio: per valutare i venditori, controllate sempre la percentuale di recensioni positive (seller rating) ma anche il numero di persone che hanno votato (più alto è, meglio è).

Ho poi trovato online alcune poesie tratte dalle ultime raccolte (Clarity or Death e The Reasoner), per fare un confronto ed una riflessione sull’evoluzione della sua poesia negli anni. Ho anche cercato dei video, ma ho trovato solo una conferenza ed una lettura della poesia “Beyond Enigma” dall’audio terrificante. Insomma, niente che valga la pena inserire qui.

Per quanto riguarda Heart’s Desire, devo dire che quando il libro mi è arrivato (direttamente dal Somerset) sapevo di aver acquistato un libro usato ma, non avendo finito di leggere la descrizione che ne faceva il venditore, non avevo idea di ciò che mi sarei trovata tra le mani. Ebbene, si tratta di una copia dismessa da una biblioteca, per la precisione: la biblioteca dell’Università di Reading.
Se qualcuno ha già letto ‘Tanto per cominciare’ saprà che la biblioteca è un luogo molto importante per me: potete immaginare l’emozione di possedere un testo dismesso da una biblioteca. Qui da noi, i libri vengono dismessi solo se distrutti e, in quel caso, finiscono direttamente al macero. Mi piace l’idea che un libro, dopo aver svolto fedele servizio presso una biblioteca, venga rimesso sul mercato dell’usato, affinchè abbia la possibilità, oltre che di far felice qualcuno che lo cercava, di risorgere a nuova vita. Certamente è quello che accadrà a questa copia di Heart’s Desire.
Mi piace anche vedere le tracce lasciate dalla sua vita precedente: innanzitutto, è ricoperto in plastica trasparente (quindi la copertina è rimasta in buone condizioni), sul dorso è applicata un’etichetta con il numero seriale ed il codice a barre per il prestito; all’interno, prima del frontespizio, c’è un timbro con il numero di ingresso del libro, la classificazione ed il nome completo della biblioteca (Bulmershe Library); a fianco c’è il timbro di dismissione (vedi immagine a lato) ed un adesivo con il codice a barre per il prestito; in fondo al libro c’è ancora la fascetta antitaccheggio.
Purtroppo il testo non è sottolineato: evidentemente gli studenti inglesi sono più disciplinati di quelli italiani. Mi ricordo benissimo le condizioni di alcuni libri che prendevo a prestito nella biblioteca universitaria che frequentavo: su alcuni sottolineature ed annotazioni erano addirittura in penna.
In realtà una cosa che mi piace molto in un libro usato è proprio vedere le tracce del precedente proprietario: un testo senza sottolineature ed appunti mi da l’idea di un testo che non sia mai stato veramente vissuto da qualcuno e mi mette tristezza.
Comunque, le premesse sono fantastiche e l’«effetto biblioteca» ha compiuto il miracolo: non vedo l’ora di sprofondare nella lettura delle poesie di Wainwright!

06 dic 2011

Benjamin Zephaniah: Teacher's Dead


Teacher’s Dead inizia con la descrizione del brutale assassinio di un insegnante (Mr Joseph) che è anche il motivo che mi ha incuriosita a leggere questo libro. Vengono anche immediatamente nominati i due colpevoli, visto che c’è un testimone della scena. Questo sembra togliere ogni suspence al racconto, ma non è così. In realtà il libro riguarda la reazione del ragazzino che assiste alla scena, Jackson Jones, che passa dallo shock alla necessità di comprendere. Sarà proprio questa necessità che lo spingerà ad indagare sulla vicenda. La scena successiva all’uccisione (Capitolo 2) costituisce un secondo incipit del libro, con il personaggio che si presenta e descrive in maniera molto lucida le sue sensazioni:






Da lì prende avvio la sua personale indagine (che lui definisce ‘terapia’): Jackson stringe amicizia con la moglie della vittima e, senza lasciarsi fuorviare da facili pregiudizi, arriva a conoscere la madre di uno degli assassini e i suoi vicini di casa.
L’indagine di Jackson porta a risultati sorprendenti e scopre dei risvolti quanto meno inaspettati alla vicenda che in realtà sembrava già risolta all’inizio. Ciò sembra confermare alcune idee ricorrenti per tutto il libro: bisogna saper guardare oltre apparenze e, soprattutto, pregiudizi; bisogna pensare con la propria testa senza farsi condizionare; bisogna cercare di capire gli altri. Un tema su cui Zephaniah pare insistere (l’avevo incontrato anche in Refugee Boy) è il bullismo. Non solo Jackson subisce atti di bullismo da un gruppo di coetanei, ma esso è anche la chiave dell’intera vicenda.


Ancora una volta Zephaniah ci presenta la figura di un adolescente quasi irreale nella sua maturità (l’altro era Alem di Refugee Boy). La sensazione è che voglia trasmettere l’idea che gli adolescenti hanno risorse inaspettate e che di fronte a qualcosa che li colpisce e coinvolge direttamente, siano in grado di gestirle anche meglio di un adulto.

Il romanzo si chiude con una serie di considerazione di Jackson, molto istruttive:


Che dire?In un mondo in cui siamo circondati da esempi di reazioni eccessive (mi riferisco ai vari programmi televisivi pieni di litigi, urla e offese), in cui tutto scorre ad una velocità che ci fa trascurare la riflessione, in cui le relazioni umane sembrano improntate più al conflitto che alla comprensione… questa storia fa riflettere. Ecco il perché del mio grande BIASIMO nei confronti delle case editrici italiane per ragazzi che non hanno ancora provveduto ad inserire i libri di Zephaniah nelle loro collane. Sarebbe davvero un testo da leggere in classe e far leggere ai ragazzi che, tra l’altro, lo apprezzerebbero perché la storia è molto coinvolgente.


Essendo io un’amante dei gatti, non potevo trascurare la figura di Trinidad, un gatto che cammina tutto sbilenco a causa di un atto di violenza gratuita subita proprio da uno degli assassini. La descrizione della violenza sul gatto è, a mio avviso, insopportabile ma per fortuna si conclude con la ritrovata umanità del gatto (a dispetto della disumanità di chi lo ha torturato):



01 dic 2011

Benjamin Zephaniah: Refugee Boy




Refugee Boy è la storia del piccolo Alem e dei tentativi di farsi accettare come rifugiato politico a Londra. Il tema è affrontato in maniera assolutamente non retorica, anche se ogni tanto questo bimbo sembra un po’ troppo buono. Benjamin inserisce anche un proprio alter ego adolescente nella figura di un ragazzino rastafariano di colore, Asher, che scrive poesie, è vegetariano e predica la pace.
E’ una sorta di romanzo di formazione: il piccolo Alem impara ad affrontare la vita, reagendo e imparando a prendere in mano le situazioni che gli capitano nonostante le tragedie che lo hanno segnato. Il lettore vive assieme al bambino le varie fasi di inserimento: dallo stupore iniziale, allo straniamento, al rifiuto, all’indifferenza, all’accettazione. E’ bella la parte in cui il padre di Alem cerca di fare il disinvolto dicendo all’ufficiale doganale di voler visitare “the famous Oxford Road and Piccadilly Circle”.



Alem fatica ad abituarsi al tempo inglese, troppo rigido per lui. Trova strano vedere cani e gatti nei cortili, anziché capre e polli. Trova il cibo inglese troppo asciutto e piuttosto preferisce mangiare italiano… spaghetti! Ma, soprattutto, trova strana l’abitudine degli inglesi di bere tè a tutte le ore, enfatizzata dal personaggio di Mrs Fitzgerald, la madre adottiva, che quando non sa cosa fare, prepara una tazza di tè, risultando spesso comica.




E’ bella l’idea di apertura del romanzo, con lo stesso episodio che si ripete in maniera identica in Ethiopia e in Eritrea, dando luogo a due brevi capitoli gemelli. L’accettazione è totale per quanto riguarda i libri: Alem ama leggere, desidera imparare tutto ciò che è possibile e diventa un vorace lettore.


La READING LIST di Alem:
-Charles Dickens, Great Expectations (Grandi speranze)-George Orwell, 1984
-William Golding, Lord of the Flies (Il signore delle mosche)-Wilfred Owen, Poems

Attraverso le osservazioni di Alem che cerca di capire le abitudini del nuovo Paese, Zephaniah inserisce la sua critica alla superificialità, al consumismo, all’aridità delle persone.


P.S.: Anche questo testo l’ho letto in lingua originale, come We Are Britain!e Lionboy. In italiano non esiste ed è davvero un peccato perché sarebbe molto adatto in un progetto scolastico di narrativa. Si presta a vari approfondimenti interessanti ed istruttivi, tra cui: il bullismo, i rifugiati, la guerra e gli adolescenti, Etiopia ed Eritrea, Charles Dickens, il Natale, la Giamaica, la filosofia rastafariana, Nelson Mandela.

27 nov 2011

Benjamin Zephaniah: We are Britain!



Sono arrivati i libri di Benjamin Zephaniah che avevo ordinato ed ho già messo mano a quelli per così dire ‘scolastici’. Sicuramente il più adatto all’uso in classe è We are Britain! nel quale vengono presentati 12 ragazzini che vivono sparsi per il Regno Unito e le cui famiglie sono immigrate. Per ciascuno di loro c’è una semplice presentazione in inglese, accompagnata dalle bellissime fotografie di Prodeepta Das e da una poesia di Benjamin ispirata dal ragazzino stesso e dalle sue abitudini. L’anteprima di Google Books può aiutare a farsi un’idea.

L’ho trovato bellissimo ed è davvero un materiale utile per gli insegnanti di lingua inglese sia delle elementari che delle medie. Innanzitutto si tratta di materiale originale: la lingua non è filtrata come spesso accade sui libri di testo di lingua inglese, nei quali si trovano quelle situazioni posticce con un inglese semplificato al punto da ostacolare l’acquisizione di reali competenze da parte degli alunni. Poi avvicina gli alunni ai coetanei di altri Paesi e alle loro abitudini in maniera naturale e intrigante. Infine non è da trascurare la rilevanza per il tema immigrazione, che è un argomento più attuale che mai: il testo offre la possibilità di essere sfruttato anche da questo punto di vista, permettendo tutta una serie di osservazioni e considerazioni che scaturirebbero da un confronto tra la situazione italiana e quella inglese (Paesi di provenienza degli immigrati, gusti e abitudini, livello di integrazione, ecc.).

Si potrebbero far lavorare i ragazzi ad una ricostruzione del testo, partendo dalle presentazioni, le foto e le poesie isolate e chiedendo loro di abbinarle. Oppure si può procedere in maniera inversa (più tradizionale), partendo dal testo e chiedendo loro di raccogliere dati e informazioni (per esempio in una tabella) per poi analizzarli e fare il punto della situazione. Questo lavoro potrebbe essere fatto anche a gruppi (ad esempio assegnando un ragazzino ad ogni gruppo) e la tabella finale potrebbe essere costituita da un cartellone che ogni gruppo dovrebbe completare con i dati a sua disposizione. Insomma le possibilità di lavoro sono infinite e tutte molto motivanti sia per gli alunni che per gli insegnanti.
Benjamin Zephaniah è un personaggio che sicuramente merita un approfondimento e sono sicura che incuriosirebbe molto i ragazzi: già dall’aspetto è molto particolare perché porta i capelli rasta molto lunghi e non è una cosa che si veda molto da queste parti. Ancora più particolari sono le sue idee riguardo a cibo e animali, che si prestano ad accesi dibattiti ed offrono lo spunto per presentare testi dai punti di vista inconsueti… come dire, utili a ‘dare una scossa’ ai loro cervelletti spesso atrofizzati. Ho già discusso di come rovescia il senso di cose che per noi sono scontate (come l’uso del latte animale) e a questo proposito ho elaborato una lezione attorno al video che avevo segnalato.

Si tratta di una poesia intitolata ‘Talking Turkey’ e che consiste in una sorta di invito a non mangiare tacchino a Natale per tutta una serie di buoni motivi animalisti, non ultimo quello di avere un tacchino per amico. Per quanto riguarda il programma di Cultura e Civiltà io trovo questo spunto eccezionale: permette di affrontare l’abitudine inglese di mangiare tacchino a Natale (e per il Ringraziamento in America) per poi stravolgere la prospettiva e considerare la cosa dal punto di vista dei tacchini. Ho quindi usato il video per sviluppare la seguente attività, che ovviamente proporrò alla mia seconda prima di Natale.


21 nov 2011

Louisa Young: Lionboy

Louisa Young scrive anche romanzi per ragazzi e lo fa in maniera molto particolare. Infatti li elabora insieme a sua figlia: la loro collaborazione è evidenziata dallo pseudonimo Zizou Corder, che deriva dal nome della loro lucertola (Zizou, appunto).
E’ stata anche criticata per questo: si è voluto interpretare il gesto come un approfittarsi della figlia, metterla di fronte ad un mondo troppo grande per lei (case editoriali, interviste…). Io credo invece che sia molto positivo canalizzare le energie di un ragazzino o di una ragazzina verso qualcosa di costruttivo e, al tempo stesso, divertente. Come dichiara l’autrice stessa, è cominciato tutto per gioco … ed è proprio così che dovrebbe essere. I racconti della buonanotte erano un atto creativo invece che un rituale passivo e così hanno inventato assieme un mondo, i suoi personaggi e le storie che li caratterizzano. Il risultato è stata la serie di libri di Lionboy, che in Inghilterra ha spopolato… e non solo, visto che è già stato tradotto in 36 lingue. Si parla di un fenomeno alla Harry Potter e sono già stati venduti i diritti per un film (pare alla Dreamworks).
Viste le premesse, che mi hanno incuriosita, ho deciso di procurarmi una copia del primo libro della serie e di leggerlo.
Devo dire che la storia è molto bella e l’ho letta tutta d’un fiato. Non posso fare a meno però di dichiarare subito la mia contrarietà per una cosa: il finale aperto. IO ODIO I FINALI APERTI!!! E’ per me una grandissima delusione seguire una vicenda per scoprire all’ultima pagina che non si è risolto niente, che se voglio sapere come procede l’avventura devo leggere, in questo caso, ancora due libri!
Mi dispiace, per qualcuno probabilmente è una sfida piacevole, non per me. Quando si tratta di serie preferisco che un libro arrivi alla fine ed il successivo proponga un diverso genere di problemi o ostacoli da superare, un ulteriore/imprevisto sviluppo della storia o di qualche personaggio, in modo da ricominciare un percorso almeno in parte nuovo.
Ecco, ora che ho manifestato la mia contrarietà per questo aspetto… posso tranquillamente discutere della storia. Mi è piaciuta molto l’idea di ambientare parte degli eventi in un circo, un luogo che trovo meraviglioso nei romanzi e nei film ma che non tollero nella vita reale. Cerco di spiegarmi meglio, non tollero l’idea che si utilizzino gli animali per fare spettacolo e, quel che è peggio, che debbano affrontare viaggi allucinanti in condizioni disumane, sballottati in ‘scatoloni mobili’ in giro per il mondo. E’ DISUMANO, ce ne vogliamo rendere conto? E poi che gusto c’è ad andare a vedere un elefante che si alza su due zampe o un domatore che ‘tiene a bada’ delle tigri drogate? Se e quando i circhi lasceranno perdere di puntare sugli animali e impareranno a ‘riciclarsi’ creando spettacoli dove sono le persone a stupire… io tornerò a fare la fila per comprare il biglietto perché adoro l’atmosfera del circo.
Tornando al circo di Lionboy, devo dire che l’idea di questa nave-circo è veramente azzeccata: il nome, Circe, rievoca avventure dal sapore antico e per questo forse intramontabili. Come la sua antesignana, questa Circe attira le persone attraverso una melodia incantevole. Anche il viaggio da Londra a Parigi è fantastico nel suo stravolgimento geografico, così come il percorso sull’Orient Express…
Il romanzo si apre con una situazione classica per un eroe bambino: la scomparsa dei genitori. Naturalmente sono le circostanze di questa scomparsa ad essere interessanti e, al tempo stesso, coinvolgenti perché i genitori del piccolo Charlie (il nostro protagonista) sono degli scienziati che hanno elaborato una formula molto importante. Ma, soprattutto, è Charlie l’invenzione più riuscita perché non è affatto un bambino come tutti gli altri: la sua specialità è quella di parlare il linguaggio dei gatti. Ora… non so se si era capito, ma io adoro i gatti. In reltà amo un po’ tutti gli animali, ma i gatti in maniera speciale. Capirete quindi che per me l’immedesimazione con questo personaggio è stata totale, immediata. La qualità del nostro Charlie, poi, si trasferisce in maniera naturale a tutti i felini. Infatti inizierà la sua avventura in compagnia di un gruppo di leoni, con tutte le difficoltà del caso (gestirne la ferocia, passare inosservati, nascondersi, proteggerli…). Bellissimo!

17 nov 2011

L'inverno si era sbagliato



Che dire… trovato… preso… letto!
Intanto devo dire che preferisco senza dubbio il titolo originale My Dear I Wanted To Tell You. Innanzitutto per il motivo per cui è stato scelto: si tratta infatti di una citazione storica della prima frase scritta sulle cartoline fornite dall’esercito ai soldati feriti durante la guerra, appena arrivavano in ospedale. Inoltre, ha senz’altro più relazione con la storia, nella quale le parole dette e soprattutto quelle non dette hanno un’importanza tale da cambiare completamente il destino delle persone. Le lettere e cartoline che i vari personaggi si scrivono durante la guerra sottolineano ulteriormente questa tematica: il rapporto tra Riley e Nadine decolla quando i due sono sinceri e si dicono tutto, mentre è fallimentare ogniqualvolta qualcosa viene taciuto. Per non parlare dell’enorme vuoto di parole che circonda l’altra coppia del romanzo, Peter e Julia. Le parole hanno dunque una loro fisicità, sottolineata meravigliosamente bene dall’autrice stessa in più punti:



Le parole caddero con un tonfo, come ciottoli nel fango.


Se ne andò, circondata dalle parole del loro litigio, come corvi sopra un nido.

La bellissima storia d’amore tra Riley e Nadine sullo sfondo della Prima Guerra Mondiale, cominciata nei giardini di Kensington e ostacolata dai genitori di lei a causa della differenza di ceto sociale, tiene col fiato sospeso fino all’ultima parola. Figlia di un direttore d’orchestra lei, figlio di un vigile del fuoco lui, appartengono a due mondi troppo diversi, secondo la moralità comune. Eppure il loro amore sarà grande, a dispetto delle convenzioni sociali, della guerra, di tutto. I giardini di Kensington sono una presenza importante: oltre ad essere testimoni del loro incontro, fanno spesso da sfondo ai loro incontri. Come ho già scritto, Louisa Young ha vissuto proprio in Bayswater Road, nella casa che era di James Matthew Barrie: ecco spiegato perché l’autrice gioca un po’ con la sua storia personale inserendo Barrie tra gli ospiti degli Waveney e facendo accadere un episodio proprio il giorno dell’inaugurazione della statua di Peter Pan a Kensington. Un altro elemento che compare spesso, anzi spessissimo e che mi ha fatta sorridere più di qualche volta è il tè. Provate a contare le tazze di tè che si susseguono nel racconto e ditemi se non vi danno la certezza di star leggendo una storia molto ‘British’.
La prima metà del libro vede l’ascesa del giovane Riley, fino al superamento di quel ‘class divide’ che li separa. La seconda metà vede Riley alle prese con una devastazione fisica, che lo mette a dura prova soprattutto psicologicamente. I dettagli della chirurgia plastica sono molto ben descritti e realistici. Infatti l’autrice ha dichiarato di essersi imbattuta nell’argomento durante le ricerche che fece mentre scriveva la biografia della nonna e di averlo trovato molto interessante. Le immagini che compaiono nel video-spot che ho segnalato precedentemente aiutano a farsi un’idea del dramma di Riley.
Attorno ai due innamorati gravitano le vicende di un gruppo di personaggi ben delineati, accattivanti, assolutamente credibili.


13 nov 2011

Louisa Young

Anche Louisa Young è un personaggio interessante. Si tratta di una scrittrice e giornalista londinese. E’ cresciuta e vive tuttora nella casa di J. M. Barrie, dove fu scritto il famosissimo Peter Pan. Che dire? Tutti i giorni si affaccia alla finestra da cui entrava Peter…
Il suo primo libro è una biografia della nonna, che era niente meno che Kathleen Scott, l’impavida moglie dell’esploratore antartico Robert Falcon Scott. Gli esempi di donne forti e intraprendenti non sono certo mancati nella sua famiglia. Altrettanto si può dire per quanto riguarda la letteratura: ai tempi della nonna quella casa era frequentata da scrittori quali George Bernard Shaw e Max Beerbohm. Furono i suoi nonni a comprare la casa da J. M. Barrie. A mio avviso è una casa magica, le cui parete sono impregnate di letteratura. E’ una casa in cui le storie scaturiscono in modo naturale e la scrittura fluisce come il pensiero. Louisa ne è consapevole ed è molto orgogliosa della sua casa.
Dalla sua postazione traballante vicino alla finestra, Louisa ha scritto una trilogia incentrata su una donna davvero particolare: ex danzatrice del ventre, ex-motociclista, madre single… certamente una figura da approfondire. Purtroppo io non vado pazza per le trilogie: amo arrivare alla fine di un libro e sapere che è finita (tranne nei rari casi in cui mi affeziono molto ad un personaggio da desiderare non mollarlo mai).
Quindi, ho deciso di cominciare l’esplorazione dall’ultimo libro che ha scritto: My Dear I Wanted to Tell You (L’inverno si era sbagliato in italiano). Sarà perché adoro le ambientazioni storico-letterarie e, ancor di più, le storie d’amore travagliate, ma questo libro mi ispira proprio. Facendo una ulteriore ricerca in rete, ho trovato un paio di video promozionali del libro molto belli. Se insegnassi ancora ai ragazzi delle superiori li userei certamente in classe. E’ un bel modo sia per riassumere le tematiche principali di un libro che per esercitare la comprensione orale (magari con una scheda-guida) e si possono usare anche come spunto di conversazione. Uno dei due promo contiene anche un’intervista a Louisa Young, che costituisce una piccola sfida di comprensione, perché l’autrice ha un lieve difetto di pronuncia sulla ‘s’ che complica un po’ le cose… ma non troppo visto che il linguaggio è comunque alla portata di un livello intermedio (se affrontato in maniera guidata). Sicuramente rende l’autrice più ‘umana’, la fa sentire più vicina, raggiungibile... e sicuramente questo aspetto umano rende più facile ricordare la persona e associarla alle sue opere.
Dunque, adesso uscirò a correrò in libreria a vedere se trovo il libro. Essendo una novità, spero di essere fortunata e riuscire a comprarlo subito.

04 nov 2011

Benjamin Zephaniah

Personaggio interessante, Benjamin Zephaniah. Innanzitutto ho scoperto che si tratta di un poeta rastafariano (per capirci… anche Bob Marley lo era) di origini giamaicane e che è stato inserito da The Times tra i 50 maggiori scrittori britannici dal dopoguerra ad oggi. Inizialmente non l’avevo preso in considerazione perché non amo i poeti contemporanei: sono più un tipo da Baudelaire, Prevert, Neruda… e ovviamente Shakespeare. Ebbene, ho deciso di superare i miei pregiudizi ed esplorare intanto la poesia di Zephaniah in base a quanto si poteva trovare online. Leggendo un po’ di biografia e un po’ di poesie mi sono fatta subito tutt’altra idea: la cosa che più mi ha colpita di lui è stato leggere che era dislessico e che per questo ha sviluppato l’avversione per la poesia imposta a scuola. Il suo maggiore impegno, infatti, pare essere quello di far arrivare la poesia a tutti, anche a coloro che non amano leggere, anche ai bambini. Questo per lui non significa banalizzarne i contenuti, ma la sua operazione consiste principalmente in una variazione nell’approccio e nel linguaggio. Quasi a voler annullare quelle barriere che deve aver sentito fortemente a scuola, il suo linguaggio è spesso sgrammaticato ma, soprattutto, non tradizionale dal punto di vista ortografico… e l’effetto alla lettura è molto divertente. Prima accennavo a ‘non banalizzare i contenuti’ della poesia: a questo proposito è necessario aggiungere che Zephaniah è molto impegnato sia per quanto riguarda gli animali sia dal punto di vista politico, essendo un anti-monarchico. Il suo impegno per la salvaguardia degli animali lo porta ad essere vegano e ad aver scritto una raccolta di poesie dal titolo ‘The Little Book of Vegan Poems’ la cui premessa è davvero divertente (in realtà non credo intenda essere divertente e con questo non vorrei sminuire l’intento originale nello scriverla… c’è però un sense-of-humour latente ‘typically British’ che mi fa sorridere… da non-vegana e non-British):


Warning!

Meat eaters may be offended by these poems

This is not an apology, simply a warning.

But if you are offended by the strong vegan views in these poems, just think of how vegan children are offended every day, not only by the sight and smells of burning bodies but also by being ridiculed because of their compassion.
Ho trovato online solo 4-5 poesie da questa raccolta ma una di queste mi ha procurato lo stesso sorriso di cui sopra: si tratta di ‘Mother Cow Speaks’ in cui, in sostanza, una mucca accusa l’uomo di rubare il latte destinato al suo piccolo e di cui ho semplicemente adorato questi versi:


I think you're just being lazy

Go and drink your own.
Rimanendo in tema ‘animalista’, ho trovato (tra la moltitudine di risultati offerti da YouTube) un video in cui lui recita una poesia sul tacchino … ovviamente in senso anti-Ringraziamento. Questo video si presta particolarmente ad essere utilizzato a scuola (come ho già accennato, insegnando alle medie spesso tendo a ‘vedere didattico’ ovvero a pensare automaticamente all’utilizzo in classe di un materiale e alle sue potenzialità didattiche). Come dicevo, questo video è stato pensato dalla Pearson per alunni di madrelingua inglese della scuola primaria e trovo che il livello linguistico (e l’eloquio abbastanza controllato rispetto alle performance abituali di Zephaniah) lo renda adatto per alunni di terza media che studiano inglese come seconda lingua (ESL). Anzi, ho proprio l’intenzione di meditare un worksheet da abbinare al video.


video

La tappa successiva della mia ricerca personale su Zephaniah è stata, ovviamente, relativa ai libri da acquistare. In italiano non ho trovato niente e quando mi capita passo immediatamente ad Amazon inglese… questo perché quando ho cominciato ad acquistare libri in lingua straniera Amazon italiano non c’era ancora e, soprattutto, perché mi dà l’impressione di avere i libri direttamente da Londra (ognuno ha le sue tare!). Cercando la bibliografia disponibile, mi sono accorta di una serie di titoli che ho l’impressione potrei sfruttare in classe ed un romanzo per ragazzi intitolato ‘Refugee Boy’. Considerando che di poesie ne ho trovate molte navigando online, ho deciso di ordinare i testi ‘ad uso didattico’ ed il romanzo… confermando con ciò la mia piccola avversione per la poesia contemporanea (eppure le sue poesie mi erano piaciute!).Ovviamente in attesa che i libri arrivino, non ho nessuna intenzione di starmene con le mani in mano. Perciò procedo a cercare il secondo autore sulla lista e passo felicemente alla lettera Y, dove trovo Louisa Young. Di nuovo… fatemi fare un po’ di ricerca.

24 ott 2011

Benjamin Zephaniah

Eccomi dunque al via che, in questo caso, è la fine. Come ho già dichiarato, partirò dalla Z che è anche incoraggiante, visto che offre un solo risultato: BENJAMIN ZEPHANIAH. Chi è costui?

Tanto per cominciare… due parole su come sono abituata a procedere.
Da brava maniaca dell’archiviazione (se potessi mi metterei anche le parti del corpo in ordine alfabetico… dall’alto verso il basso, naturalmente!) e dell’informatica quale sono, ogni volta che incontrerò un autore, creerò una cartella di materiali da inserire nel mio già vasto archivio (‘LITERATURE’). Si tratta di un archivio che ho iniziato a costruire all’università, studiando la letteratura inglese. Mano a mano che incontravo gli autori, compilavo una scheda con qualche cenno biografico e una bibliografia commentata, a cui poi aggiungevo eventuali appunti di corsi, lezioni, incontri. Finita l’università, dopo che ho iniziato ad insegnare, ho cominciato ad aggiungere altri materiali che potevano tornarmi utili per preparare esercizi, attività, progetti. Innazitutto, ho cercato in Internet una serie di immagini degli autori, poi per ogni autore ho creato un file in cui registravo eventuali opere letterarie tratte/ispirate all’autore stesso o ad una sua opera. Lo stesso facevo con i film, la musica, le opere pittoriche, i fumetti (adoro l’interdisciplinarietà e, in generale, le connessioni tra le cose… tutto ciò che produciamo è in qualche modo influenzato da ciò che abbiamo visto e/o sentito fino a quel momento, oltre a portare comunque i segni della nostra originalità… e quindi mi piace confrontare come i ‘classici’ –ma non solo- convivono con lo spirito moderno). Poi ci ho preso gusto (a cercare in Internet) e così ho inserito anche materiali didattici che trovavo online: quiz, cruciverba, esercitazioni, test, le ‘study guides’ dei film ispirati alle opere dell’autore… insomma, tutto ciò che trovavo interessante. Potete immaginare le dimensioni che questo mio archivio ha preso nel corso degli anni. Il paradosso è che ora non insegno più a studenti delle superiori ma, come ho già detto, delle medie… quindi non ne ho più bisogno. Eppure, ho tutte le intenzioni di continuare ad accumulare. Primo: perché mi da soddisfazione. Secondo: per la teoria della formichina. “Cos’è?” direte voi. Beh… si può riassumere così: “Metti da parte, non si sa mai che possa servire!” Sembra banale, ma vi assicuro che nel mio caso ha sempre funzionato. Quando meno ve lo aspettate, arriva sempre il giorno in cui avrete bisogno di qualcosa che avete messo da parte… soprattutto se stiamo parlando di materiali per l’insegnamento e non di un vecchio maglione.

Detto ciò, torniamo a Benjamin Zephaniah… fatemi fare un po’ di ricerca.

21 ott 2011

Tanto per cominciare...

Sono un’insegnante precaria.
Questo, immagino, si era già capito.
Potrei presentarmi in mille modi diversi, ma da quasi 10 anni questa frase è sempre la prima a uscire fuori. E’ come una gocciolina d’olio, incessantemente a galla sopra tutto. Fortunatamente l’altro aspetto che mi ha davvero sempre caratterizzata è stato l’amore per la lettura. Fin da piccola divoravo di tutto (fumetti, giornalini, libri…). I miei, lettori voraci, mi hanno iscritta alla biblioteca che avevo appena 5 anni (non sapevo ancora scrivere, hanno dovuto firmare la tessera al mio posto): volevo a tutti i costi fare parte del club anch’io. Tessera numero 168 (non male, vero?). I libri della biblioteca… li ho quasi consumati. Ovviamente da grande volevo diventare una bibliotecaria, che era anche il mio gioco preferito. Già! Avevo creato delle bustine di carta che appiccicavo nel retrocopertina dei libri di casa, dove infilavo i cartellini del prestito, compilandoli mentre immaginavo di darli in prestito ai miei amici. Li facevo anche regolarmente rientrare… tranne qualche volta, quando volevo vendicarmi con qualcuno usando la più temibile delle punizioni: l’avviso di ritardo e la multa! Una vera e propria onta!
La biblioteca è un luogo che ha caratterizzato buona parte della mia vita: ho fatto in tempo a fare le mie ricerche scolastiche lì. (Forse la mia è stata l’ultima generazione a farlo? Intendo, prima dell’avvento di Internet…) Poi, durante gli studi universitari ho deciso di passare dall’altra parte ed ho fatto richiesta di volontariato culturale. Non si sentiva molto, da quelle parti… ed ho dovuto spiegare al sindaco in persona le mie intenzioni. Fatto sta che cominciai a dedicare metà della mia giornata alla biblioteca, affiancando la bibliotecaria (Bianca) e imparando da lei il più possibile. E’ stato un periodo bellissimo per me: stavo vicina a i libri e alle persone che amano i libri. Alcune delle mie amicizie più care sono nate lì, tra una discussione su un libro e una litigata su un autore.
Nel frattempo, cercavo di laurearmi in Letterature Straniere all’Università di Verona. Avevo una buona media, ma raramente prendevo un 30 (con mio grande rammarico). Questo perché quando iniziavo a studiare per un esame, di solito mi appassionavo all’argomento ed iniziavo tutta una serie di letture secondarie e approfondimenti e percorsi alternativi, che mi conducevano all’esame spesso non avendo finito di prepararlo fino in fondo. Che dire? Non ero fatta per tempistiche così brevi, non ero certo una macchina sforna-esami. Per fortuna questo mio difetto mi fu invece utilissimo nella preparazione della tesi di laurea: finalmente potevo approfondire quanto volevo!
E fu così che mi laureai con il massimo dei voti… e un’intensa storia d’amore con la letteratura inglese. Intensa… ma irrisolta. Avevo in qualche modo la sensazione di non saperne abbastanza. Certo di autori ne avevo incontrati nel percorso, di libri ne avevo letti molti …e finalmente avevo cominciato anche a comprarli (mi ero fatta un punto d’onore nel comprare tutti i libri che servivano per gli esami, dando inizio così alla mia biblioteca personale). C’erano però tanti buchi in quella preparazione: autori mai incontrati, periodi mai approfonditi (per esempio: cosa accadeva dopo gli anni ’70?).
Ora finalmente mi toglierò di dosso quella sensazione di incompletezza, quell’insicurezza di fondo. QUI COMINCIA LA MIA SFIDA CONTRO ME STESSA.
Qualche anno fa sono incappata nella sezione Literature del sito del British Council e mi sono trovata di fronte ad un elenco alfabetico degli autori britannici contemporanei. “Ecco il mio momento! ” mi dissi. Fu così che decisi di leggere le opere di alcuni di loro, partendo dalla A (questo è tipicamente da me… probabilmente è dovuto al fatto che sono del segno della Vergine… a buon intenditore poche parole!). Fatto sta che due anni dopo ero arrivata alla Z con la sensazione di aver fatto un’esperienza entusiasmante. Avevo conosciuto autori che una professoressa di Lingua Inglese (a proposito: è questo che insegno) non dovrebbe non conoscere. Purtroppo si trattava ancora di una storia d’amore irrisolta. Come spesso accade con i buoni propositi, soprattutto quando si è presi da lavoro (E SI E’ PRECARI), non avevo tenuto fede al patto iniziale, scegliendo solo una piccolissima parte degli autori presenti e lasciando perdere ‘la cosa’ per alcuni periodi (d’estate puntualmente non ne volevo sapere …). Avevo come la sensazione che fosse impossibile arrivarne in fondo. Invece, arrivare alla Z è stato così gratificante e mi ha talmente riempita di gioia (nonostante non mi fossi attenuta completamente al piano iniziale) che adesso ho deciso di fare le cose come si deve.
LA SFIDA
LEGGERO’ IL GLI AUTORI INGLESI IN QUELLA LISTA, FACENDO IL PERCORSO AL CONTRARIO, OVVERO PARTENDO DALLA Z.
Ecco la lista, per chi volesse controllarmi o accompagnarmi in questa follia: http://literature.britishcouncil.org/writers
Ho anch’io dei limiti, però. Mi conosco e so già che non considererò giallisti, scrittori di fantascienza, saggisti. Inoltre, come ho specificato, considererò solo autori ‘inglesi’ (a buon intenditor poche parole). Altri limiti? Probabilmente sì… d’altronde la lista è enorme. Prometto però che farò le cose meglio che posso, cercando di scartare il minimo possibile.
P.S.: Forse non l’ho ancora scritto, ma insegno in una scuola secondaria di primo grado (scuola media). Ciò spiegherà l’interesse particolare per i libri per ragazzi. Ho la ferma convinzione che la conoscenza di autori inglesi per ragazzi e delle loro storie rientri pienamente nel programma di cultura e civiltà. Oltre a sviluppare negli alunni l’amore per la lettura…
PP.SS.: Questo è Ari (da Aristotele) e, come potete vedere, ama i libri come me. Ovviamente mi accompagnerà in questo percorso.

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